Scontri e morti allo stadio, una nuova tappa del braccio di ferro tra potere e ultras in Egitto

A leggere i giornali egiziani delle ultime settimane sembra di essere tornati a tre anni fa, ai giorni successivi alla strage di Port Said, in cui oltre 70 persone morirono negli scontri tra ultras di al Masry e Al Ahly. Questa volta il massacro è avvenuto al Cairo, dove venti persone sono morte all’esterno dello stadio dell’Aeronautica, poco prima della partita tra Zamalek e Enpi.

Hurghada, Egypt Egyptian security personnel look on during cold weather at the Egyptian Premier League soccer match between Al Ahly and Al Masry at El-Gouna stadium in Hurghada January 10, 2015. Egyptian authorities will partially lift a ban on supporters at domestic stadiums, ending three years of league football being played in empty arenas, the country's football association announced. There had been a blanket ban on supporters following the Port Said riot on Feb. 1, 2012, when 74 people were killed during clashes between supporters of the Al Masry club and the country's most popular team, Al Ahly. REUTERS/Amr Abdallah Dalsh

Ma oggi come allora la rappresentazione è la stessa: le colpe sono dei tifosi organizzati, mentre le forze di sicurezza e le istituzioni hanno fatto il possibile per garantire l’ordine. Quasi che quello avvenuto in Egitto non sia altro che una riproposizione in salsa mediorientale del disagio giovanile degli hooligan inglesi anni ottanta. La realtà è molto diversa, e gli equilibri politici spiegano più della sociologia.

Partiamo dalla ricostruzione dei fatti. La partita è la prima gara di campionato aperta al pubblico dopo quasi tre anni di stop. Per l’occasione l’Efa, la Federcalcio locale, decide di emettere solo 10mila biglietti mentre la polizia annuncia che “saranno utilizzate nuove strategie per assicurare che i fan siano ‘disciplinati’ durante gli incontri”. Di cosa si tratti, è presto chiaro: per accedere allo stadio viene creato un viottolo angusto delimitato da barriere artigianali di filo spinato.

Come prevedibile, dopo l’inizio degli scontri è proprio quella strettoia senza vie di fuga a diventare la trappola in cui perdono la vita la maggior parte delle vittime. Un rapporto medico preliminare dell'autorità forense egiziana ha stabilito che i morti riportano contusioni e abrasioni al petto, come risultato della pressione sulla cavità toracica e i polmoni, mentre nessuno sarebbe rimasto vittima delle munizioni e dei gas lacrimogeni sparati dalla polizia. Resta da chiarire quale sia il fattore scatenate degli scontri. "I supporter dello Zamalek hanno tentato di entrare (nello stadio) con la forza, e abbiamo dovuto impedirgli di danneggiare la proprietà pubblica”, si legge nella versione istituzionale. Divergente, come sempre accade, la versione dei supporter dello Zamalek, noti come “Ultras White Knights”, che in un post su Facebook parlano di un “massacro premeditato” e di “una sporca cospirazione”. Un video caricato sui social media sembra avvalorarne la tesi, mostrando la polizia che spara contro la folla dei sostenitori in attesa all’esterno dello stadio.

 

Ostacolo alla “normalizzazione”

Fatto sta che per spiegare cosa è accaduto ancora più che le ricostruzioni sul campo serve rammentare il contesto in cui si è svolto. Ricordare ad esempio i citati fatti di Port Said del febbraio 2012, quando 74 persone erano rimaste uccise negli scontri scoppiati scoppiate durante la partita tra al-Masry e al-Ahly. Anche allora era parso evidente da subito come le violenze non fossero attribuibili tanto alla rivalità tra Green Eagles, la tifoseria locale, e Alawy, quella ospite, quanto piuttosto alla gestione impropria (e consapevole, secondo gli avvocati delle vittime) dell’ordine pubblico da parte delle forze di sicurezza.

Non è un mistero che gli ultras egiziani abbiano acquistato un ruolo di attore politico e che proprio per questo siano malvisti dalle autorità. Già durante gli ultimi anni di governo di Hosni Mubarak gli stadi avevano costituito una sorta di porto franco all’interno dell’Egitto, esclusi dal controllo pervasivo del regime, e al tempo stesso erano diventati un terreno di confronto tra forze di sicurezza e gruppi di tifosi organizzati, garantendo a questi ultimi una “competenza” tornata poi utile nelle rivolte di piazza scoppiate all’inizio del 2011.

“Prima della caduta di Moubarak gli ultras erano un gruppo ribelle e fortemente contrario al ministero dell’Interno, alla polizia e al regime”, ha spiegato in passato Sophie Pommier, esperta di Egitto presso l'IEP di Parigi con riferimento particolare ai gruppi dell’Al-Ahly, sottolineando che questa tendenza si è accentuata durante la rivoluzione. È qui che gli ultras hanno giocato un ruolo importante portando la propria esperienza di guerriglia urbana contro le forze dell’ordine. Come ricorda Mohamed Elgohari nel suo saggio sul ruolo degli ultras nella rivoluzione egiziana [2013], “secondo molti testimoni oculari, i manifestanti presenti in piazza nei giorni della rivoluzione non sarebbero stati in grado di affrontare la massiccia repressione della polizia senza la presenza degli ultras. I frequenti scontri tra i gruppi Ultras e le forze di sicurezza hanno consentito ai membri dei gruppi di sviluppare tecniche e tattiche efficaci per affrontare le forze di sicurezza. Negli scontri durante e dopo la rivoluzione, gli Ultras erano sempre in prima linea e hanno mostrato coraggio senza precedenti, spingendo altri rivoluzionari a seguirne l'esempio”.

Il confronto è proseguito anche dopo, con tutti i soggetti che hanno assunto il potere in Egitto nella travagliata transizione post-Mubarak. Nel corso dell’ultimo anno il quotidiano filogovernativo Al-Ahram ha spesso puntato il dito contro “gli ultras dei potenti club calcistici egiziani Ahli e Zamalek” ritenuti “un fenomeno pericoloso”, oltre che “un simbolo di distruzione”, chiedendone la cancellazione.

Di fatto gli ultras restano tuttora un ostacolo alla “normalizzazione” post-rivoluzione, e sono vittime dello stesso processo di restaurazione di cui hanno fatto le spese anche altri soggetti politici indipendenti protagonisti delle rivolte del gennaio 2011. Rispetto a questo network non organico al potere gli ultras egiziani rappresentano non necessariamente il soggetto politicamente più pericoloso, ma di certo uno dei meglio organizzati. I fatti di domenica al Cairo non sono che una tappa in un conflitto di potere sempre più lungo.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA