Se la politica estera degli Stati Uniti la fa l'Europa

È divenuto sempre più difficile, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine – graduale – della Guerra Fredda, percepire nel presente quello che già Petronio definiva il “fluire storico”. Si tratta di effettuare uno degli sforzi di estraniazione dal proprio contesto più difficili, ovvero vedersi tanto dall’esterno da uscire da un’epoca e contestualizzarla in una catena di cause ed effetti che porta dal passato al futuro.



REUTERS/Larry Downing

La stessa definizione di Storia implica una separazione dai temi trattati, rispetto all’attualità, che si basa proprio su un distacco cronologico misurabile. Eppure oggi, grazie ad infiniti strumenti, è più facile di ieri mettere in relazione diversi segnali e provare a dare una lettura geopolitica trasversale, che ci offra un’interpretazione di quanto accade per lo meno “sensata”.

Partiamo dalla grande aquila che domina (o dominava) il Mondo: gli Stati Uniti d’America. Se ci soffermiamo sulle notizie dei media tradizionali, ci convinciamo che gli unici fronti aperti a livello internazionale degli USA siano quelli in Medio ed Estremo Oriente.

Focalizziamo la nostra attenzione su fatti certo drammatici, come quelli che riguardano l’ISIS e lo scontro di Civiltà in atto con il mondo fondamentalista islamico, e ci convinciamo quasi che i problemi stranieri degli americani siano quelli. Ma possiamo fare di più. E in che direzione andare ce lo suggeriscono proprio i media, facendoci addirittura passare una notizia di politica interna come l’exploit del presidente Obama in contrasto con al votazione del Congresso che è intervenuto a gamba tesa sul tema immigrazione, come una notizia direttamente collegata al rapporto dei stelle e strisce col resto del Globo.

Ovviamente, l’elemento basilare che se ne evince, è una difficoltà politica e di governance che riguarda gli equilibri tra Repubblicani e Democratici, che può effettivamente impattare sulla politica estera. Ma la domanda sorge spontanea: quale politica estera?

Obama dopo l’incetta di consensi in campagna elettorale ha seguito a capo fitto una parabola discendente, investito da una crisi economica generale e da scelte (per esempio la famosa legiferazione di stampo “europeo” sul welfare medico) che dopo aver fatto venire l’acquolina in bocca ai newyorkesi hanno letteralmente disgustato per inefficienza il ventre dell’elettorato.

Non solo quello dei Texani con il fucile appeso fuori dal pick-up, per intenderci, ma una fetta molto consistente di popolazione delusa, priva di quel “sogno americano” e di quella propensione psicologica allo sbilanciamento ottimistico che hanno caratterizzato la natura dell’intero continente Oltreoceano per decenni.

E noi ci concentriamo ancora sull’ISIS? Allarghiamo lo sguardo, consci dei problemi dentro i confini, e proviamo ad immaginare una “relazione complicata” per esempio con la Cina: l’intreccio di debito pubblico, di produzione e fornitura tra i due colossi è da sempre sotto la lente di ingrandimento. Non si notano grossi cambiamenti di rotta da nessuna delle due parti, quindi neanche lì ci si può concentrare realisticamente sul “cuore” dell’attuale politica estera statunitense.

E allora cosa rimane, dove si può cercare una linea d’azione consapevole in un desolante atteggiamento che sembrerebbe quello di un ex egemonia imperialista in declino? Se vogliamo riportarci da una prospettiva storica, quali relazioni internazionali sono quelle che veramente contano, oggi, nello scacchiere mondiale per Obama, per il Congresso, per gli Stati Uniti?
A volte, le cose più banali sono anche le più vicine alla realtà. E se siamo stati abituati per oltre quarant’anni a ragionare a “blocchi” (Atlantico e Sovietico) forse non dovremmo mettere un punto fermo ad una situazione tanto in fretta.

Per capire dove stiamo puntando il dito bisogna riflettere su alcuni segnali e approfondire – seppur brevemente – alcuni fenomeni emblematici, anche sociali, che sono sotto i nostri occhi ma che raramente ci vengono presentati come interconnessi.

La Russia è la solita super potenza con infiniti problemi. Putin, al di là di essere entrato nel cast di un film indipendente finlandese del calibro di “Iron Sky – The coming race” come villain-rettiliano, gestisce la più grossa riserva di materie prime del mondo. E lo fa con la determinazione di un leader come in Occidente non se ne vedono più (da una parte “per fortuna”) da molto tempo. Lo fa con spavalderia, lo fa infischiandosene dei trend globali sui diritti umani, lo fa ignorando anche alcune regole che sembrano universalmente accettate per quanto riguarda il “giusto funzionamento di un’economia”, soprattutto nei rapporti con l’estero e con il commercio transnazionale. Perché?

