I dati sul consumo di eroina in Russia fanno spavento. Eppure i centri di recupero sono pochissimi, il concetto di riduzione del danno inesistente, il metadone praticamente illegale perché considerato una truffa dell’Occidente. E le cosiddette terapie sconfinano nella tortura

Un tossicodipendente controlla con le labbra la temperatura della siringa di eroina in un appartamento nella città russa di Tver. REUTERS/Diana Markosian
Un tossicodipendente controlla con le labbra la temperatura della siringa di eroina in un appartamento nella città russa di Tver. REUTERS/Diana Markosian

Un centro per la distribuzione di metadone esiste persino sulle alture del Pamir, in Tagikistan. Ma a Mosca e in tutto lo sterminato territorio della Russia, no.


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«Sono stato giorni fa in alcuni Paesi dell'ex-Urss per il progetto Erna (European Redcross Network on Aids) quali il Tagikistan, il Kirghizistan, il Kazakistan» spiega Massimo Barra, fondatore del centro di recupero per tossicodipendenti di Villa Maraini a Roma e membro dirigente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa «Abbiamo fatto dodici chilometri in salita per raggiungere il centro per la distribuzione di metadone che si trova sulle alture del Pamir. Un'esperienza interessante. A Mosca non si riesce invece ad aprire un percorso per la riduzione del danno, purtroppo. La Russia su questo è un vero e proprio buco nero».

Il paradosso dell'esistenza di un centro per il metadone su un'altura di qualche chilometro in mezzo alla steppa asiatica e la totale assenza di qualunque intervento di riduzione del danno nelle città sfavillanti della Russia così come nei villaggi di uno dei Paesi più industrializzati del mondo sembra quasi surreale.

Eppure il consumo di eroina in Russia, dicono i dati dell'Unodc (United Nations Office for Drug Control) è cresciuto in maniera esponenziale, secondo una ricerca effettuata da Salvatore Giancane, medico tossicologo del Ser.T. Di Bologna che proprio sui dati delle Nazioni Unite ha pubblicato un libro - Il mercato globale dell'eroina, editore Youcanprint - in cui si parla anche della grave situazione in Russia dove metadone e terapie mediche alternative sono del tutto assenti, tanto da essere diventato se non il numero uno, certamente ai primissimi posti delle emergenze sociali russe.

I dati fanno spavento: la Russia è il Paese al mondo col maggior numero di iniettori di droghe, quasi due milioni, anche se secondo fonti non ufficiali sarebbero addirittura il doppio. Un fenomeno iniziato con la guerra in Afghanistan - noto produttore mondiale di oppio - e deflagrato nella metà degli anni '90. I sequestri di eroina, che nel '96 riguardavano 14 regioni, nel '99 erano stati effettuati in ben 70 regioni. Nel solo anno 2011 l'eroina sequestrata durante gli interventi di polizia giudiziaria stabilì un vero e proprio record: 75 tonnellate, perlopiù di provenienza afghana. Un quantitativo sufficiente a coprire il consumo quotidiano per un anno di circa 4 milioni di persone.

Il macabro balletto dei numeri racconta che il 90% dei tossicodipendenti russi è infetto dall'epatite C mentre un terzo convive col virus dell'Hiv. I decessi, nel solo 2000, erano stati 130mila. A fronte di tutto questo, secondo i dati Onu messi in fila dal dottor Giancane, esistono appena 74 centri per la cura dei tossicodipendenti di cui soltanto quattro pubblici. Però il concetto di cura in Russia, per quanto riguarda le tossicodipendenze, appare più che altro come una forzatura concettuale: il metadone è praticamente illegale così come la buprenorfina e le terapie sembrano più una galleria degli orrori che un percorso terapeutico.

Questo accade perchè il direttore dell'Fskn - l'ufficio di Stato per le tossicodipendenze - il generale ed ex-agente del Kgb Viktor Ivanov ritiene che il metadone sia una grande truffa dell'Occidente e che in realtà, parole sue supportate purtroppo anche dall'opinione pubblica e dalla stampa russa, è ben più nocivo dell'eroina stessa e causa addirittura un'incidenza sulla mortalità superiore persino all'eroina “sporca” di strada.

