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Siachen, quel ghiacciaio tra India e Pakistan dove si muore ogni quattro giorni

Per i primi 18 minuti l’aspettativa di vita è del 90 percento a patto non si subiscano traumi fisici, poi inizia l’asfissia. Superati i trenta minuti, si entra nella fase della latenza, con un 30 percento di probabilità di uscirne vivi. Passata un’ora e mezza subentra l’ipotermia. Il corpo inizia a spegnersi lentamente, di minuto in minuto la temperatura scende, al pari del soffio vitale e dopo tre ore le speranze si estinguono.

Photo credits kafila.org

Quanto sopra descrive la ‘curva di sopravvivenza’ per i travolti in valanga. Lo standard è adottato dai corpi di soccorso di mezzo mondo, e a quanto pare anche dagli eserciti, come quello indiano, che ad inizio febbraio ha interrotto le ricerche durate quasi due giorni, dichiarando la morte di dieci soldati colpiti da un enorme seracco di ghiaccio finito sulla loro postazione, spazzandoli via assieme all’avamposto prefabbricato in cui erano di guardia. È accaduto a 5.400 metri di quota, nella parte superiore del ghiacciaio Siachen, nel cuore del Karakorum, massiccia catena montuosa di cui fanno parte, tra gli altri, Nanga Parbat e K2. Tra queste vette passa l’invisibile tracciato della Line of Control (LoC), il confine fittizio tra Pakistan e India che (anche) qui si confrontano nell’interminabile disputa territoriale per la contesa del Kashmir.

La militarizzazione dell’area risale al 1984, quando New Delhi ordinò l’avvio dell’operazione Meghadūta, dal nome dell’opera ‘il nuvolo messaggero’, del poeta lirico Kālidāsa. Una manovra preventiva seguita alla movimentazione delle truppe di montagna pachistane, giunte, secondo New Delhi, troppo vicine all’area controllata dall’India. In questo modo venne creato il campo di battaglia più alto mondo, con le truppe indiane appostate nello Siachen superiore, fin oltre i 6.000 metri, e i pachistani nello Siachen inferiore, tra i 3000 e i 4000 metri. Dopo alcuni periodi segnati da guerra aperta il conflitto entrò in una fase di bassa intensità, durata sino al cessate il fuoco bilaterale siglato nel 2003. Malgrado l’accordo, l’area continua ad essere pesantemente presidiata da entrambi gli eserciti, poco propensi a mollare la presa temendo di favorire l’altra parte. Guardando i numeri però, dal 1984 ad oggi i veri killer sul ghiacciaio della discordia non sono stati i cecchini o i pezzi di artiglieria, ma il freddo, le valanghe e il mal di montagna, responsabili della morte di 869 soldati solo tra le fila indiane.

Stessa sorte per 213 militari pachistani, 130 dei quali caduti nell’inverno 2012, a seguito del distacco di un’enorme valanga che spazzò lo Siachen inferiore. La mattanza innescò un acceso dibattito ad Islamabad in merito alla convenienza di mantenere o meno presidii militari a queste altezze, esponendo le truppe in un ambiente che in più di 30 anni ha ucciso un uomo ogni quattro giorni. Favorevoli e contrari sono tornati a confrontarsi in Pakistan a fine 2015, aizzati dalla bagarre causata dal lancio della fiction ‘Siachen’, firmata dal celebre drammaturgo Anwar Maqsood, basata sulle vite di alcuni soldati dispiegati tra i ghiacci della Line of Control.

