Rwanda, a 20 anni dal genocidio le ferite sono ancora aperte

Le aiuole sono curate, le strade ben tenute, i cantieri spuntano come funghi, uno dopo l’altro. Kigali è una città in fermento, così come l’intero Rwanda. Un paese che ha visto crescere le propria economia ad un ritmo impensabile per l’asfittica Europa: 8% di media annua negli ultimi cinque anni.

Un boom possibile grazie agli ingenti aiuti internazionali che da subito dopo il Genocidio del 1994 hanno iniziato a riversarsi nel paese, ma anche all’apparente stabilità che l’autoritario presidente Paul Kagame è riuscito a dare al paese, cosa che ha convinto molti investitori stranieri, in primis gli immancabili cinesi che, tra le altre cose, stanno costruendo i futuri hotel di lusso della capitale, il Marriot e l’Hilton, a investire in Rwanda.

Quest’anno il paese celebra i 20 anni dal Genocidio, uno degli eventi più tragici, violenti e drammatici dell’epoca moderna. Una vera e propria mattanza che, partita da lontano, all’incirca dalla metà degli anni ’50, e alimentata nel corso degli anni da propaganda politica e lotte per il potere, ha portato, nell’aprile del 1994 all’uccisione, a colpi di machete, di oltre 800mila Tutsi in meno di 100 giorni. Un massacro perpetrato dalla popolazione Hutu, sapientemente manovrata dal governo di allora.

Un Genocidio che, nonostante i vent’anni passati, rimane scolpito nella memoria dei rwandesi e che il paese si appresta a celebrare in maniera grandiosa. Il governo Kagame sta investendo molto nella riconciliazione del paese, invitando gli Hutu ancora rifugiati all’estero, per lo più in Repubblica Democratica del Congo, a rientrare in patria.

Ma le ferite rimangono aperte e la tensione nel paese, seppur celata dai buoni propositi del governo, rimane palpabile. I sopravvissuti faticano ancora a parlare di quello che è successo venti anni fa e in molti si ritrovano a vivere di nuovo fianco a fianco a quelle persone che, uscite dal carcere, sono state i carnefici magari delle loro famiglie e dei loro amici.

Jean Paul è una delle poche persone, da quando sono giunto in Rwanda, che parla apertamente di tensioni ancora forti all’interno della società: «la gente ha paura di parlare, di dire cose che possono dare fastidio al governo. Il paese è iper controllato, non esiste un’opposizione e i media indipendenti stanno sparendo. Questo pensiero unico imposto dal presidente Kagame, se da un lato serve a rassicurare gli investitori stranieri, dall’altro non fa altro che nascondere sotto una coperta il malessere e le tensioni nel paese».

Jean Paul durante il Genocidio ha perso tutta la sua famiglia, è riuscito a salvarsi solo perché essendo bambino e non molto alto è riuscito a nascondersi per giorni in mezzo ai papiri che crescono di fianco al fiume Nyabarongo. «I nostri vicini di casa, subito dopo l’attentato all’aereo del presidente Habyarimana, sono entrati in casa e hanno ucciso uno dopo l’altro a colpi di machete mio padre, mia madre e i miei due fratelli. Io ero andato a giocare da un amico e ho visto da lontano quello che era successo. Ho iniziato a correre e mi sono nascosto tra i papiri per quattro, cinque giorni, fino a quando un prete mi ha preso e nascosto a casa sua».

Ora Jean Paul vive ancora a Kigali e i suoi vicini sono sempre quelli che gli hanno massacrato la famiglia. Guardando la loro porta di casa mi dice: «il paese non potrà mai dimenticare, nessuno cerca vendetta, sia chiaro, ma il Rwanda rimane comunque una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro».

(L’autore si trova attualmente in Rwanda per una serie di reportage finanziati dal Pulitzer Center on Crisis Reporting di Washington D.C)

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