L’annunciata riforma delle pensioni fa cadere il consenso di Putin e porta i russi in piazza. L’aumento dell’età pensionabile a 65 anni renderà più sostenibile il sistema ereditato dall’Urss. Ma quasi la metà dei lavoratori potrebbe non vivere abbastanza a lungo da arrivarci

Stadio Fisht, Sochi, Russia - 7 luglio 2018. Un tifoso russo disperato alla fine della partita REUTERS / Carl Recine
Stadio Fisht, Sochi, Russia - 7 luglio 2018. Un tifoso russo disperato alla fine della partita REUTERS / Carl Recine

Con la Russia fuori dai giochi, l’euforia per i Mondiali è destinata a spegnersi rapidamente. E i russi a tornare a fare i conti con la realtà politica ed economica del Paese. Una realtà che, proprio durante il primo calcio d’inizio, si è annunciata drammatica per milioni di lavoratori vicini alla pensione. E che forse non arriveranno mai a vederla.


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La riforma annunciata dal primo ministro Dmitry Medvedev - insieme a un aumento dell’Iva dal 18 al 20% - proprio durante la sontuosa inaugurazione dei Mondiali non è poi passata così in sordina come sperato. Né  il luccichìo della coppa del mondo né le vittorie della nazionale russa sono state in grado di far distogliere lo sguardo della base elettorale di Putin dal disastro annunciato: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 63 per le donne – dagli attuali 60 e 55 – in un Paese in cui l’aspettativa di vita è ai minimi europei. Secondo la Banca mondiale, il 35% degli uomini russi non supera i 60 anni e 43% non arriva ai 65 anni. Nel 2016 l’aspettativa di vita era di 66 anni e mezzo, e in ben 47 delle 83 regioni della Federazione gli uomini non vivrebbero abbastanza a lungo da arrivare alla pensione.

L’annuncio di Medvedev ha avuto subito un effetto, quello di far crollare il consenso di Putin ai livelli precedenti all’annessione della Crimea. Secondo l’istituto di sondaggi Fom, il dato è precipitato dal 78 al 64% in pochi giorni. E questo nonostante l’arma di distrazione di massa dei Mondiali.

Il Cremlino si è affannato a prendere le distanze: il portavoce del presidente, Dmitry Peskov, ha detto che Putin non è coinvolto nella discussione della riforma, che è invece portata avanti dall’ufficio di Medvedev. Ma questo, al di là della sua plausibilità, non ha impedito di ricordare a molti le parole di Putin del 2005: «Sono contrario a un innalzamento dell’età pensionabile. Finché sarò presidente non sarà presa nessuna decisione del genere».

Le mani nelle tasche dei russi

All’inizio di luglio migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in una trentina di città in tutto il Paese. Se i Mondiali non sono riusciti a mettere in sordina la riforma, il loro costo stimato di 10 miliardi di euro è stato fonte di ulteriore malcontento. In molti brandivano cartelli contro le spese superflue del governo, compreso il ponte sullo stretto di Kerch, un’opera da tre miliardi e mezzo di euro.

A manifestare dissenso verso la riforma non sono stati finora solo comuni cittadini. Boris Kravchenko, a capo del secondo più grande sindacato russo, la Confederazione del lavoro, con 2,5 milioni di iscritti, ha detto chiaro e tondo che «Con la riforma la maggioranza degli uomini russi non vedrà la pensione». Il sindacato ha organizzato una petizione contro la nuova legge, che ha già raccolto più di due milioni di firme.

Le manifestazioni, oltre ad aver dimostrato che quando si mettono le mani nelle loro tasche i russi sono pronti a scendere in piazza, sembra abbiano spinto il governo a rivedere la cosa. Natalia Timakova, portavoce di Medvedev, ha detto che al momento si tratta solo di una proposta allo studio del primo ministro, lasciando intendere che potrebbe essere modificata. Intanto, all’estremità del bastone è stata appesa una carota, la promessa di aumentare le pensioni dal prossimo anno di circa 12 euro al mese.

Sistema staliniano

Non esisterà Paese al mondo in cui l’innalzamento dell’età pensionabile possa essere popolare e il sistema russo, che non subisce modifiche dai tempi di Stalin, richiede certamente un adeguamento. I russi oggi smettono di lavorare prima di ogni altro lavoratore d’Europa, compresa la Turchia. I 36 milioni di pensionati attuali prendono una media di 170 euro al mese. La riforma in discussione, va detto, prevede un innalzamento graduale, di sei mesi ogni anno, in modo da arrivare al tetto stabilito nel 2034. Un piano che sarebbe supportato dalle previsioni demografiche. L’aspettativa di vita, benché molto bassa, è in continua crescita: la speranza è di portarla entro il 2025 a 76 anni.

Se non si facesse nulla, nel 2035 i pensionati sarebbero 42 milioni. Un quadro che, con questi dati economici del Paese, non è sostenibile. Il fondo pensioni costa già oggi il 2,5% del Pil e accumula un deficit ogni anno di 30 miliardi di euro, dal momento che i lavoratori attivi sono troppo pochi per bilanciare l’esborso.

La riforma, calcolano al governo, comporterebbe di contro un aumento della forza lavoro di 1,8 milioni di persone e un aumento del Pil dell’1,3% nel giro già di sei anni. Oltre a un risparmio di 30 miliardi di euro.

I numeri, si sa, funzionano poco con l’opinione pubblica. Le ragioni economiche difficilmente andranno giù ai lavoratori russi ma il sistema richiede una riforma. E la delusione dell’eliminazione dai mondiali potrebbe non essere l’unica di questa estate.

@daniloeliatweet

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