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Si nasce e si muore nella Siria in guerra

Quasi 300.000 morti e milioni di persone sfollate o rifugiate all’estero, intere città distrutte e una parte del territorio sotto il controllo degli integralisti del Fronte al-Nusra e dell’ISIS. Dopo quattro anni di guerra questa è la fotografia della Siria, un paese dilaniato e dal futuro ancora più incerto del presente.

Aleppo, Syria - Mohammad, a 13 year-old fighter from the Free Syrian Army, plays with a cat in Aleppo's Bustan al-Basha district October 28, 2013. REUTERS/Molhem Barakat

La guerra, però, ha sempre due facce, vita e morte. Da chi vive in centro arrivano racconti di normalità, di caffè e ristoranti pieni di gente, di nuovi negozi che aprono. Addirittura a Malki, nella zona residenziale ha da poco aperto un nuovo centro commerciale. Le vetrine sono povere e la maggior parte della merce è cinese, ma la gente continua a frequentarli. A pochi chilometri dal centro, nella periferia e in alcuni dei comuni dell’hinterland della capitale si combatte una guerra di posizione fatta di scontri violenti, bombardamenti e assedi dal sapore medievale. A Yarmouk, Jaramana, Hajar al-Aswad si vive e si muore sotto le bombe, per la fame e per il freddo.

Nonostante l’apparente normalità a Damasco, anche a causa delle pesanti sanzioni internazionali, molti beni di uso quotidiano scarseggiano. Così, chi può, si spinge fino al vicino Libano per fare acquisti. Lo fanno anche Fady e Reem, nonni da pochi mesi.

“Aisha è una bambina bellissima, certo sono il nonno e non sono molto obiettivo, ma prima o poi la vedrai di persona e mi darai ragione”. Gli occhi di Fady brillano quando parla della sua prima nipote nata pochi mesi fa.

Dopo due anni ci ritroviamo insieme in un caffè. Purtroppo non siamo al solito e affascinante “Cafè Salihile” vicino alla stazione di Damasco, ma in un anonimo locale ad Anjar, in Libano appena oltre il confine siriano. Ho conosciuto Fady anni fa, quando si prese cura della mia caviglia, che avevo quasi fratturato in una buca dei vicoli del campo palestinese di Yarmouk. Si era laureato in medicina a Roma e, in quel momento, mi era sembrato un piccolo miracolo poter parlare con un medico nella mia lingua.

Sono venuti in Libano per fare acquisti, per la loro nipotina c‘è bisogno di latte in polvere e pannolini, difficili da trovare in Siria di questi tempi. Recentemente hanno vissuto una brutta avventura, emblematica della situazione nella capitale.

“Da quasi due anni abbiamo lasciato la nostra casa nel quartiere di Hajar al-Aswad, eravamo pericolosamente vicini a Yarmouk, e ne abbiamo presa in affitto una a Midan, più piccola, ma più vicina al centro città. Pochi giorni prima del parto di nostra figlia siamo tornati nella vecchia casa per prendere vestiti e altre cose che potevano servire”.

“Purtroppo - continua con un sospiro Fady – avevamo scelto il momento sbagliato. Stavamo raccogliendo le cose che volevamo portare via quando abbiamo sentito rumore di elicotteri in cielo e di mezzi pesanti per la strada. Poi con gli altoparlanti i militari hanno cominciato a ordinare a tutti gli abitanti non combattenti di restare chiusi in casa. ISIS e i suoi alleati avevano dato il via a una nuova campagna per la conquista del campo e l’esercito regolare rinforzava le sue posizioni ai limiti dell’area di Yarmouk”.

Dall’inizio della guerra Yarmouk, un’area alla periferia di Damasco che ospitava circa 500.000 persone tra palestinesi, turcomanni e siriani profughi da Qounetra, è la linea del fronte più vicina alla capitale. Dopo l’ultima battaglia l’ONU stima che nell’area sono rimasti non più di 2.000 civili, che vivono in condizioni drammatiche.  

“Ormai eravamo bloccati, non potevamo lasciare la casa. Per sette giorni siamo stati spettatori di una battaglia combattuta strada per strada. Abbiamo passato quasi tutto il tempo stesi a terra vicino ai muri. Tanta paura, soprattutto quando un colpo di mortaio ha colpito l’appartamento, per fortuna vuoto, a fianco al nostro”.

Ricordo bene la loro casa con il piccolo giardino proprio sulla strada. “A parte la paura credo che non riuscirò mai a dimenticare quel ragazzino che presidiava l’angolo di fronte a casa - a parlare è Reem - “È stato lì per giorni con un fucile quasi più grande di lui, stanco, affamato e spaventato. Una volta al giorno un coetaneo gli portava qualcosa da mangiare e quando provava ad allontanarsi dal suo posto arrivava qualche uomo barbuto che gli ordinava di tornare al suo posto, e lui si rimetteva di guardia. Quegli uomini non erano siriani, lo si capiva dai vestiti, dalla foggia delle barbe e soprattutto dal tipo di arabo che parlavano. La mattina del quinto giorno gli altoparlanti dell’esercito hanno iniziato a invitare i ribelli presenti in quella strada ad arrendersi, stavano per far avanzare i carri armati.  Ho visto il ragazzo lasciare il fucile e dirigersi verso il nostro giardino, ma a metà strada un barbuto lo ha bloccato e ha iniziato a urlare che non doveva scappare che solo morendo in combattimento avrebbe avuto aperta la strada per il paradiso, che la sua famiglia sarebbe stata orgogliosa di lui se moriva da martire. E lui è tornato al suo posto”.

La voce di Reem si rompe, ma continua il racconto. “Stavo per uscire in giardino per chiamarlo e dirgli di venire dentro, ma in quel momento dal fondo della strada sono arrivati i carri armati. L’ho visto lanciarsi con il suo fucile contro il primo carro, ho sentito i soldati che gli urlavano di fermarsi. Ha continuato a correre invasato fino a finire sotto i cingoli”.

Piange Reem mentre dice: “Stava per nascere mia nipote e io guardavo un bambino spaventato morire perché qualcuno lo aveva convinto che così sarebbe stato un eroe e avrebbe guadagnato il paradiso”.

Fady e Reem due giorni dopo riescono a tornare a casa, in tempo per la nascita di Aisha.

Torniamo a guardare le foto della bimba e a sorridere, ma la storia di quel ragazzo non riusciamo a dimenticarla, insieme a tante domande. Non c’è più tempo, devono tornare a Damasco prima che sia buio. Mentre ci salutiamo chiedo: “Cosa significa Aisha?”

Sorridendo Fady mi risponde “Vita”.

@MauroPompili

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