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Reportage di viaggio. Crimea, il difficile tema delle identità

Per la prima volta sembra diventare malinconico. La classica sbornia triste russa? Se ben ricordo, la lingua russa utilizza un nome preciso per definire questa “attività”. Un termine indica l’ubriachezza infelice, un altro invece denota quello stato di incoscienza che dura giorni e giorni, in cui gli ubriachi vagano per le strade con la mente ottenebrata dall’alcol, quasi in un percorso di espiazione sciamanica. Me ne aveva parlato un uomo in treno nel Caucaso, qualche anno fa, nella lunga strada che divideva Astrakan da Grozny. Non ricordo più il lemma corretto e non ho voglia di cercarlo in Google.

Il castello Nido di Rondine, su una scogliera a strapiompo sul Mar Nero a Yalta. Uno dei luoghi turistici più visitati della Crimea. REUTERS/Thomas Peter
Il castello Nido di Rondine, su una scogliera a strapiompo sul Mar Nero a Yalta. Uno dei luoghi turistici più visitati della Crimea. REUTERS/Thomas Peter

No. È qualcosa di diverso che accade all'ennesimo brindisi con i bicchieri in alto, urlando in sequenza Za zdorovoje e Viva Italia! Viva Crimea! La giovane ragazza moscovita seduta al tavolo con noi, specializzanda in medicina e che parla un pochino di inglese, aveva già fatto notare a tutti come io non dicessi mai Viva Russia o Viva Ucraina, utilizzando sempre il termine “Crimea”. Non era ignavia, chi mi conosce sa che porto sulla pelle i ricordi di battaglie mai tradite. Solo non mi sembrava il caso di fare politica, anche con piccoli gesti, prendendo una posizione su qualcosa che io vivevo da esterno. È lecito ed auspicabile avere una propria opinione ma questo era il momento di ascoltare chi questa situazione la viveva ogni giorno.

Quest’omone gigantesco sembrava adesso avere il volto velato di una tristezza atavica. Non mi era difficile decifrarla, era la tristezza dell’esule, la tristezza che avevano gli occhi di mio nonno quando ripensava alla sua terra tradita e rivenduta al miglior offerente, alla tomba dei suoi nonni, ai campi dove giocava con i fratelli che non ha più rivisto.

Mi trovavo in Crimea da ormai una settimana e mi ero fatto una mia idea.

L’annessione della Repubblica di Crimea alla Federazione Russa era stato di certo un atto illegale e di forza. Però, c’è da dire che tutti qui sembravano contenti di essere “ritornati” – termine che i russi utilizzano per parlare di questo tema geopolitico – tra le braccia di Mosca. Il referendum del 2014 ebbe una vittoria schiacciante da parte del sì. E non era difficile comprendere il perché, utilizzando il semplice buonsenso. Da una parte uno stato fallito, blandito dalle sirene americane che promettono e mentono vedendolo come pedina sacrificabile nell’eterno confronto con la Russia, dall’altra una superpotenza in continua ascesa. Cosa avreste scelto voi? È un tema di identità, ma qui le identità sono per definizione volatili ed intercambiabili come in una eterna staffetta. La Crimea è stata russa sotto lo zar, poi sovietica ed infine ucraina, con il dono di Krusciov ed il successivo disgregarsi dell’URSS.

Questa terra, da quel che vedevo io, sembrava non esser mai stata Ucraina. Non intendo dell’Ucraina sovietica, intendo dell’Ucraina indipendente nata col referendum del ‘91. Questa cosa, mi colpii fin da subito. Ovunque, era un tripudio di tricolori russi. Sulle case, sui comignoli, sui muri diroccati di periferia. Stinti dal forte sole del Mar Nero, sembravano avere addirittura ottenuto l’autorità del tempo trascorso. Non era così ed io lo sapevo bene, ma questo vedevano i miei occhi. Del tridente ucraino e della sua bandiera dai colori più belli, lo stesso gialloblù della mia città, non v’era più traccia. Tutto era stato ripitturato. Tutto. I fregi zaristi erano stati prima coperti dalle stelle rosse comuniste, poi dal tryzub ucraino e poi dal San Giorgio della nuova Federazione Russa. Le identità, come i confini, a queste latitudini risultano essere a volte più fluidi. Gli unici punti fermi di una strana resistenza della memoria di oltre vent’anni di Crimea ucraina, rimanevano le grandi gru dei cantieri navali. Quelle erano ancora dipinte di giallo e di blu. Benché scolorite dal troppo sole ancora garrivano come bandiere al vento. Qualche macchina, alla quale era stata sostituita la targa ucraina con quella russa, recava ancora il vecchio adesivo nazionale “UA”. Lo stesso .ua resisteva in qualche vecchio dominio internet, di chi non aveva avuto modo di cambiare il suffisso e di ristampare la tenda del suo negozio. Per il resto, del passaggio dell’Ucraina restava molto poco.

Restava molto, invece, nel cuore del mio nuovo amico. Complice la tensione sciolta dall’alcol, il suo sguardo adesso si perde nel vuoto. Farfuglia qualcosa in russo che non capisco. È una frase in ucraino, dice qualcosa sulla sua patria. É un lamento sordo, stride così tanto con i sorrisi e la voce alta delle ultime ore passate in questa tavola così imbandita. Prendo forza, aspettavo questo momento soppesando ogni parola da quasi prima di partire. Chiedo cosa vuol dire essere ucraino in una terra invasa e annessa a qualcun altro. Con il traduttore di Google sul telefonino, sua moglie inizia a raccontarci. Lui, continua a bere e ogni tanto integra quanto da lei detto.

Non possiamo farci nulla, siamo come prigionieri a casa nostra.

Svanisce il sorriso sul volto di entrambi. Lui è ucraino mentre lei è russa. Giustamente, offre manforte al marito soffrendo per la situazione.

Il gigante mi chiede di entrare in casa sua, lasciando le ragazze in giardino. Un bellissimo appartamento appena ristrutturato. Un pelosissimo gatto soriano mi guarda addormentato. Lo alza con forza dal suo sonno e me lo abbandona in braccio, mentre mi fa cenno di seguirlo. In sala ha lo stemma nazionale ucraino. Il famoso tridente mi guarda invitto dal muro bianco. Facciamo le scale verso le camere e troviamo una grande bandiera gialloblù. “Maya rodina”, afferma. “La mia patria”, battendosi sul petto. Mi scrive sul traduttore che lui non abbandonerà mai la speranza di rivedere un giorno questa terra ritornare Ucraina.

Gli racconto di mio nonno e del gulag in Siberia. Della Polonia che diventò Unione Sovietica e che adesso è Bielorussia. Passano dieci minuti in cui fumiamo due sigarette una dopo l’altra e mi dice, in russo e senza bisogno del traduttore, che lui si sente in un gulag proprio anche in questo momento. Mi dice che non odiava la Russia ma che adesso si sente oppresso. Ha famiglia a Donetsk, come mi facevano infatti intuire le tazzine dello Shaktar con le quali mi aveva offerto il caffè appena arrivati. Adesso, essere ucraino nella capitale dell’autoproclamata Repubblica di Novorossia non è proprio il massimo. Non è il massimo nemmeno essere sotto il fuoco dell’artiglieria ucraina e lui lo sa bene. In guerra, in mezzo, come sempre ci sono i civili innocenti.

Non odiava la Russia, lo ripete più volte. Sua moglie è russa e nella marina sovietica ha prestato servizio militare per tanti anni. Mi porta in garage dove ha un enorme quadro con cornice barocca in cui il presidente Putin ed il presidente ucraino si stringono la mano, con uno dei castelli più famosi di Crimea sullo sfondo. Mi ricorda come confidasse in una naturale partnership tra le diverse Russie, tra popoli fratelli dalla notte dei tempi. Poi, ecco lo zampino esterno pronto a blandire gli oligarchi ucraini, pronto a sobillare le masse con le sue finte rivoluzioni colorate, pronto a mettere in moto il solito refrain dell’esportazione della democrazia.

L'Ucraina è stato il mio primo grande amore. Nell’estate del 2005 me la viaggiai in lungo e in largo in treno. Per la prima volta si poteva entrare senza visto e con lo zaino partimmo all’assalto. Vederla in questo stato, mi fa soffrire. Una guerra tra fratelli voluta dai soliti che tramano nell’ombra, incuranti dei cocci che rimarranno negli anni futuri. Non serve andare in Siria o nel lontano Afghanistan per vedere i frutti di grandi pensate strategiche. Basta andare nella vicina Ucraina.

Riprendiamo a brindare alla “Repubblica Autonoma di Crimea” e scansiamo il problema. Questa notte di stelle, di shashlik sul fuoco e di verdure alla griglia non meritava questa tristezza.

Sono stato in Crimea ad inizio agosto 2017.

@brillabbestia

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