Rock e amore in Marocco

L’abito non fa il monaco. O forse sì? Lui, Amine, è un marocchino di Agadir, una bella città costiera affacciata sull’Oceano Atlantico, lei è tedesca. I due ragazzi si sono incontrati, si sono innamorati e ora vorrebbero sposarsi. Fin qui, una storia come tante. Se non fosse che Amine, che è musulmano, vorrebbe festeggiare le sue nozze ad Agadir, dove il matrimonio con una straniera di religione cristiana non è vietato, ma richiede qualche formalità burocratica in più da sbrigare.

Ma l’amore non conosce ostacoli, avrà pensato Amine quando ha deciso di portare avanti il suo progetto, finché non si è imbattuto nella prefettura della sua città. "Il 25 aprile sono andato in prefettura per depositare la domanda di matrimonio, che va fatta due mesi prima della data ufficiale. Sapevo già che la polizia avrebbe impiegato tra le ventiquattro e le quarantotto ore per fare delle indagini su di me e sulla mia futura moglie, ma pensavo si trattasse di una pura formalità. Quando mi sono accorto che dopo dieci giorni non avevo ancora avuto il via libera per il matrimonio, ho deciso di andare a chiedere spiegazioni", ha raccontato Amine alla stampa locale.

E da quel momento per i futuri sposi è iniziata un’avventura grottesca. "Arrivato in prefettura, un poliziotto mi ha fatto sedere e mi ha detto che la mia pratica richiedeva un po’ di pazienza perché era più complessa delle altre. Dovevo aspettare l’agente titolare dell’indagine per sapere se potevo sposarmi o no". Amine allora si arma di pazienza cercando di scacciare la preoccupazione e aspetta il secondo poliziotto.

"Quando è arrivato, mi ha portato in un’altra stanza più isolata dove ha iniziato a farmi molte domande sulla vita privata, anche molto imbarazzanti. Poi se ne è andato in malo modo ed è arrivato un terzo poliziotto, che strattonandomi, mi ha portato in una terza stanza, dove mi ha fotografato il viso e il profilo in più riprese".

Del perché di queste indagini e di queste reticenze ad Amine non era stato detto niente. Tre giorni dopo, dopo quindici giorni di attesa, arriva la comunicazione della prefettura: la domanda di matrimonio è stata rifiutata perché Amine e la sua compagna appartengono a una setta di adoratori di Satana.

Incredulo, ma cercando di mantenere la calma, Amine è tornato in prefettura e ha chiesto una revisione della sua domanda. Ma il secondo parere ha confermato il primo, dando però una spiegazione più circostanziata: Amine fino al 2008 ha gestito un negozio di abbigliamento e accessori vari che per le autorità di Agadir erano simili a quelli indossati dalla setta degli adoratori di Satana. Setta a cui di conseguenza appartiene anche la sua fidanzata.

Morale della favola: ad Amine e alla fidanzata piace l’heavy metal sia come musica che come gusto estetico. Ascoltano heavy metal e vestono heavy metal. Purtroppo i loro gusti non sono piaciuti alle autorità di Agadir, che nonostante le fedine penali pulite e nessuna traccia di partecipazioni reali a sette sataniche, hanno deciso di impedirne il matrimonio.

La loro storia ricorda quella dei quattordici musicisti, anch’essi marocchini, che nel 2003 furono processati con l’accusa di satanismo perché amavano il rock e lo suonavano. Anche in quel caso la musica e il modo di vestire furono giudicati contrari al buon costume.
@Seregras

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