La rivolta che infiamma il sud dell’Iraq rischia di arrivare a Baghdad

Almeno 14 i morti nelle manifestazioni che da inizio luglio scuotono l’Iraq. L’epicentro delle proteste è a Bassora, seduta su una ricchezza petrolifera che non viene ridistribuita. Ma la rivolta ora risale verso il cuore politico del Paese. Ostaggio della resa dei conti tra Usa e Iran

Manifestanti dispersi dalla polizia antisommossa durante le proteste a Baghdad, Iraq, il 20 luglio 2018. REUTERS / Khalid Al-Mousily
Manifestanti dispersi dalla polizia antisommossa durante le proteste a Baghdad, Iraq, il 20 luglio 2018. REUTERS / Khalid Al-Mousily

Almeno quattordici persone sono state uccise e centinaia ferite nel corso delle manifestazioni che da inizio luglio infiammano il sud dell’Iraq. Migliaia di civili stanno protestando contro condizioni di vita sempre più difficili a Bassora, Samawa, Najaf e in vari centri dei governatorati di Maysan e Dhi Qar. I tumulti sono passati dai cortei all’occupazione degli edifici pubblici, arrivando a veri e propri raid nei centri di estrazione del petrolio, come West Qurna 1, o all’aeroporto di Najaf, inclusi diversi uffici politici.  

L’epicentro è Bassora, città a maggioranza sciita nonché polo petrolifero e scalo portuale strategico, in grado di originare il 90% degli introiti derivanti dall’export dell’oro nero iracheno. Ciononostante, nella Venezia del Golfo – questo il soprannome della città – la ricchezza prodotta dallo sfruttamento delle risorse fossili non viene redistribuita, a danno dei cittadini.

I civili scesi in strada sono spinti dagli stessi motivi di sempre. Chiedono posti di lavoro, chiedono servizi efficienti a partire da quello sanitario e dall’erogazione dell’acqua. Si protesta anche per la corruzione endemica e per le ingerenze straniere nel Paese – Stati Uniti e Iran tra tutti – ma soprattutto per la mancanza di elettricità. Un paradosso, se pensiamo ai 3,5 milioni di barili di petrolio estratti ogni giorno e in gran parte diretti all’estero, dove sono usati per produrre – anche - energia.

Il corso del “terzo fiume iracheno”, il petrolio, origina introiti enormi ma non bastano a garantire il fabbisogno energetico, il cui picco giunge proprio in estate, quando le temperature prossime ai 50 gradi impongono il ricorso sistematico ai condizionatori. Non è quindi ammissibile che in uno dei maggiori Paesi produttori di petrolio ci siano città dove l’elettricità arriva per tre ore al giorno. Vero anche che, qualora parte del greggio iracheno fosse destinata alla generazione di energia a uso interno, mancherebbero comunque le centrali di trasformazione. La domanda è di 23 mila megawatt ma l’Iraq può produrne 16 mila.

Il gap si colma con i black-out, per la gioia dei privati proprietari dei generatori a gasolio onnipresenti nel Paese, cui spetta un giro di affari di 10 miliardi di euro all’anno. Tutte risorse sottratte allo Stato, capace di riscuotere appena il 12% degli introiti derivanti dal servizio elettrico nazionale e costretto ad acquistare energia all’estero.

Lo stesso vale per l’acqua, fornita in quantità limitata e puntualmente mista a terra. Certo, è colpa della minore portata dei due grandi fiumi iracheni, il Tigri e l’Eufrate, ridotta del 40% in due decenni. Ma è anche colpa dell’inefficienza dei sistemi di conservazione e redistribuzione della rete idrica nazionale, in parte danneggiati durante la guerra con Daesh, in parte obsoleti per la mancanza di una pianificazione adeguata al mantenimento delle infrastrutture.

Ciò accade nel XXI secolo, mentre il web raggiunge gli angoli più remoti dell’Iraq, offrendo agli abitanti una finestra sul mondo e la possibilità di confrontarsi, prendendo coscienza delle condizioni in cui sono costretti a vivere. Attraverso la rete circola anche il malcontento. I cittadini si organizzano e trovano un mezzo capace di veicolare il dissenso, portandolo sull’asfalto rovente di Bassora e delle altre città del sud. Ed è proprio attraverso l’interruzione periodica della rete web che il governo iracheno ha cercato di arginare la ribellione, arrivata anche a Baghdad.

Il Primo ministro uscente Haider al-Abadi, leader del Nars (“Vittoria”), formazione politica ridimensionata dalle elezioni del 12 maggio, ha ordinato lo stato d’emergenza imponendo il coprifuoco notturno, fatto rispettare dai soldati dell’antiterrorismo e dalla nona divisione dell’esercito. La stessa élite militare che un anno fa riprendeva Mosul dopo un triennio di occupazione di Daesh, ergendo Abadi al ruolo di liberatore, oggi usa lacrimogeni, idranti e proiettili veri contro i cittadini iracheni che chiedono acqua, lavoro ed elettricità.

