La battaglia navale del 25 novembre è l’ultimo episodio di una guerra silenziosa, che va avanti da mesi, in una striscia di mare strategicamente cruciale. Passando al confronto diretto, Mosca alza il livello dello scontro. E sfida la comunità internazionale, oltre a Kiev 

Il ponte che collega la terraferma russa con la penisola di Crimea attraverso lo stretto di Kerch, in Crimea, il 26 novembre 2018. REUTERS / Pavel Rebrov
Il ponte che collega la terraferma russa con la penisola di Crimea attraverso lo stretto di Kerch, in Crimea, il 26 novembre 2018. REUTERS / Pavel Rebrov

L’incidente del 25 novembre nello stretto di Kerch è solo l’ultimo, e più eclatante, episodio di una silenziosa guerra già in corso da mesi nel Mar d’Azov. Dal completamento del ponte sullo stretto che ha cementato l’unione anche fisica della Crimea alla Russia, chiudendo di fatto il piccolo mare, Mosca ha pompato i muscoli nei confronti dell’Ucraina per estendere il proprio controllo anche oltre la penisola occupata.


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Sono stati diversi nelle scorse settimane i casi di incontri ravvicinati tra imbarcazioni militari russe e guardia costiera ucraina ed era quasi scritto nelle cose che prima o poi si sarebbe dovuto verificare un incidente più grave.

Pur con i colpi sparati contro due navi militari ucraine e il loro sequestro, con buona probabilità quello di lunedì non sarà il casus belli paventato da molti. Ma resta un episodio allarmante e significativo.

Dallo scoppio della guerra in Donbass e dalla successiva annessione della Crimea del 2014 si tratta del primo contatto ufficiale, non negato dal Cremlino, tra unità delle forze armate russe e ucraine. Finora la Russia, infatti, era ricorsa al trucco degli omini verdi – i militari privi di insegne distintive – in Crimea e a quello dei volontari in Donbass. Da questo punto di vista, il salto di qualità è netto da parte di Mosca, che evidentemente si sente abbastanza sicura da non doversi più nascondere.

Occupazione navale

Ma c’è altro che va sottolineato. Le ricostruzioni delle prime ore si sono concentrate tutte sulla dinamica precisa dell’accaduto, per cercare di capire di chi fosse la colpa, perdendo così di vista il vero significato dell’incidente. E dimenticando il contesto nel quale si è svolto lo scontro, ovvero l’occupazione militare della Crimea.

Lo stretto di Kerč – unico collegamento del Mar d’Azov con il Mar Nero e quindi con il Mediterraneo e il resto del mondo – è sì sottoposto a un accordo internazionale che ne regola il passaggio delle navi ma, se fino al 2014 le due sponde appartenevano a due Paesi diversi, dall’annessione manu militari della Crimea è de facto sotto il controllo esclusivo della Russia. La costruzione del ponte non ha fatto altro che rafforzare la posizione dominante di Mosca che ora, in quello specchio d’acqua, fa il bello e il cattivo tempo.  E ha realizzato offshore quel corridoio terrestre che all’apice della guerra molti temevano avrebbe potuto collegare il Donbass alla Crimea.

Provocazioni

Media e politica russa – una voce sola – hanno raccontato la versione di Mosca: provocazione ucraina e violazione del diritto internazionale. Una denuncia paradossale, quella del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, se teniamo a mente lo strappo al diritto internazionale rappresentato proprio dall’annessione della Crimea. E anche il concetto di provocazione è fuorviante, in quelle acque territoriali dove gli ucraini subiscono l’umiliazione quotidiana di dover chiedere all’occupante il permesso di passare. Da parte del resto del mondo, l’accettazione dello status quo legittima un po’ di più l’occupazione della Crimea giorno dopo giorno.

Sarà quindi molto importante misurare la reazione internazionale dopo lo scontro navale.  Il Cremlino forza la mano per testare le reazioni, per vedere fin dove si può spingere. Ogni centimetro conquistato è la base di partenza su cui trattare. E magari provare a espandersi ancora di più in Ucraina 

@daniloeliatweet

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