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Rilanciata la caccia all'uomo contro Rushdie

L’Iran cerca di aprirsi al mondo e spera nei moderati, ma l’ala più ortodossa delle sue gerarchie non si tira indietro. Una campagna di stampa nel Paese porta a oltre tre milioni di dollari la taglia sulla testa dello scrittore.

REUTERS/Ralph Orlowski

Era il 1989 quando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, allora capo non solo spirituale della giovane Repubblica Islamica dell’Iran, emise una fatwa (editto religioso ndr), che invitava tutti musulmani a uccidere Salman Rushdie. Lo scrittore inglese, di origine indiana, era ritenuto colpevole di aver scritto “Versetti satanici”, un libro ritenuto blasfemo e messo all’indice dalle massime autorità religiose islamiche.

Da allora lo scrittore vive nascosto e sotto protezione, unica amara consolazione fu che, per effetto collaterale, il romanzo divenne un successo editoriale in tutto il mondo.

Sono passati ventisette anni e, probabilmente, migliaia di copie del ponderoso romanzo di Rushdie non sono mai state aperte e continuano a prendere polvere dimenticate sugli scaffali, ma l’ottusità degli integralisti non sembra conoscere l’oblio.

Così, in occasione dell’anniversario di quella fatwa, alcuni media iraniani la hanno rilanciata aggiungendo 600.000 dollari alla taglia che pende sulla testa dello scrittore.

Non è la prima volta che questo avviene. Nel 2012 alcune ricche organizzazioni religiose iraniane avevano portato il premio per l’uccisione dello scrittore a 3,3 milioni di dollari. 

Nei giorni scorsi l’agenzia di stampa iraniana “Fars” ha pubblicato un elenco di quaranta mezzi di comunicazione (giornali, radio e televisioni), che hanno partecipato a una colletta per aumentare il valore della taglia. La stessa “Fars” ha stanziato 30.000 dollari.

Nel 1998 il governo riformista iraniano, guidato dal presidente Mohammad Khatami, aveva preso le distanze dalla fatwa, affermando che la minaccia all’ortodossia rappresentata da Salman Rushdie era finita dopo che lo scrittore aveva vissuto in clandestinità per nove anni. Una decisione non condivisa dai religiosi della linea dura, che hanno continuato a difendere l’editto di morte. Per questi la condanna emessa da Khomeini è irrevocabile ed è diventata eterna dopo la sua morte. Una visione confermata dal successore di Khomeini, il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, che nel 2005 ha dichiarato ancora valida la fatwa. In seguito alcuni alti prelati oltranzisti rinnovarono l’invito rivolto a tutti i fedeli a uccidere Salman Rushdie.

“Quello che hanno fatto la “Fars” e gli altri organi di stampa è molto importante, perché in occasione dell’anniversario ci ricorda che le decisioni prese in nome di Dio non conoscono limiti e oblio.” Ha dichiarato alla stampa Mamsou Armiri, capo della “Cyberspace Organizzation Seraj”, associazione affiliata alla “Guardia Rivoluzionaria” creata per difendere i valori della rivoluzione.

Nel corso di quasi trenta anni non sembra che la condanna sia caduta nel dimenticatoio. Il 3 luglio 1991 Ettore Capriolo, traduttore italiano del romanzo di Rushdie, ricevette nella sua abitazione milanese un sedicente iraniano interessato a una traduzione. Dopo aver invano chiesto il recapito di Rushdie, l'uomo aggredì Capriolo con un coltello. Il traduttore se la cavò, riportando gravi ferite. Meno fortunato il traduttore giapponese dei Versi satanici, Hitoshi Igarashi, che fu ucciso a colpi di pugnale pochi giorni dopo l’aggressione a Capriolo.

Quelle ai due traduttori sono sicuramente le aggressioni più gravi, ma in quasi trenta anni molti sono stati gli attacchi subiti, in diverse parti del mondo, da persone coinvolte nella pubblicazione del romanzo.

@MauroPompili

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