Perché condivisibile o meno, la sua è una linea di politica estera assolutamente chiara e diretta, riassumibile in un “Da Brest-Livosk a Vladivostok comando io, ed in Russia comandano i russi”.
Di fronte ad un simile atteggiamento di un nemico storico, sebbene con un biglietto da visita molto diverso, possono gli Stati Uniti rimanere inermi ed indifferenti? O tempora o mores, e perché forse l’abbiamo già visto in molti film figli del terrore nucleare, nessuno sposta più testate e arsenali missilistici sui bordi dei vari confini, ma l’Europa rimane sempre in mezzo.

Già, l’Europa. Questo capolavoro economico e politico che vorremmo davvero poter guardare con gli occhi di un nostro nipote. Per assurdo, è proprio l’Unione Europea l’elemento cardine della principale azione di politica internazionale degli USA. Non perché sia un interlocutore rispettato, o perché i discendenti delle colonie del Vecchio Continente soffrano di nostalgia, ma perché è qui che si sta consumando un conflitto quasi del tutto ignorato dall’opinione pubblica, tra Putin e Obama.

Vi ricordate l’Ucraina? Un tempo granaio d’Europa, oggi granaio nel senso di portatrice di grane: lo scorso 21 novembre i cinque partiti (filooccidentali) del Parlamento di Kiev hanno raggiunto un accordo per avviare un governo finalizzato all’adesione dell’Ucraina alla Nato, e poi all’Unione Europea. Entrano in gioco valori e fattori indiscutibili, come diritti umani, autodeterminazione dei popoli, giustizia internazionale, ma purtroppo siamo abituati a “leggere” la geopolitica con occhi un po’ più cinici, che vedono più numeri e conti economici che foto emozionali. Quindi non entreremo nel merito del conflitto ucraino, ma solo sugli effetti che avrà o sta già avendo sull’economia (non esattamente florida) degli stati europei.

L’Ucraina ha un debito pubblico altissimo, principalmente in mano russa. Ha una composizione etnica e sociale divisa, caratterizzata dagli stereotipati oligarchi che maneggiano grandi capitali (di denaro, prodotti, uomini ed opinioni). E’ dal punto di vista industriale arretrata e in ginocchio, tanto che già oggi una larga fetta della popolazione cerca di emigrare. Vuole aderire alla Nato e all’Unione Europea, e dichiara di voler stanziare il 3% del bilancio statale per gli armamenti, con un impatto sulla fiscalità italiana, greca, spagnola, francese, portoghese, ungherese (per citare solo qualche nazione interessata) della portata di parecchie decine di miliardi di euro. Pare il momento giusto per un’operazione di questo tipo, per non contare danni diretti a tutte le aziende che esportavano i propri prodotti su un mercato di sicuro interesse (quello ex-sovietico) e che all’improvviso con l’inasprirsi dei rapporti chiuderebbero i battenti.

Un esempio si trova nel porto di Saint Nazaire, ed è una nave anfibia della classe Mistral con 400 marinai russi sopra, che dovrebbe essere consegnata alla committenza di Mosca ma che la Nato ha ordinato di bloccare. Dietro c’è un normalissimo contratto commerciale, con una penale di quasi 4 miliardi di dollari per i danni da mancata consegna. Ed è solo la prima di due.

Pare quindi abbastanza evidente che non ci sia una volontà motivata da parte dell’Europa di prendersi simili grattacapi e di sostenere spese del genere, in questo momento storico. Non per motivi pseudo-umanitari, perché allora ci verrebbe da domandare come mai nessuno si sia accorto che esiste una dittatura in Bielorussia.

La longa manu degli Stati Uniti non ha problemi con il gasdotto mediterraneo, South Stream che non si farà. Non dovrà preoccuparsi delle importazioni alternative di metano che costeranno a chi vive in tutta l’Europa centrale e mediterranea molto di più. Non rischia di rompersi le dita con un braccio di ferro a distanza, in un momento in cui pare internazionalmente davvero poco allenata.

E allora da Euromaidan ricordiamoci gli scontri di una rivoluzione, con gli stessi occhi che insinuavano trame sospette nella Prima Guerra del Golfo. E provando a vederci dall’esterno cerchiamo di capire come sia possibile che – al momento – siamo noi europei ad essere le ultime, uniche marionette in mano ad Obama, senza stupirci più se il partito di Putin sta dando sostegno morale a tutti i movimenti anti-europeisti e populisti dei nostri Stati.
Sic transit gloria mundi.

@johnfvtc

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