Un ex ricercatore dello Snow and Avalanche Studies Establishment (SASE) legato al ministero della Difesa indiano, afferma che la frequenza delle valanghe è in crescita. I dati rilevati registrano il costante incremento delle temperature minime e massime, con escursioni termiche importanti tali da essere all’origine dell’instabilità della superfice, da cui frequenti valanghe e crolli di strutture ghiacciate come quello avvenuto ad inizio febbraio. Nulla di nuovo, beninteso, quanto accade nello Siachen è in linea con il trend dei cambiamenti climatici del pianeta, se non per il fatto di essere teatro del confronto tra due potenze nucleari in guerra sin dall’agosto 1947, anno della Partizione dell’India britannica, dalla cui costola occidentale (e orientale, oggi Bangladesh) prese vita il Pakistan. Serie tv e riscaldamento globale a parte, la presenza pachistana tra i ghiacci del Karakorum non sembra in discussione, almeno per ora. Troppi gli interessi in ballo. Escludendo il nodo della contesa sul Kashmir, i ghiacciai lungo la Line of Control costituiscono una risorsa irrinunciabile con cui sopperire al crescente fabbisogno idrico pachistano. Secondo uno studio di Sundeep Waslekar, capo dello Strategic Foresight Group di Mumbai, l’Asia Meridionale dovrà fronteggiare una riduzione della disponibilità d’acqua del 20% nei prossimi 20 anni. Nella stessa area oggigiorno risiedono circa 1,5 miliardi di individui, il cui numero cresce ogni anno dell’1,7% (36 milioni di persone), tutte da sfamare e dissetare. Al Pakistan tocca fare i conti con l’Indo, da cui trae l’80% dell’acqua impiegata per l’irrigazione, ma la portata del principale fiume pakistano dovrebbe ridursi dell’8% entro il 2050, senza contare l’incognita costituita dalle dighe progettate da New Delhi più a monte, proprio nel Kashmir indiano. Esperti militari e attivisti politici continuano a confrontarsi sul senso dell’ostinata occupazione militare del Siachen, ritenuta dai detrattori ingiustificata visto il costo in termini di vite e danaro. Uno di questi è Stephen Cohen, membro del The India Project compreso nel programma di politica estera al Brookings Institution, che definisce il confronto in quota tra India e Pakistan al pari di “due uomini pelati che combattono per un pettine”. Critico anche Gurmeet Kanwal, ufficiale dell’esercito indiano in pensione, intervenuto sulle pagine della rivista del Institute of Peace and Conflict Studies definendo lo Siachen come “area di scarso interesse strategico... pertanto la continua militarizzazione dell’area da parte dell’India e del Pakistan è controproducente per favorire il processo di pacificazione”. Lo stesso Kanwal ha inoltre lanciato la proposta di demilitarizzare l’area, preferendo trasformare lo Siachen in un parco scientifico dove condurre attività di ricerca. Progetto nobile, non ci sono dubbi, ma prima di pensare all’eventuale installazione di laboratori, sensori e strumentazioni, sarà necessario i rifiuti accumulati in 32 anni. Il budget per realizzare l’idea di Kanwal non sarà di certo un problema, visto che una volta smilitarizzato il ghiacciaio, New Delhi risparmierà una media di 160 milioni di dollari all’anno sulle spese militari. Stessa prospettiva sul fronte pachistano, dove il sostegno del conflitto più alto al mondo ha influito pesantemente sulle casse dello stato, soprattutto dall’avvio dell’offensiva interna contro i Taliban iniziata nel 2004. Pertanto, anche ad Islamabad lo sgombero dello Siachen peserebbe 100 milioni di dollari in meno sulle spese militari. Più facile a dirsi che a farsi vista la prevedibile riluttanza della potentissima auctoritas militare pachistana, i cui interessi (sondati nel profondo in “Military Inc.” di Ayesha Siddiqa) costituiscono un vero e proprio impero, esteso al punto da costituire un’economia a sé stante, sufficiente a giustificare le sistematiche interferenze dei ‘generali’ nella vita politica del paese. 

@emanuele_conf

Per i primi 18 minuti l’aspettativa di vita è del 90 percento a patto non si subiscano traumi fisici, poi inizia l’asfissia. Superati i trenta minuti, si entra nella fase della latenza, con un 30 percento di probabilità di uscirne vivi. Passata un’ora e mezza subentra l’ipotermia. Il corpo inizia a spegnersi lentamente, di minuto in minuto la temperatura scende, al pari del soffio vitale e dopo tre ore le speranze si estinguono. Quanto sopra descrive la ‘curva di sopravvivenza’ per i travolti in valanga. Lo standard è adottato dai corpi di soccorso di mezzo mondo, e a quanto pare anche dagli eserciti, come quello indiano, che ad inizio febbraio ha interrotto le ricerche durate quasi due giorni, dichiarando la morte di dieci soldati colpiti da un enorme seracco di ghiaccio finito sulla loro postazione, spazzandoli via assieme all’avamposto prefabbricato in cui erano di guardia. È accaduto a 5.400 metri di quota, nella parte superiore del ghiacciaio Siachen, nel cuore del Karakorum, massiccia catena montuosa di cui fanno parte, tra gli altri, Nanga Parbat e K2. Tra queste vette passa l’invisibile tracciato della Line of Control (LoC), il confine fittizio tra Pakistan e India che (anche) qui si confrontano nell’interminabile disputa territoriale per la contesa del Kashmir.

La militarizzazione dell’area risale al 1984, quando New Delhi ordinò l’avvio dell’operazione Meghadūta, dal nome dell’opera‘il nuvolo messaggero’, del poeta lirico Kālidāsa. Una manovra preventiva seguita alla movimentazione delle truppe di montagna pachistane, giunte, secondo New Delhi, troppo vicine all’area controllata dall’India. In questo modo venne creato il campo di battaglia più alto mondo, con le truppe indiane appostate nello Siachen superiore, fin oltre i 6.000 metri, e i pachistani nello Siachen inferiore, tra i 3000 e i 4000 metri. Dopo alcuni periodi segnati da guerra aperta il conflitto entrò in una fase di bassa intensità, durata sino al cessate il fuoco bilaterale siglato nel 2003. Malgrado l’accordo, l’area continua ad essere pesantemente presidiata da entrambi gli eserciti, poco propensi a mollare la presa temendo di favorire l’altra parte.Guardando i numeri però, dal 1984 ad oggi i veri killer sul ghiacciaio della discordia non sono stati i cecchini o i pezzi di artiglieria, ma il freddo, le valanghe e il mal di montagna, responsabili della morte di 869 soldati solo tra le fila indiane.

