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Russia e Iran: un matrimonio di interesse per salvare Assad in Siria

Sulla genesi delle operazioni della Russia in Siria, a difesa di Assad, ci sono due versioni. La prima è quella raccontata al settimanale tedesco Der Spiegel da un ufficiale russo, a lungo funzionario all'ambasciata di Damasco. Il regime non ne può più dell'Iran, che tratta la Siria come una propria colonia. Assad ha bisogno dei combattenti iraniani, ma non tollera la costante interferenza ideologica di Teheran negli affari interni siriani. Così si è rivolto alla Russia, che chiede solo la tutela dei propri interessi sulla costa mediterranea. L'altra versione, più diffusa, vede l'intervento di Mosca come la conseguenza di una strategia pianificata a lungo dall'Iran, in particolare dal generale Qassem Soleimani, ed iniziata con una visita in Russia, a luglio, dello stesso capo delle forze al Quds.

Russia's President Vladimir Putin (R) meets with Iran's President Hassan Rouhani on the sidelines of the United Nations General Assembly in New York, September 28, 2015. REUTERS/Mikhail Klimentyev/RIA Novosti/Kremlin

Ali Vaez, quotato iranologo, analista dell'International Crisis Group, parlando con East, propende per la seconda ipotesi: "La risposta a questa domanda è piuttosto semplice, credo. L'Iran e la Russia sono disposti a sopportare costi significativi per assicurarsi la sopravvivenza del regime siriano. Questo non è fatto nuovo. L'escalation militare delle ultime settimane non è altro che la risposta alle conquiste territoriali fatte in Siria dai gruppi jihadisti, che sono sostenuti dalle potenze regionali sunnite, rivali dell'asse sciita. Ormai Assad controlla solo un quinto circa del territorio del proprio Paese".

I pasdaran iraniani hanno condotto le missioni più importanti per il regime siriano. Sono i maggiori responsabili per i suoi sporadici successi, nelle offensive di Aleppo, a Nord, e Dara'a, nel Sud, a partire dal 2013. "La Siria è la nostra trentacinquesima provincia", diceva all'epoca Hojatoleslam Mehdi Taeb, uno degli strateghi delle operazioni a Damasco. Gli interessi iraniani sembrano essere diversi da quelli russi. "Allo stato attuale", prosegue Vaez, "è impossibile prevedere se la strategia di Mosca e quella di Teheran divergeranno o meno. Ora i loro interessi sono allineati. Non è da escludere, però, che in futuro ci possano essere delle frizioni".

L'allineamento degli interessi russi e di quelli iraniani, secondo l'analista dell'ICG, dipende anche da un altro fattore: "Chi pensava che Teheran, dopo avere firmato l'accordo sul nucleare, cambiasse gli assetti fondamentali della propria politica estera, si è rivelato un illuso. In Iran, nella alte sfere, il ragionamento è questo: gli Stati Uniti continuano a sostenere i nostri rivali in Medio Oriente, a partire dall'Arabia Saudita. Perché noi dovremmo alterare la struttura delle nostre politiche, e smettere di appoggiare i nostri tradizionali alleati?". Un sostegno, dice Ali, che non ha alcun nesso con la liquidità di cui dispone Teheran e con le condizioni generali della sua economia. Una risposta a chi teme un Iran più aggressivo, dopo la fine delle sanzioni e lo scongelamento dei conti esteri: "La nozione che la politica regionale degli ayatollah sia in funzione delle loro risorse economiche è completamente sbagliata. L'Iran ha sostenuto i propri alleati anche durante i giorni peggiori delle sanzioni. Dall'altro lato, l'uscita dal sistema dalle misure punitive, effetto dell'accordo nucleare, non ha cambiato e non cambia la realtà sul campo in Siria". Le prospettive, anche dopo l'intervento russo, restano confuse, nessuno è in grado di fare la differenza, spostando definitivamente la bilancia dalla propria parte. Chiosa Vaez: "La guerra in Siria è un gioco di contrasti a somma zero. Fino a quando le parti continueranno a pensare che possono vincere la partita, questa spirale distruttiva non si fermerà".

 

 

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