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Relazioni transatlantiche: bilancio 2016 e previsioni 2017

C'è qualcosa di sbagliato, ha detto poco tempo fa Angela Merkel, se la protesta contro il TTIP riempie le piazze della Germania, mentre il massacro di Aleppo lascia indifferenti. Parole sacrosante, non c'è dubbio, ma la guerra in Siria non è percepita, a torto o a ragione, una minaccia al benessere europeo.

Un pedone passa davanti a un blocco di legno costruito dagli attivisti di Greenpeace contro il TTIP. Bruxelles, REUTERS/Francois Lenoir
Un pedone passa davanti a un blocco di legno costruito dagli attivisti di Greenpeace contro il TTIP. Bruxelles, REUTERS/Francois Lenoir

Il TTIP, acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership, vale a dire l'intesa commerciale che la Ue e gli Stati Uniti negoziano dal 2013, è considerata invece da alcuni strati dell'opinione pubblica come l'ennesimo colpo a quella classe media che ha visto nella globalizzazione non un'opportunità ma un rischio, non un fattore di progresso ma una disruption degli equilibri tradizionali. E che, dopo la crisi finanziaria del 2008, con il crollo dei redditi, ha avuto buon gioco a fare della globalizzazione il perfetto capro espiatorio.

Anche i politici si sono accodati, salvo rare eccezioni. E il TTIP pare destinato ad essere la prima illustre vittima della presidenza Trump, se il tycoon confermerà alla Casa Bianca le tendenze protezionistiche su cui ha impostato buona parte della propria campagna. Barack Obama, grande sostenitore dell'intesa commerciale, non è riuscito a portare a termine la missione nel corso del suo secondo mandato, soprattutto perché è cambiato il clima politico globale: in Europa i governi, soprattutto quelli che dovevano affrontare i rischi della rielezione, hanno cominciato a mostrare freddezza. Negli Stati Uniti nessuno dei due candidati alla presidenza ha preso le difese del TTIP: la globalista Hillary ha parlato più dei rischi che dei vantaggi, il populista Trump ha martellato l'accordo, puntando a raccogliere i voti della classe media che, soprattutto nella Rust Belt, ha accusato i colpi delle aperture commerciali degli anni Novanta (la strategia trumpiana, va da se', ha pagato).

Secondo i suoi sostenitori, il TTIP, che interviene soprattutto su accesso al mercato, armonizzazione delle norme e abbattimento delle barriere non tariffarie, rafforzerebbe le relazioni euro-atlantiche e aumenterebbe reciprocamente le opportunità di business, in un gioco che è percepito non a somma zero, ma positiva. Secondo il Center for Economic Policy Research di Londra e l'Aspen Institute, ci sarebbe un aumento del volume degli scambi e soprattutto delle esportazioni europee verso gli USA (più 28 per cento, ossia 187 miliardi di euro) ed ogni famiglia europea disporrebbe ogni anno di 545 euro in più. Per i critici, il gioco è a somma zero: i settori esposti alla concorrenza straniera soffrirebbero ancora di più, senza il paracadute sociale di un welfare incapace di restare al passo coi tempi. E poi c'è il discusso capitolo sugli investimenti, che prevede il cosiddetto Investor-to-State-Dispute-Settlement (ISDS), un meccanismo che consentirebbe agli investitori di citare in giudizio, presso corti arbitrali, uno Stato che non rispettasse il diritto internazionale in materia (ad esempio, approvando una norma penalizzante per gli investitori esteri).

Per Obama l'Europa non è mai stata una grande preoccupazione. Il pivot to Asia degli Stati Uniti non è mai partito e la politica estera, volente o (più spesso) nolente, è stata assorbita dal Medio Oriente e dalla dialettica con il mondo islamico. Riforma sanitaria, controllo delle armi, cambiamenti climatici, multilateralismo: il quarantaquattresimo presidente americano è sempre stato piuttosto vicino alla sensibilità degli europei - certamente più del suo predecessore - e ha spesso cercato una sponda nel Vecchio Continente, contando su una comune matrice valoriale, nell'ottica della condivisione degli oneri (il "leading from behind" coniato da Ryan Lizza del New Yorker, a proposito della campagna obamiana in Libia). Gli americani hanno ottenuto, talvolta, un appoggio militare  (nella campagna anti-Isis e in quella libica, ad esempio), ma quando si tratta di garantire la sicurezza globale, la bolletta è ancora, in buonissima parte, in capo agli Stati Uniti (solo quattro dei ventotto membri europei della Nato raggiungono l'obiettivo del 2 per cento di spese per la Difesa, in rapporto al Pil).