Stessa sorte per 213 militari pachistani, 130 dei quali caduti nell’inverno 2012, a seguito del distacco di un’enorme valanga che spazzò lo Siachen inferiore. La mattanza innescò un acceso dibattito ad Islamabad in merito alla convenienza di mantenere o meno presidii militari a queste altezze, esponendo le truppe in un ambiente che in più di 30 anni ha ucciso un uomo ogni quattro giorni. Favorevoli e contrari sono tornati a confrontarsi in Pakistan a fine 2015, aizzati dalla bagarre causatadal lancio della fiction ‘Siachen’, firmata dal celebre drammaturgo AnwarMaqsood, basata sulle vite di alcuni soldati dispiegati tra i ghiacci della Line of Control.

Un ex ricercatore dello Snow and AvalancheStudies Establishment (SASE) legato al ministero della Difesa indiano, afferma che la frequenza delle valanghe è in crescita. I dati rilevatiregistrano il costante incremento delle temperature minime e massime, con escursioni termiche importanti tali da essere all’origine dell’instabilità della superfice, da cui frequenti valanghe e crolli di strutture ghiacciate come quello avvenuto ad inizio febbraio. Nulla di nuovo, beninteso, quanto accade nello Siachen è in linea con il trend dei cambiamenti climatici del pianeta, se non per il fatto di essere teatro del confronto tra due potenze nucleari in guerra sin dall’agosto 1947, anno della Partizione dell’India britannica, dalla cui costola occidentale (e orientale, oggi Bangladesh) prese vita il Pakistan. Serie tv e riscaldamento globale a parte, la presenza pachistana tra i ghiacci del Karakorum non sembra in discussione, almeno per ora. Troppi gli interessi in ballo. Escludendo il nodo della contesa sul Kashmir, i ghiacciai lungo la Line of Control costituiscono una risorsa irrinunciabile con cui sopperire al crescente fabbisogno idrico pachistano. Secondo uno studio di SundeepWaslekar, capo dello Strategic Foresight Group di Mumbai, l’Asia Meridionale dovrà fronteggiare una riduzione della disponibilità d’acqua del 20% nei prossimi 20 anni. Nella stessa area oggigiorno risiedono circa 1,5 miliardi di individui, il cui numero cresce ogni anno dell’1,7% (36 milioni di persone), tutte dasfamare e dissetare. Al Pakistan tocca fare i conti con l’Indo, da cui trae l’80% dell’acqua impiegata per l’irrigazione, ma la portata del principale fiume pakistano dovrebbe ridursi dell’8% entro il 2050, senza contare l’incognita costituita dalle dighe progettate da New Delhi più a monte, proprio nel Kashmir indiano.Esperti militari e attivisti politici continuano a confrontarsi sul senso dell’ostinata occupazione militare del Siachen, ritenuta dai detrattori ingiustificata visto il costo in termini di vite e danaro. Uno di questi è Stephen Cohen, membro del The India Project compreso nel programma di politica estera al BrookingsInstitution, che definisce il confronto in quota tra India e Pakistan al pari di “due uomini pelati che combattono per un pettine”. Critico anche GurmeetKanwal, ufficiale dell’esercito indiano in pensione, intervenuto sulle pagine della rivista del Institute of Peace and ConflictStudiesdefinendo lo Siachen come “area di scarso interesse strategico… pertanto la continua militarizzazione dell’area da parte dell’India e del Pakistan è controproducente per favorire il processo di pacificazione”. Lo stesso Kanwal ha inoltre lanciato la proposta di demilitarizzare l’area, preferendo trasformare lo Siachen in un parco scientifico dove condurre attività di ricerca. Progetto nobile, non ci sono dubbi, ma prima di pensare all’eventuale installazione di laboratori, sensori e strumentazioni, sarà necessario i rifiuti accumulati in 32 anni. Il budget per realizzare l’idea di Kanwal non sarà di certo un problema, visto che una volta smilitarizzato il ghiacciaio, New Delhi risparmierà una media di 160 milioni di dollari all’anno sulle spese militari. Stessa prospettiva sul fronte pachistano, dove il sostegno del conflitto più alto al mondo ha influito pesantemente sulle casse dello stato, soprattutto dall’avvio dell’offensiva interna contro i Taliban iniziata nel 2004. Pertanto, anche ad Islamabad lo sgombero dello Siachenpeserebbe 100 milioni di dollari in meno sulle spese militari. Più facile a dirsi che a farsi vista la prevedibile riluttanza della potentissima auctoritas militare pachistana, i cui interessi (sondati nel profondo in “MilitaryInc.” di AyeshaSiddiqa) costituiscono un vero e proprio impero, esteso al punto da costituire un’economia a sé stante, sufficiente a giustificare le sistematiche interferenze dei ‘generali’ nella vita politica del paese.             

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