Per questo, come scrive Giancane, “le terapie somministrate nelle strutture pubbliche russe sono prive di fondamento scientifico, oltre che di qualsiasi efficacia: il più delle volte si tratta di abusi e perfino di vere e proprie torture mascherate da metodi di trattamento. Le terapie utilizzate in Russia non lasciano spazio ad interpretazioni e non sono previste né dalla letteratura scientifica né dalle linee guida per il trattamento della tossicodipendenza in altri Paesi: percosse, pestaggi, privazione del cibo, contenzione al letto tramite manette, ipnosi - per convincere i pazienti che di eroina si muore -, elettroshock. Sono state anche riportate pratiche in cui le persone vengono seppellite vive, lasciando fuori solo la testa, ed anche impianti di cervello di cavia. La cura della dipendenza da eroina in Russia è la stessa che viene utilizzata per il trattamento dell’alcolismo e altro non è se non una metodica violazione dei più elementari diritti umani della persona, in mancanza di un qualsiasi tipo di riferimento scientifico. La scienza della cura delle dipendenze in Russia, infatti, viene definita narcologia e non attinge alla letteratura scientifica ma viene elaborata soprattutto con le agenzie che si occupano di controllo sociale, prime fra tutte la polizia ed i servizi segreti”.

Qualcosa che fa sembrare la vecchia pratica Usa del cold turkey, lo svezzamento a freddo dall'eroina, teorizzata in tutti gli anni '60, quasi un percorso umanitario. Qui ci troviamo invece di fronte a una situazione infernale che non a caso è diventata nel tempo propedeutica allo scivolamento selvaggio verso le micidiali sostanze fai-da-te: il famoso krokodil, il mix di farmaci analgesici e quant'altro che, preparato in casa dai tossicodipendenti stessi, provoca la necrosi dei tessuti con effetti devastanti sul fisico e sulla loro vita.

Se infatti il tossicodipendente viene arrestato anche per il solo possesso di sostanze illegali, è costretto ad improvvisarsi piccolo chimico con medicinali il cui mix alla fine è più devastante dell'eroina stessa. Una timida apertura alcuni anni fa sulle politiche di riduzione del danno sembrava affacciarsi: incontri e forum con organizzazioni non governative durante la prima metà del 2000. Ma poi ha vinto la linea dura - parecchie di queste organizzazioni peraltro hanno abbracciato proprio il pugno di ferro dello zar antidroga Ivanov -.

Risale a una decina di anni fa la vicenda di Evghenij Rojzman, fondatore del centro di recupero Città senza droga a Ekaterinenburg. Di fronte all'emergenza per la diffusione di eroina nella città - spacciata per la maggior parte dai rom locali, gli tsygany, e dai tagiki con la complicità della polizia -, Rojzman trovò campo aperto nell'applicazione di metodi coercitivi per la riabilitazione, quali la contenzione a letto e le violenze. Si racconta che abbia persino costretto gli ospiti della comunità a travestirsi da clown ed esporsi al pubblico ludibrio come percorso terapeutico psicologico.

Rojzman, dopo essere stato osannato come salvatore in patria, in seguito venne accusato di aver usufruito di fondi di provenienza illegale per il mantenimento della comunità, ricevendo finanziamenti da un'organizzazione criminale del luogo, la Uralmash. Finita la sua carriera di guru anti-droga, si presentò candidato alle elezioni nel 2013 per la carica di sindaco di Ekaterinenburg e vinse. In seguito venne sconfitto quando tentò la scalata sulla poltrona di governatore della regione di Sverdlovsk.

Un discorso a parte merita la situazione dei tossicodipendenti in Crimea, subito dopo l'annessione alla Russia. Il governo di Kiev, sin dal 2006, porta avanti il progetto terapeutico a base di metadone. In un'inchiesta della Novaja Gazeta del 2016, alcuni utenti crimeani dei centri per la distribuzione di metadone e buprenorfina - un altro valido sostituivo farmaceutico degli oppiacei - raccontarono che, una volta applicata la legge russa sugli stupefacenti anche sulla penisola appena ammessa, questi centri vennero chiusi in due mesi, con una riduzione accelerata delle dosi di metadone da quantitativi di 120 mg - una dose molto alta - a zero in appena otto settimane.

Parecchi tornarono all'eroina di strada. Chi già infetto da epatite C o Hiv, che grazie al metadone riusciva almeno ad alleviare dolori e malesseri, si trovò in una situazione di estremo disagio. Risultato: un'ottantina di morti in poco tempo, tra overdose e veri e propri suicidi da stress.

Diversa la condizione dei tossicodipendenti del Donbass, ufficialmente territorio ucraino ma in mano ai separatisti filo-russi, dove nonostante il conflitto con Kiev in qualche modo un certo quantitativo di metadone veniva fatto arrivare, superando per vie traverse persino lo sbarramento della linea bellica.

@giancarlocastel

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