Lo scorso anno i procedimenti per estremismo sono quintuplicati in Russia. La definizione del reato è così generica da poter colpire chi fa girare una barzelletta sui social. Ora Putin promette una parziale depenalizzazione. Ma non è detto che l’articolo 282 diventi meno soffocante

Una guardia di sicurezza russa davanti al Cremlino. REUTERS/Maxim Shemetov
Una guardia di sicurezza russa davanti al Cremlino. REUTERS/Maxim Shemetov

La Russia di Putin è quel Paese in cui puoi finire in carcere per un post su un social network o per un tweet. L’articolo 282 del codice penale punisce duramente qualunque forma di incitamento all’odio. La definizione è talmente – e volutamente – generica da aver trasformato la norma negli ultimi anni in un’arma ampiamente discrezionale nelle mani della polizia russa. La corte suprema ha calcolato che solo nello scorso anno i procedimenti per “estremismo” contro cittadini russi si sono quintuplicati.


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Putin si era impegnato a intervenire sull’articolo 282 la scorsa estate, durante uno show televisivo in cui il presidente risponde alle domande dei russi, dopo che un deputato della Duma aveva definito il reato una «completa idiozia».

Il carcere per una barzelletta

E in effetti, non c’è modo migliore per descrivere i risultati della legge. Come si può altrimenti definire il caso di Alexander Byvshev, un insegnante di campagna della regione di Oriol, licenziato e condannato a 330 ore di servizi sociali lo scorso aprile per aver postato su Vkontakte una poesia di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina?

E quello di Eduard Nikitin, processato il mese scorso a San Pietroburgo e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio per una barzelletta? Nel 2017, secondo un rapporto pubblicato dal centro di ricerca non governativo russo Sova, 658 persone sono state incarcerate e più di 3500 condannate a pena pecuniaria, con accuse che vanno dall’offesa del sentimento religioso all’incitamento all’odio, fino al terrorismo. Nel 2011, quando Putin doveva ancora iniziare il suo terzo mandato, erano stati rispettivamente 133 e 182.

Qualcosa come il 90 per cento dei casi riguarda fatti avvenuti online. Quasi tutti su Vkontakte, il Facebook russo, sul quale il 68 per cento dei russi ha un profilo.

Il gigante del web russo Mail.ru – divenuto proprietario di Vkontakte dopo la fuga all’estero del suo creatore Pavel Durov, papà anche di Telegram – ha cominciato a rendersi conto che un numero così alto di condanne sta danneggiando l’immagine del social network. Per questo si è rivolto sia alla corte suprema chiedendo di riconsiderare i casi ancora aperti sia al parlamento per chiedere l’amnistia dei condannati.

Diritto allo sberleffo

Nel frattempo, la stessa corte suprema darà entro fine mese nuove istruzioni ai tribunali per definire cosa sia effettivamente estremismo. Ci si aspetta che affermi che un post su internet non sia da solo prova di incitamento all’odio e che, prima di emettere una condanna, sia considerato anche il numero di follower raggiunti dal post.

Ma il vero cambiamento è atteso dal disegno di legge di Putin, che prevede una sanzione amministrativa per gli incensurati. Salvo poi poter comminare fino a cinque anni di carcere in caso di recidiva nel giro di un anno.

Secondo Pavel Chikov, capo dell’ong Agora che si occupa della difesa in molti processi per estremismo, si tratta di una buona notizia per tutti quelli che stanno affrontando un’accusa di questo genere.

Ma l’entusiasmo potrebbe presto essere spento dalla prova sul campo.

«È importante distinguere tra i post messi lì per avere qualche like e quelli capaci davvero di creare danni», ha detto il portavoce di Putin nonché suo consigliere per le questioni tecnologiche, Dimitri Peskov. «Ma sono d’accordo sul fatto che l’attività sui social network possa essere dannosa per la società», ha subito aggiunto.

Le parole di Peskov non fanno infatti intravedere alcuna intenzione del Cremlino di rendere l’articolo 282 del codice penale meno soffocante. Anzi. Putin, che conosce bene la macchina repressiva sovietica, ricorda certo le condanne a 25 anni di Gulag per un anedokt su Stalin; e sa anche bene che quando un regime comincia a prendere sul serio le barzellette mostra tutta la sua fragilità invece che la sua forza, cade nel ridicolo. O, per dirla con Karl Marx, «La fase finale di un sistema politico è la commedia».

Il Cremlino non vuole certo che la legge contro l’estremismo si trasformi in farsa. E allora, che ai russi sia concesso il diritto allo sberleffo, ma con moderazione.

Per la cronaca, la barzelletta costata a Nikitin l’ospedale psichiatrico è questa: “Il figlio al padre: «Papà, pensi che cambierà qualcosa dopo le elezioni». E il padre: «Non credo. Non bastano due ciliegie su un mucchio di escrementi per farne una torta»”.

@daniloeliatweet

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