Tornano tutte le sanzioni Usa, nel mirino anche l’export del petrolio. Washington potrebbe concedere una deroga ad alcuni Paesi, Italia inclusa. L’Europa fatica a lanciare lo strumento finanziario che dovrebbe proteggere gli scambi con l’Iran. E molti operatori privati per evitare rischi si defilano 

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif parla durante una conferenza stampa a Istanbul, in Turchia, il 30 ottobre 2018. REUTERS / Murad Sezer
Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif parla durante una conferenza stampa a Istanbul, in Turchia, il 30 ottobre 2018. REUTERS / Murad Sezer

Il presidente Hassan Rouhani ha rassicurato l’Iran sulla scadenza del 4 novembre, data in cui è stato appena confermato da Washington il ripristino - a partire dal giorno successivo - della seconda tranche delle sanzioni Usa, quelle sull’export di petrolio, il traffico marittimo e la Banca centrale iraniana. E dalle pagine del Financial Times è anche tornato ad avvertire l’Europa dei rischi dell’unilateralismo Usa. «La tradizione europea del multilateralismo», ha sottolineato, «le permette di giocare un ruolo importante nel rafforzare la pace e la stabilità, in linea con la sua identità e i suoi interessi».


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«Il 4 novembre di quest’anno si traduce in una nuova forma di oppressione da parte dell’America», ha detto Rouhani a proposito di una data simbolica per entrambe le parti, l’anniversario della presa della ambasciata Usa a Teheran del 1979. Ma ha anche assicurato che il governo non teme le minacce, grazie anche al sostegno di molti Paesi europei ed asiatici. «I rappresentanti Usa», ha detto, «hanno prima annunciato che ridurranno l’export del nostro petrolio a zero, poi che il processo potrebbe richiedere due o tre mesi. Ma non saranno in grado né di portarlo a zero né di ridurlo”.

Il governo è infatti determinato a non far scendere l’export di petrolio iraniano sotto il milione di barili al giorno contro i 2,5 milioni di prima ed è convinto che il suo greggio non possa essere sostituito da altri produttori come l’Arabia Saudita. D’altra parte, sistemi per aggirare le sanzioni Usa non mancano all’Iran, che ne ha già potuti rodare alcuni tra il 2012 e il 2015, anche se allora il fronte Usa-Ue era unito sulla scelta delle sanzioni.

Gli stessi Stati Uniti, d’altra parte, hanno dovuto concedere una deroga, benché temporanea, a otto Paesi importatori di greggio iraniano. Nella lista degli esentati, che sarà annunciata il 5 novembre, vi sarebbero Giappone, India, Turchia , Corea del Sud e anche l’Italia, secondo le indiscrezioni di alcune fonti diplomatiche.

Ma in questo hanno scontentato i falchi della Casa Bianca e del Congresso, che speravano anche in una totale e non solo parziale esclusione delle banche iraniane dal sistema Swift, sistema di messaggistica finanziaria cruciale per le transazioni internazionali: una scelta che potrebbe comportare forti rischi, secondo alcuni analisti, per la predominanza del dollaro nei mercati mondiali. L’Europa tuttavia, ha precisato il segretario di stato Mike Pompeo che ha parlato con il suo collega al Tesoro Steve Mnuchin, è esclusa dalle esenzioni.

Bruxelles, da parte sua, ha appena ribadito il suo impegno nel trovare strumenti per difendere gli scambi economici reciproci, con una nota congiunta dell’Alta rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini e dei ministri di Francia, Gran Bretagna e Germania. L’intento è “proteggere gli operatori economici europei impegnati in affari legittimi con l’Iran”, vi si legge. E si sta continuando a lavorare, con Russia e Cina, sul mantenimento dei canali finanziari e delle esportazioni di petrolio e gas iraniani. Sforzi intensificati nelle ultime settimane, in particolare per lo Special Purpose Vehicle (Spv), e che saranno al centro del prossimo incontro dei ministri delle Finanze Ue.

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif avrà di certo parlato anche di questo in una telefonata a Mogherini e altri ministri europei. L’Svp è uno strumento che dovrebbe permettere la prosecuzione dell’import-export con l’Iran con forme di pagamento indirette, paragonabili ad un sistema di baratto o permuta tra esportatori e importatori che non coinvolgerebbe le banche iraniane. Annunciato a fine settembre a New York, lo Spv avrebbe dovuto nascere in tempo per il 5 novembre. Ma non sarà attivo prima dell’inizio del 2019, ha appreso nei giorni scorsi la Reuters. Secondo il Financial Times, uno dei principali ostacoli sulla strada dell’Svp è rappresentato dal fatto che non si trovano Paesi disposti a fare sede legale per l’apposita società. E una portavoce della Commissione ha ammesso con la CNN che alcuni diplomatici sono preoccupati per la reazione delle proprie opposizioni interne

Di fatto molte questioni restano aperte sull’Svp e, secondo fonti diplomatiche contattate da eastwest.eu, ci vorranno 6-12 mesi per comprendere bene come potrà funzionare. Se il suo varo è un importante segnale politico, il quadro generale è infatti abbastanza complesso e difficile da decifrare. Va considerato, per esempio, che a decidere se comprare petrolio iraniano saranno gli importatori privati ed è logico attendersi una certa riservatezza degli operatori, un loro disimpegno potrebbe riguardare solo gli investimenti ma non gli scambi commerciali e le loro scelte dipendono dalla loro interconnessione con il mercato globale e dunque con gli Usa.

Da Washington, il 16 ottobre, è intanto partita un’altra bordata contro Teheran, con nuove sanzioni - e non saranno le ultime - contro 20 aziende e istituzioni finanziarie legate alla fondazione Taavon Basij, ritenuta sostenitrice dei Basij, miliziani volontari legati ai Pasdaran. I legami tra questi e gli enti sanzionati possono essere, in realtà, molto lontani e difficilmente rintracciabili anche con un’accurata due diligence.

Ma a finire nella lista nera sono state anche banche di grande rilievo come la Parsian Bank, un punto di riferimento non solo per l’imprenditoria straniera ma anche per le attività umanitarie – un campo, quello delle forniture umanitarie e dei medicinali, per il quale molto temono gli iraniani anche alla luce delle esperienze del passato -. Evidente è dunque lo scopo di Washington di scoraggiare qualunque relazione con l’Iran, proprio quando il Parlamento iraniano compiva importanti passi avanti nell’adeguare la propria legislazione alla normativa internazionale contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, come richiesto dal Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Gafi o Faft).

E proprio a queste ultime sanzioni, che colpiscono alcune delle sue banche partner in Iran, si riconduce la decisione della Banca Popolare di Sondrio, uno dei pochi istituti bancari italiani ad operare da molto tempo nel Paese, di sospendere le attività di partnership per riconsiderarne le modalità. Sospesi “per l’accresciuto rischio di operatività in Iran” anche i rapporti con gli iraniani residenti in Italia che si appoggiavano proprio a questa banca per i propri conti correnti e costretti ora a cercare non facili alternative.

Che per un iraniano in Italia nulla sia facile lo dimostrano anche il caso di un rifugiato politico che si è visto negare un accredito dall’estero. Un caso che per alcuni analisti rientra in un atteggiamento di over compliance, diffuso nel sistema bancario italiano, che rischia di fare più danni delle sanzioni Usa.

@lb7080

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