Nel 2016 Obama si è speso a sostegno degli alleati europei alle prese con problemi con politica interna, ma il suo intervento è stato irrilevante, se non, addirittura, un boomerang. L'endorsement anti-Brexit non ha impedito la fine della parabola politica di David Cameron. L'elogio del riformismo di Renzi, compreso quello in ambito istituzionale, non ha evitato il tracollo del 4 dicembre. Angela Merkel, di cui il presidente ha tessuto le lodi, pur prendendo le distanze dal rigorismo fiscale teutonico, è nel mirino della destra populista per via della politica delle "porte aperte" ai rifugiati.

La sensibilità trumpiana è decisamente diversa, e i leader europei, pur mantenendo il tradizionale fair play istituzionale, non lo hanno nascosto. Difficile prevedere quanto il Trump presidente si differenzierà dal Trump candidato, se, ad esempio, non sosterrà gli alleati baltici della NATO alle prese con la rinascita del nazionalismo russo. Senza dubbio, per gli europei avere a che fare con un'amministrazione di così difficile lettura, la cui strategia è sostanzialmente ignota a cancellerie e commentatori politici, è un ostacolo ed un potenziale problema. Molto probabilmente, come ha scritto Pierluigi Battista sul Foglio, l'Europa smetterà di essere nel cuore dell'America, tant'è che l'unico politico europeo incontrato sinora dal presidente eletto è Nigel Farage, non propriamente un europeista doc.

La Brexit dovrebbe accelerare la ricerca, da parte britannica, di una relazione ancora più speciale con gli Stati Uniti, ma le modalità sono tutte da vedere. E poi c'è la questione dei rapporti tra USA, Unione Europea e Russia. Sotto la presidenza Obama, europei ed americani hanno costruito un fronte compatto in materia di sanzioni a Mosca per la vicenda ucraina (sanzioni che, a dire il vero, hanno danneggiato più il Vecchio Continente che gli USA). Ci si chiede cosa accadrà adesso, perché poco si sa della politica estera di Trump, ma un punto fermo l'abbiamo: i rapporti tra Stati Uniti e Russia non saranno più così conflittuali. Dalla diffidenza e/o ostilità tra l'amministrazione democratica e il mondo putiniano a un nuovo clima di collaborazione. Lo si capisce non solo e non tanto dall'interferenza degli hacker russi sulle elezioni americane, di cui è stata vittima la candidatura di Hillary, ma dalle dichiarazioni dello stesso Trump e da alcune scelte del suo team di foreign policy (Tillerson e Flynn su tutte). Come reagirà l'Europa di fronte a questo mutato scenario? La UE ha appena rinnovato di sei mesi le sanzioni contro la Russia. Cosa accadrà se Washington dovesse fare marcia indietro? Difficile che il continente mantenga la propria compattezza, considerato che il 2017 sarà anno di appuntamenti elettorali (Germania, Francia, Olanda, forse l'Italia) e che Mosca punta forte sui movimenti populisti per assestare martellate al traballante establishment europeo.

Su un punto, certamente, le relazioni transatlantiche volgeranno al brutto, ed è la questione ambientale. Durante la presidenza Obama gli Stati Uniti e l'Europa hanno concertato alcuni passaggi chiave, come l'accordo di Parigi, per ridurre l'aumento delle temperature globali, partendo da un presupposto: il riscaldamento del pianeta è un dato di fatto. Trump ha prima negato l'assunto - "è un falso creato dai cinesi per minare la competitività delle aziende americane", scrisse in un celebre tweet - poi ha fatto parziale marcia indietro, ma le sue scelte hanno confermato che la protezione dell'ambiente non è affatto una sua priorità. Dopo avere corteggiato Al Gore e lusingato Leonardo Di Caprio -    produttore di un apprezzato documentario sul tema - ha nominato all'agenzia governativa ambientale un "negazionista" come Scott Pruit. Agli occhi del tycoon, la produzione di energia è prioritaria rispetto ad ogni altra considerazione, tant'è che Obama ha deciso di giocare d'anticipo. Con una forzatura legale, e ricorrendo a una vecchia norma del 1953, ha vietato in maniera permanente le trivellazioni nell'Artico, in accordo col premier canadese Trudeau. Una mossa male accolta alla Trump Tower, e che non mancherà di avere strascichi legali.

@vannuccidavide

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