Così gli autocrati post-sovietici hanno prodotto jihadisti

La lotta al terrore in Asia centrale è servita a reprimere il dissenso. Con risultati catastrofici. I muezzin sono stati azzittiti, i moderati sono finiti in carcere, i radicali a combattere all’estero con l’Isis. Ma dopo l’attentato di Saipov a New York qualcosa è cambiato

Un muezzin chiama alla preghiera durante il mese di Ramadan. REUTERS/Danish Ismail
Un muezzin chiama alla preghiera durante il mese di Ramadan. REUTERS/Danish Ismail

Quando Sayfullo Saipov nel 2010 lasciò l’Uzbekistan per gli Stati Uniti - dove lo scorso 31 ottobre ha seminato morte e distruzione sulla pista ciclabile che costeggia il fiume Hudson a New York - i muezzin avevano da tempo smesso di chiamare alla preghiera. Più precisamente da cinque anni e dai fatti di Andijan.

La repressione anti-islamica del presidente Islam Karimov, l’unico che il Paese avesse mai avuto dall’indipendenza fino alla sua morte nel settembre del 2016, era cominciata nel 1999 all’indomani di un attentato nella capitale. Ma era diventata più letale e indiscriminata nel maggio del 2005 quando elementi dei servizi segreti e della polizia fecero fuoco su una manifestazione pacifica nella città della valle di Fergana, cuore pulsante dell’Islam conservatore nel Paese.

Fu una strage – le vittime furono 187, secondo fonti ufficiali, oltre 1,500 secondo testimoni oculari. Le autorità accusarono elementi del Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU) di aver fomentato gli scontri e ne seguì un giro di vite che portò all’arresto di giornalisti uzbeki e all’espulsione dei pochi internazionali, mentre migliaia di dissidenti, veri o presunti, scomparivano nelle prigioni. I moderati, impauriti, si unirono ai poveri ed emigrarono, finendo spesso con il radicalizzarsi all’estero, mentre gli affiliati all’IMU e all’idea di un califfato in Asia centrale che riuscirono a sfuggire alle epurazioni si reinventarono in Afghanistan tra le fila della cellula locale dello Stato islamico.

L’azan, la chiamata alla preghiera, venne bandito

Le purghe non mancarono anche nel vicino Tagikistan dove il presidente Emomalli Rahmon, saldamente al potere dal 1994, ha promosso il laicismo nel Paese tagliando barbe, “sconsigliando” il velo alle donne, e chiudendo i negozi che vendevano abbigliamento troppo “islamico”. Il Paese più povero degli Stan per un po’ aveva tentato la strada della convivenza politica – gli accordi di pace del 1997, che siglarono la fine della guerra civile tra liberal-democratici e islamisti,integrarono leader e combattenti dell'opposizione islamica assegnando loro una quota del 30% nelle strutture statali. Ma il divario negli anni si è ampliato, con il crescente autoritarismo di Rahmon a esasperare gli animi già malconci a causa di una povertà disperata e una corruzione endemica. Nel settembre del 2016 il presidente, al quale il parlamento ha affibbiato il titolo di “Leader della nazione” e garantito a lui e alla sua famiglia l’immunità a vita, ha dichiarato fuorilegge il Partito della rinascita islamica del Tagikistan (IRPT).

Ma per gli osservatori le epurazioni fomentano il radicalismo anzichè sradicarlo

“Lo studio è fondamentale per ogni musulmano, ma i regimi dittatoriali [della regione] hanno chiuso le porte allo studio dell’Islam e individui come [Saipov] si ritrovano a navigare la rete e a rivolgersi a imam ignoranti senza una vera conoscenza dei principi dell’Islam e finiscono con l’abbracciare una visone radicale della religione,” spiega Shahida Tulganova, giornalista uzbeka già producer di punta della BBC. “nel dibattito religioso la soluzione del problema, nel pluralismo, non nella sua repressione.”

Ma gli autocrati che emersero nella regione alla caduta dell’URSS - eccezion fatta per il Kirgizistan che rimane un Paese complesso ma con una parvenza di democrazia -sono allergici alla parola pluralismo. Il totalitarismo di singoli individui ha rimpiazzato quello comunista - all’alba dei nuovi stati indipendenti la mancanza di fede come fede morì sotto i copi di falce e martello e l’Islam risorse come un’Araba Fenice.

“Le ideologie vanno e vengono, sostituendosi l’una all’altra, e l’Islam ha riempito il vuoto ideologico lasciato dal comunismo,” continua Tulganova, “La gente aveva bisogno di un rinnovato senso d’identità che la riconnettesse al proprio passato pre-URSS.”

Non che i Soviet avessero estirpato totalmente l’Islam, avevano piuttosto fissato dei paletti, istituzionalizzandolo. L’ente per l’amministrazione spirituale dei musulmani in Asia centrale (Sadum), creato nel 1943,vigilava sulla fede, nominava gli imam, pubblicava libri, organizzava conferenze ad hoc che combinavano il Corano con il Capitale. Un Islam “un po’ socialista” insomma. I nuovi Stati ereditarono strutture simili per far buona guardia sull’“Islam buono” - la macchina della propaganda costruisce e rilancia l’immagine di leader devoti (il pellegrinaggio alla Mecca di Rahmon e famiglia è stato ripreso su ogni media possibile in Tagikistan) per non alienare la popolazione altrimenti facile preda di posizioni che sfidano il loro potere. E la lotta al terrorismo è stata strumentalizzata per imprigionare, intimidire o spingere all’esilio attivisti religiosi e dissidenti, soprattutto nel caso uzbeko. Da parte sua l’“Occidente”, all’indomani dell’11 settembre si è guardato bene dal criticare simili pratiche, dipendente com’era dal sostegno logistico per le truppe impegnate in Afghanistan.

Il risultato è stata la delocalizzazione a ovest. Il numero centro-asiatici tra i militanti dello Stato islamico in Siria e Iraq è negli anni cresciuto, così come il loro numero nei quadri d'elite e di comando. Nel 2015 l’International Crisis Group (ICG) stimava che fossero tra i 2.000 e i 4.000, gli uomini e donne, soprattutto uzbeki, tagiki e kirghizi, che avevano abbracciato il radicalismo dell’Isis. Il caso più eclatante rimane quello di Gulmurod Khalimov che nel 2015 abbandonò il ruolo di tenente-colonnello delle forze speciali tagiche per unirsi all’IS in Siria, sostituendo nel settembre del 2016 il georgiano Tarkhan Batirashvili, nom de guerre Omar al-Shishani, quale ministro della guerra. Il Cremlino ha dato notizia dell’uccisione di Khalimov lo scorso 8 settembre, ma la sua morte non è stata confermata.

L’ICG ha evidenziato come i governi degli Stans hanno sfruttato il fenomeno per contrastare il dissenso, sottolineando, come Tulganova, che la strada per contrastare la radicalizzazione – in loco o in formato esportazione – è quella del pluralismo politico e religioso, nonchè nuove politiche del lavoro.

In Uzbekistan, guidato dall’ex Primo ministro Shavkat Mirziyouev diventato presidente alla morte di Karimov, ci sono piccoli segnali. Dissidenti e giornalisti sono stati liberati – a partire da Muhamman Bekjanov, in carcere dal 1999 – e circa 16.000 persone, inserite nelle liste nere dei “sospetti” sono stati riabilitate; organizzazioni come lo Human Rights Watch hanno potuto rientrare nel Paese,sono state annunciate riforme economiche.

E una settimana dopo l’attacco a New York, a Tashkent si sono svegliati al canto del muezzin – è tornato l’azan. (2- fine)

@monicaellena

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