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Russia e Israele hanno un accordo nei cieli della Siria

Nel Medio Oriente sconvolto dalla faida tra sunniti e sciiti (alimentata dallo scontro tra Arabia Saudita e Iran), dalla minaccia dello Stato Islamico, dalle guerre in Siria, Iraq, Libia, Yemen e, più in generale, dallo sfaldamento dell'ordine regionale che aveva retto per l'ultimo secolo, un importante attore è finora rimasto ai margini della scena: Israele.

Russian President Vladimir Putin (L) and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu shake hands during their meeting at the Novo-Ogaryovo state residence outside Moscow, Russia, September 21, 2015. REUTERS/Mikhail Klimentyev/RIA Novosti/Pool

Negli ultimi anni Tel Aviv si è avvantaggiata della guerra in Siria e dello scontro interno al mondo musulmano. Gli Stati che storicamente supportavano la causa palestinese con armi e finanziamenti – Iran, Siria, Arabia Saudita, Qatar, più di recente Turchia etc. - sono impegnati a combattersi gli uni con gli altri, e in generale l'attenzione verso la Palestina è ai minimi storici. Non è un caso che la nuova esplosione della rabbia e della frustrazione palestinese nei territori occupati e in Cisgiordania abbia come proprio simbolo il coltello. Dopo le ultime operazioni delle forze armate israeliane – in particolare i bombardamenti a Gaza dell'estate del 2014 – ai gruppi armati palestinesi è rimasto poco materiale bellico a disposizione.

Fin dagli albori della guerra in Siria – in particolare da quando, per aiutare Assad, è entrata in scena la milizia sciita libanese Hezbollah, storico e pericoloso nemico di Israele – sono circolate voci che l'aviazione di Tel Aviv violasse occasionalmente lo spazio aereo di Damasco per colpire determinati obiettivi, ritenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale. Lo scorso primo dicembre è arrivata la conferma ufficiale, direttamente dal primo ministro israeliano: «Abbiamo condotto operazioni occasionali in Siria» ha dichiarato Netanyahu in un incontro pubblico ad Acri, «per evitare che diventi un fronte contro di noi e per contrastare il trasferimento di armi letali, specialmente dalla Siria al Libano».

Ma la superiorità aerea di Israele, che gli ha consentito finora di agire di nascosto e in modo indisturbato, è da pochi mesi in discussione, e da poche settimane nei fatti venuta meno. Il coinvolgimento diretto della Russia nella guerra siriana ha infatti cambiato le regole del gioco, e il recente dispiegamento in Siria dei sistemi missilistici S-400 (in risposta all'abbattimento del cacciabombardiere russo ad opera dell'aviazione turca) garantisce a Mosca un controllo quasi totale dello spazio aereo, consentendogli di rilevare e abbattere qualsiasi aereo si alzi in volo nei cieli della regione. Di fronte a questa situazione Israele non ha esitato a muoversi di conseguenza.

«La visita di Netanyahu a Mosca lo scorso settembre, subito dopo l'inizio dei bombardamenti russi in Siria, era probabilmente almeno in parte intesa a trovare un accordo che assicurasse a Israele la perdurante libertà di colpire obiettivi all'interno della Siria», spiega Yezid Sayigh, senior associate del Carnegie Middle East Center. «Allo stesso tempo Netanyahu voleva rassicurazioni da Putin che Hezbollah e l'Iran non avrebbero potuto approfittare della copertura russa per importare armi “strategiche” nel Paese». Finora questo accordo pare abbia funzionato – anche se, secondo alcuni analisti, non ci sono state azioni israeliane in Siria da quando Mosca ha posizionato gli S-400 – e non senza contropartita per Mosca. Gli aerei russi, come confermato anche dal generale israeliano Amos Gilad, hanno occasionalmente violato lo spazio aereo israeliano, senza subire – a differenza di quanto accaduto in Turchia – ritorsioni: i piloti sono stati avvisati e hanno immediatamente invertito la rotta. In generale il coordinamento tra i militari russi e israelianicome affermato anche dall'ex ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman – è assolutamente costante.

Quello che, secondo gli esperti, sarà fondamentale capire nel prossimo futuro è se un simile accordo possa reggere alle tensioni che lo scenario siriano genera in continuazione. La Russia, sostenendo Assad insieme all'Iran e a Hezbollah, non dovrebbe godere delle simpatie di Israele, che da sempre considera “l'asse sciita” come la principale minaccia alla propria sicurezza. E tuttavia Mosca ha tutto l'interesse a non esacerbare i rapporti con Tel Aviv e finora si è mostrata sensibile alle esigenze israeliane di impedire che armi in grado di alterare l'equilibrio strategico (che vede l'esercito con la stella di Davide in posizione di irraggiungibile vantaggio) entrino nella regione. Piuttosto Putin sembra disposto ad accettare una qualche corrispondente frizione nei rapporti con Teheran, che pure non dovrebbero degenerare nel breve periodo. «Iran e Russia hanno sfere di influenza distinte in Siria», spiega ancora Yezid Sayigh. «Fintanto che la Repubblica Islamica iraniana potrà far entrare uomini e materiali in Siria, presumo che l'accordo tra Russia e Israele non cambierà troppo i rapporti esistenti e le cose potranno essere sempre aggiustate». L'Iran, almeno al momento, sembra infatti molto più determinato a impedire la caduta di Assad sconfiggendo la guerriglia siriano-sunnita (foraggiata da Turchia e Saud soprattutto) che non a porre le basi per future minacce alla sicurezza di Israele, tanto che avrebbe accettato la mediazione russa con Israele volta a congelare gli attacchi di Hezbollah (anch'esso al momento comunque più impegnato a combattere i sunniti che gli israeliani) dal Golan.

Ma nel medio periodo le cose potrebbero cambiare. Come rilevato da diversi analisti occidentali e non, Russia e Iran hanno diverse agende per la regione e per la Siria stessa. Se Mosca infatti vorrebbe riportare la Siria nelle mani dei militari, laici, legati al regime Baathista di Assad, Teheran è più interessato a farne il santuario di consistenti e forti milizie sciite (alla pari di Hezbollah in Libano), utili un domani nel perseguire lo scontro con l'Arabia Saudita e le altre potenze sunnite. Inoltre le vedute dei due Paesi differiscono proprio circa l'atteggiamento da tenere verso Israele: l'Iran vorrebbe che la “nuova” Siria che emergerà al termine della guerra tornasse ad essere un baluardo anti-israeliano e un ponte tra Teheran e Hezbollah, la Russia invece – che da tempo sta cercando di forgiare buoni rapporti con Israele, e che nell'attuale escalation con la Turchia può contare sulla simpatia di Tel Aviv (fredda con Erdogan dai tempi della guerra di Gaza del 2008-09) – vorrebbe l'esatto contrario. Nella complessità e nella liquidità dell'attuale scenario mediorientale è comunque impossibile pronosticare se queste alleanze e accordi “a geometrie variabili” siano destinate a resistere nel tempo, e il rischio di un incidente è sempre presente.

@TommasoCanetta

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