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Sei motivi per cui la tregua in Ucraina non è meglio della guerra

Da quasi tre settimane c’è la tregua nel Donbass, ma si continua a sparare. E a morire. I media generalisti sembrano guardare altrove più che mai, mentre le parti politiche si riempiono la bocca di una pace inesistente. Gli abitanti delle città separatiste, intanto, attendono di conoscere il proprio destino in un clima di incertezza logorante.



 Photo ReutersPhoto Reuters

“Saremo una nuova Transnistria”, me lo ha detto un abitante di Donetsk qualche giorno fa. Voleva dire che questa ennesima tregua, che sembra tenere, rischia di trasformare quello del Donbass in un nuovo conflitto congelato. E non finire mai più. Mentre parlavamo su Skype, abbiamo dovuto troncare di colpo la comunicazione. “Cavoli, ho sentito due colpi proprio qui vicino”, mi ha detto. “Meglio che me ne vada un po’ giù nel rifugio”.

Nelle settimane trascorse dall’inizio del cessate il fuoco tra l’esercito ucraino e i separatisti dell’est si sono ripetuti, seppur a ritmo ridotto, gli attacchi dall’una e dall’altra parte. E tra le dieci e le venti persone sono morte. Secondo molti non ha senso parlare di tregua, mentre secondo altri la dichiarazione di cessate il fuoco equivale a una resa di Kiev. Ecco sei motivi per i quali congelare la situazione attuale in Donbass può rivelarsi un errore.

1. La decisione di fermare le ostilità per favorire la definizione di un piano di pace arriva in un momento critico della guerra. Le truppe governative e i battaglioni paramilitari fedeli a Kiev stavano riscuotendo un successo dopo l’altro ed erano già alla periferia di Donetsk e Lugansk. La loro avanzata sembrava inarrestabile e, secondo fonti del governo, si prevedeva la liberazione di tutto l’est entro il 24 agosto, festa dell’indipendenza dell’Ucraina. Proprio quando l’obiettivo sembrava a portata di mano, l’apertura di un nuovo fronte a sud – verso il porto di Mariupol, lungo la costa del mar d’Azov – ha consegnato ai ribelli una nuova e larga fetta di territorio. La tregua fotografa una situazione ora molto più favorevole ai ribelli, con oltre 300 chilometri di confine con la Russia fuori dal controllo governativo.

2. La controffensiva separatista nel sudest è stata possibile grazie a un cospicuo aiuto della Russia. Sebbene sia difficile dire quanti militari russi siano entrati in Ucraina e quali e quante armi abbiano dato ai separatisti, il coinvolgimento diretto di Mosca nel conflitto è ormai sempre più un segreto di Pulcinella. L’Europa e gli Stati Uniti hanno varato sanzioni selettive di terzo livello contro la Russia che, contrariamente a quanto ritenuto da molti, stanno facendo sentire i loro effetti. La permeabilità di un tratto così esteso di confine, unitamente alla tregua, consente ai separatisti di rafforzarsi con l’aiuto russo sotto la bandiera della pace, rendendo più improbabili sanzioni di quarto livello.

3. Fotografare la situazione attuale equivale a una sconfitta di Kiev. È vero, come sostengono coloro che sono favorevoli, che la sproporzione tra le forze in campo è tale da rendere impari la lotta dell’esercito ucraino contro la macchina bellica russa, ma solo combattendo la si sarebbe potuta portare allo scoperto. Il ritiro dei militari russi nei giorni scorsi – visto come una vittoria – ne è la prova. L’operazione di maskirovka delle scorse settimane ha infatti ottenuto il proprio scopo: sottrarre una grossa fetta di territorio strategico (la costa del mar d’Azov è il collegamento diretto via terra con la Crimea occupata) senza invadere apertamente l’Ucraina.

4. Il cessate il fuoco è fortemente voluto dal presidente Poroshenko. È un passo fondamentale per una pace duratura. Si tratta quasi di una tregua unilaterale che al momento lega più che altro le mani agli stessi militari ucraini. Secondo i report dell’Osce, la maggioranza degli scontri armati sono dovuti ad attacchi dei miliziani verso postazioni ucraine, che si sono dovute limitare a incassare il fuoco nemico per non rischiare di far saltare la tregua. Ma mentre gli ucraini si sono ritirati dalle postazioni più avanzate sguarnendo la linea del fronte nei punti più caldi, i separatisti hanno potuto rafforzare le proprie posizioni, vanificando forse irrimediabilmente gli sforzi militari delle ultime settimane.

5. Secondo le stime delle Nazioni unite, la guerra è costata fino a oggi oltre 2mila morti, ma la stessa Onu dice che si tratta di una stima molto cauta. Sicuramente un motivo ineccepibile per fermare il conflitto. Ma se cinque mesi di guerra ai separatisti sono serviti solo a consegnargli la gran parte del Donbass, quelle 2mila persone saranno morte in vano.

6. Nelle stesse ore in cui ratificava lo storico Accordo di Associazione con l’Unione europea, la Rada ha approvato anche una legge speciale. La legge “Sull’ordinamento speciale del governo locale in alcune aree delle regioni di Donetsk e Lugansk”, insieme alla tregua, è un altro passaggio fondamentale del piano di pace di Poroshenko concordato dal gruppo trilaterale di contatto a Minsk. Si prevede un periodo transitorio di tre anni per la creazione di forme di governo locale attraverso elezioni da indire dopo la completa pacificazione del territorio. In dieci articoli, la legge getta le basi per una successiva definizione da parte della Rada, a cominciare proprio dall’individuazione precisa del territorio compreso in “alcune aree delle regioni di Donetsk e Lugansk”. Quanto più i separatisti riusciranno a mantenere il terreno conquistato, tante più città e villaggi rientreranno nelle “aree” della legge. Visto il continuo riferimento alle “autorità di governo locali”, sembra difficile che nel processo di pacificazione si possa fare a meno di coinvolgere i leader della Donetskaja e della Luganskaja Respublika, anche in considerazione dell’amnistia che la legge garantisce loro. Al di là delle buone intenzioni della legge, l’inevitabile approssimazione dei termini e delle procedure offre un’occasione alla Russia e ai separatisti di mantenere il conflitto congelato. E allora davvero il Donbass potrebbe diventare un’altra Transnistria.

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