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L'India cerca un ruolo nel confronto tra Usa e Corea del Nord

Una missione diplomatica a Pyongyang rilancia gli storici rapporti bilaterali tra India e Corea del Nord. Delhi da tempo si propone agli Usa come canale di comunicazione, ambizione rimasta fin qui sulla carta. Ma ora che il vertice Trump-Kim è in bilico, Modi può entrare in partita

REUTERS / Kwak Sung-Kyung
REUTERS / Kwak Sung-Kyung

Mentre l’atteso vertice tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un, programmato per il prossimo 12 giugno, minaccia di saltare sul tema della denuclearizzazione della penisola coreana, l’India a sorpresa pare stia cercando di ricavarsi un ruolo minore nel confronto diplomatico tra Pyongyang e Washington. Questa la lettura che i media indiani hanno dato circa la visita a sorpresa del sottosegretario agli Esteri VK Singh che, lo scorso 16 maggio, si è recato a Pyongyang per rinverdire i rapporti bilaterali tra India e Corea del Nord.

Anticipando l’occasione del 45esimo anniversario dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra New Delhi e Pyongyang, che cade il 10 dicembre di quest’anno, l’esecutivo Modi ha inviato Singh – già capo delle forze armate indiane – in Corea del Nord, rompendo un digiuno di visite ufficiali del ministero degli Esteri indiano che durava dal 1998.

Secondo i comunicati del South Block, la sede delhese del ministero degli Esteri, durante la missione diplomatica di due giorni Singh ha incontrato il vice presidente del parlamento nordcoreano Kim Yong Dae, il ministro degli Esteri Ri Yong Ho, il ministro della Cultura Pak Chun Nam e il vice ministro degli Esteri Choe Hui Chol.

I temi del vertice sono stati molto vaghi e aderenti all’etichetta delle cortesie diplomatiche, con le due parti che, si legge nel comunicato, "hanno concordato nel rafforzare i contatti personali attraverso l’educazione e gli scambi culturali, per celebrare il quaranticinquesimo anno dall’apertura delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi", sottolineando l’opportunità di aumentare la cooperazione in ambiti come l’educazione, l’agricoltura, il farmaceutico e – gran cavallo di battaglia della diplomazia modiana – la promozione dello yoga e delle medicine tradizionali indiane.

Al di là degli ufficialismi, la sola presenza inaspettata di un esponente del governo indiano a Pyongyang, in scia di un’attività diplomatica internazionale intorno al regime nordcoreano mai così febbricitante, dà adito a speculazioni circa le ipotetiche reali intenzioni indiane rispetto a questo coinvolgimento diretto nelle questioni della penisola coreana. Tema dal quale, fino ad ora, New Delhi si è tenuta ben alla larga, limitandosi a sollevare in sede internazionale il sospetto dell’aiuto pakistano accordato al programma nucleare di Pyongyang.

Per il resto, l’India non ha fatto altro che seguire fedelmente le direttive dell’Onu, come evidenziato da Devirupa Mitra su The Wire: "L’India è stata il secondo partner commerciale nordcoreano dopo la Cina, fino all’imposizione di sanzioni economiche indicate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nel mese di aprile, l’India ha bloccato i rapporti commerciali con la Corea del Nord, a esclusione di cibo e medicinali. […] Da 209,5 milioni di dollari del 2014-2015, gli scambi bilaterali nel 2016-17 sono scesi a quota 130 milioni di dollari".

Eppure, proprio quando lo scontro verbale tra Washington e Pyongyang raggiungeva vette mai così pericolose nella storia recente, contravvenendo all’invito statunitense di ridimensionare la portata dei rapporti diplomatici con Pyongyang, New Delhi riuscì a convincere l’amministrazione statunitense che, in fin dei conti, mantenere aperto un canale di comunicazione terzo attraverso l’India per gli Stati Uniti poteva non essere una cattiva idea.

La ministra degli Esteri indiana Sushma Swaraj, lo scorso mese di ottobre, dichiarava: «Ho detto al segretario [di Stato] Tillerson che ambasciate di alcuni dei vostri Paesi amici dovrebbero rimanere aperte così che alcuni canali di comunicazione possano rimanere aperti. Tante volte, potreste aver bisogno di parlare... il dialogo potrebbe essere necessario per risolvere alcune questioni».

Ora, senza lasciarsi trascinare dall’enfasi posta dall’India sull’evento, è bene anteporre alle ambizioni diplomatiche indiane un’analisi quanto più schietta e rispettosa possibile dell’effettivo peso di New Delhi nelle trame della diplomazia multilaterale intorno alla questione coreana, francamente molto vicino allo zero. In questi mesi febbrili giocati interamente sui delicatissimi equilibri dell’area, influenzati dalle iniziative di Stati Uniti, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud e Giappone, l’apporto indiano è stato praticamente inesistente, specchio di una postura internazionale che Modi sta ancora cercando di ottenere, con risultati pratici finora abbastanza scarsi.

Detto ciò, l’analisi circa il ruolo che l’India può giocare in questa partita offerta dal fellow dell’Institute of Defence Studies di Delhi Prashant Kumar Singh, riportata da Bbc, merita quantomeno di essere presa in considerazione: «Possiamo solo fare speculazioni. Trump non vuole mettere in pericolo il suo meeting [di Singapore]. Magari gli americani stanno cercando l’aiuto indiano per assicurarsi che il meeting si faccia. L’India è un giocatore minore qui ma è anche l’unico grande Paese della regione a non essere parte del problema e ad aver mantenuto buoni contatti con la Corea del Nord».

@majunteo

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