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La Turchia assedia i civili ad Afrin e piega anche gli Usa

L’esercito turco stringe in una morsa 700 mila civili, senza via di fuga. E l’offensiva continuerà, direzione Kobane. Intanto Ankara annuncia di aver trovato l’accordo con Washington per costringere le milizie curde a lasciare Manbij, teatro di un braccio di ferro tra alleati

Una donna e i suoi figli in fuga da Afrin. REUTERS/Khalil Ashawi
Una donna e i suoi figli in fuga da Afrin. REUTERS/Khalil Ashawi

“Le milizie Ypg lasceranno la città di Manbij, e gli Stati Uniti e i soldati turchi ne garantiranno la sicurezza”. Non c’è ancora nessuna conferma ufficiale da parte di Washington, ma secondo il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu l’accordo turco-americano sulla città di Manbij è certo. Le milizie curde saranno costrette ad abbandonare la città, un tempo nelle mani dell’Isis e poi riconquistata dalle Syrian Democratic Forces, e a ritirarsi a est dell’Eufrate, per essere sostituite da soldati turchi e americani.

La dichiarazione di Ankara arriva all’indomani dell’accerchiamento della città di Afrin da parte dell’esercito turco e dimostra ancora una volta il pugno di ferro con cui la Turchia sta conducendo la sua battaglia in terra siriana. Erdogan non tollera la presenza dello Ypg, ala siriana del Pkk, ai propri confini, ed è irritato dal sostegno degli americani, accusati di essersi affidati a un gruppo terroristico per combattere l’Isis. Con questo accordo, Washington potrebbe riavvicinarsi a un alleato Nato in Medio Oriente.

Da domenica scorsa l’esercito turco sostenuto dal Free Syrian Army-Fsa ha cominciato l’avanzata sul cantone a maggioranza curda di Afrin, arrivando lunedì ad assediare la città e un centinaio di villaggi circostanti. Migliaia di civili sono fuggiti verso le zone controllate da Damasco, ma secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani l’unica via di fuga si troverebbe nel raggio d’azione della Turchia ed è quindi impraticabile. La conferma della difficoltà per i civili ad abbandonare case e villaggi è arrivata dal portavoce dello Ypg Nouri Mahmod, che ha dichiarato che tutte le strade della zona sono state prese di mira dai bombardamenti turchi.

Dal canto suo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha respinto le accuse: «Se avessimo preso di mira i civili, Afrin sarebbe già caduta» mentre fonti militari turche avrebbero confermato che solo obiettivi terroristici sarebbero stati distrutti e che “viene prestata la massima cura per evitare di danneggiare i civili”. L’agenzia di stampa nazionale turca Anadolu parla di un corridoio umanitario realizzato per favorire il passaggio dei civili e la loro messa in sicurezza ma fonti locali smentiscono e descrivono 700 mila persone intrappolate in un imbuto di terra dalla quale è difficile scappare.

Secondo il portavoce del governo turco Bekir Bozdag «dall’inizio dell’operazione sono stati liberati oltre mille chilometri quadrati dalla minaccia terroristica» mentre i presunti terroristi “neutralizzati” sarebbero 3.393. A partire dai primi di marzo l’operazione “Ramoscello d’ulivo” è andata intensificandosi. Ma le operazioni turche potrebbero non limitarsi ad Afrin: “arriveremo fino a Kobane”, promettono da Ankara. Finora si contano227 morti, tra cui 87 bambini e 93 donne.

Da Afrin Nuri Khanbar, medico e responsabile della Mezza Luna Curda parla di morti e centinaia di feriti, la maggior parte dei quali ha trovato aiuto nell’ospedale di Afrin. La struttura però non è in grado di sostenere il peso dei profughi provenienti dai villaggi assediati: «La mancanza di case ha fatto sì che le persone trovassero rifugio in edifici in costruzione – continua Khanbar – ma la situazione è peggiorata una settimana fa, quando il Fsa ha preso il controllo della diga di Maydanki e i civili hanno dovuto fare affidamento sulle sorgenti della città, le cui acque però non sono potabili».

Un altro grave problema sono i bombardamenti mirati a cibo, medicine e gasolio. Quest’ultimo in particolare è la principale fonte di energia in Siria e da questo dipendono anche i generatori usati negli ospedali. Infine, nel villaggio di Qatma sono state abbattute due torri per le comunicazioni che hanno causato l’isolamento telefonico, internet e satellitare dell’enclave.

Trentuno organizzazioni non governative e umanitarie locali e internazionali operanti nel nord della Siria hanno lanciato un appello per il cessate il fuoco nell’enclave. Il dossier, realizzato grazie al lavoro sul campo, ha permesso di raccogliere nomi, immagini e testimonianze che provano l’impatto della guerra sui civili. Viene denunciato anche l’uso di armi chimiche così come la sofferenza di civili mutilati, fotografati all’interno dell’ospedale.

@linda_dorigo

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