Abadi ha tentato anche la strada della diplomazia, incontrando a Bassora una delegazione di capitribù e alcuni amministratori dei centri più critici, promettendo 10mila posti di lavoro e un maggiore interessamento per le condizioni del sud del Paese. Il governo ha annunciato anche lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro per migliorare i servizi ma è evidente che si tratta di una soluzione tampone e che la debolezza politica di Abadi rende pure poco credibile.

Non a caso, qualche ora dopo la diffusione della notizia degli stanziamenti i manifestanti erano già tornati in piazza, con il rischio che il malcontento si estenda al resto del Paese, magari proprio a Baghdad, dove sono scoppiati focolai solidali ai tumulti di Bassora. Centinaia di persone della capitale hanno sfilato a piazza Tahrir e nei quartieri sciiti orientali, a Sadr City. Baghdad, da sempre, rappresenta il termometro del Paese. Gli accenni di protesta di questi giorni sono un segnale da valutare.

Del resto, le condizioni per un allargamento del dissenso ci sono tutte: dopo la lunga offensiva contro l’Isis gran parte dell’Iraq settentrionale è ancora in macerie e la ricostruzione non inizia. Mosul è l’esempio tipo ma lo stesso vale per altre aree del governatorato di Ninive o del Sinjar, dove non esiste alcun indizio di un prossimo ritorno alla normalità e questo pone i presupposti per la resurrezione di creature ibernate da tempo, Daesh tra tutti.

Le proteste in corso arrivano quindi in un momento molto delicato, segnato dalla particolare situazione politica del Paese e dal cambiamento degli equilibri tra Washington e Teheran, seguito al dietrofront degli Stati Uniti di Donald Trump dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), gli accordi sul nucleare.

Da un lato c’è Abadi, il premier uscente considerato l’uomo di Washington alle votazioni di maggio ma ormai indebolito dalla sconfitta elettorale e alla ricerca di un ruolo centrale nella coalizione di governo che presto dovrebbe subentrargli. Dall’altro lato c’è il populista e chierico sciita Muqtada al-Sadr, ispiratore della formazione al-Sairoon (“Marciatori”) grande sorpresa alle elezioni, un tempo acerrimo nemico degli Stati Uniti.

Sadr e i sadristi hanno sfruttato la disillusione degli iracheni ponendosi come baluardo della lotta alla corruzione – secondo Al Jazeera costata 320 miliardi di dollari dal 2003 a oggi – e garante di nuovi investimenti in infrastrutture e servizi ai cittadini, promettendo anche l’affrancamento dall’ingerenza iraniana e statunitense. Spetta a Sadr il compito di definire l’assetto del nuovo governo, e Abadi non sembra rientrare nei suoi piani.

C’è quindi la pressione di Teheran. Non è la prima volta che a Bassora si protesta, ma l’insofferenza degli abitanti ha superato il limite quando a inizio luglio l’Iran ha tagliato le forniture di elettricità. Ebbene sì, l’ingerenza iraniana seguita al rovesciamento di Saddam Hussein all’indomani dell’invasione angloamericana in Iraq, nel 2003, ha trasformato Teheran anche in un fornitore di energia elettrica. Erogazione interrotta dagli ayatollah – nel momento di fabbisogno massimo – in attesa che Baghdad saldi i conti pregressi. Questo ha complicato le cose per Abadi. Il governo iracheno ha assicurato di disporre dei fondi necessari ma pagare significherebbe aggirare le sanzioni reintrodotte da Trump dopo il dietrofront dal Jcpoa.

Siamo quindi al punto di partenza: l’Iran aumenta la pressione in Iraq complicando la vita ad Abadi, l’uomo gradito dagli Usa, e Baghdad si ritrova al centro del confronto tra i due Paesi, cui si somma l’atavica guerra di prossimità tra il blocco sunnita delle monarchie del Golfo, guidate da Riad, e le componenti sciite sostenute da Teheran. Tradotto in altri termini significa ingerenza straniera, condizione che, durante la campagna elettorale Muqtada al-Sadr, ha promesso di eliminare una volta per tutte, per «ridare l’Iraq agli iracheni».

Ecco che le promesse dei sadristi non sono mai parse tanto irrealizzabili quanto lo sono oggi, quindi meglio prendere tempo. In fin dei conti, i fatti di Bassora e dintorni stanno erodendo la popolarità di Abadi e questo gioca a favore dei Marciatori di Sadr. Il leader del Sairoon ha così deciso di prolungare l’agonia del Primo ministro uscente, sospendendo i lavori per la creazione della coalizione. Lo ha dichiarato ancora una volta attraverso il web, affidando il suo pensiero a Twitter: “I partiti vincitori alle elezioni devono sospendere il dialogo per la formazione della coalizione fino a quando non saranno soddisfatte le giuste richieste dei manifestanti”. Tre mesi di stop dovrebbero bastare, se ne riparla a ottobre, con un Abadi più debole e la torrida estate irachena alle spalle.

@EmaConfortin

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