In Siria può aprirsi un nuovo fronte esplosivo a sud

Le offensive parallele di Afrin e Ghouta acuiscono le tensioni tra Mosca e Damasco e aprono la via per nuove battaglie. Il regime vuole allargare le operazioni a sud, minacciando il fragile equilibrio vigente tra Usa, Israele, Giordania e Iran

Case danneggiate nella notte di Daraa, Siria, il 18 febbraio 2018. REUTERS / Alaa Al-Faqir
Case danneggiate nella notte di Daraa, Siria, il 18 febbraio 2018. REUTERS / Alaa Al-Faqir

Se c’è almeno una certezza nel conflitto siriano oggi è che esso resterà tale – un conflitto aperto – ancora per molto tempo. Le speranze di una risoluzione in tempi rapidi, che sembravano concrete a fine 2017, si sono definitivamente spente con le offensive parallele di Afrin e di Ghouta che, prima ancora di essere completamente ultimate, aprono già la via per le nuove battaglie che verranno.

Ma prima di vedere quali saranno queste battaglie è importante fare un passo indietro e capire cosa è successo e sta succedendo nel nord del Paese e come questo può influenzare l’andamento futuro del conflitto.

Ci sono prima di tutto le dinamiche della conquista di Afrin, quegli strani movimenti di milizie paramilitari pro-regime, prima entrate in difesa dello Ypg e poi precipitosamente ritirate pochi giorni dopo. Movimenti contraddittori che svelano fratture sempre più nette all’interno delle alleanze ufficiali e affinità sempre più nitide tra formali nemici.

È infatti evidente oggi come la luce verde per l’entrata dei turchi ad Afrin sia arrivata da Mosca e da Mosca soltanto. Non dal regime e probabilmente nemmeno da Teheran. Il regime, al contrario, ha tentato la carta dell’alleanza con i curdi dello Ypg fino all’ultimo, mandando truppe irregolari – milizie sciite probabilmente controllate dall’Iran – ad Afrin, in un segnale inequivocabile di opposizione all’entrata della Turchia ancor più in profondità nel territorio siriano, dopo la conquista del triangolo Jarablous-Azaz-Al-Bab all’inizio del 2017.

Truppe irregolari che però sono state ben presto ritirate. Perché? Per capirlo si può provare a guardare più a sud, a Ghouta, dove negli stessi giorni l’assedio e i bombardamenti del regime mietevano decine, se non centinaia, di vittime al giorno e causavano, una volta tanto, un’ondata di indignazione internazionale. Una indignazione che aveva portato la questione alle Nazioni Unite, dove la Russia aveva sostenuto una risoluzione per un temporaneo cessate il fuoco. Che non si è avverato.

Dopo il ritiro delle milizie pro-regime da Afrin, caccia russi si sono infatti affiancati a quelli siriani nei bombardamenti su Ghouta, contraddicendo quella risoluzione che gli emissari di Mosca avevano appena appoggiato al Palazzo di Vetro. Uno scambio, pare, tra la rinuncia di Damasco a interferire con l’operazione turca su Afrin e il sostegno incondizionato russo all’offensiva del regime su Ghouta.

Un compromesso che evidenzia come in questi mesi, nonostante le truppe e i caccia operino fianco a fianco, Mosca e Damasco non la vedano spesso allo stesso modo su molte delle questioni cruciali del conflitto. Una sintonia che Putin sembra invece trovare sempre di più con la controparte turca, nonostante le due potenze si trovino al momento sulle due sponde opposte della guerra, la prima al fianco di Assad e la seconda ormai sponsor unico dell’opposizione.

Fratture e affinità che vedremo affiorare nuovamente molto presto, soprattutto se i curdi del Ypg daranno seguito concreto alle proprie minacce di guerriglia di logoramento contro la presenza turca ad Afrin. Una guerriglia che, c’è da scommetterci, godrà del sostegno neppure troppo nascosto di Damasco.

Ma se nuovi grattacapi per Ankara in Siria potrebbero arrivare già nelle prossime settimane, sono già arrivati per Mosca, ora alle prese con la riluttanza di Assad a qualunque soluzione politica di compromesso e la decisa volontà di Damasco di proseguire le offensive militari contro quelle che, secondo il moribondo accordo di Astana, costituiscono due delle rimanenti zone di de-escalation: Ghouta e Daraa’.

Dopo aver sostenuto l’offensiva del regime a Ghouta, che ha ripreso alcuni distretti chiave, ora i russi cercano infatti di fermare e stabilizzarne le conquiste. Il nodo è infatti rappresentato dall’area controllata da Jeish al-Islam, gruppo salafita in passato fortemente sostenuto dai sauditi e con cui i russi hanno chiuso l’anno scorso un accordo per evitare ulteriori ostilità.

Il problema è che un attacco in forze contro Jaish al-Islam comporterebbe con ogni probabilità una ripresa delle operazioni militari di quest’ultimo nel sud, nella zona di de-escalation di Daraa', dove il gruppo ha la propria seconda base principale dopo Ghouta. Una ripresa delle ostilità che invece il regime cerca attivamente da settimane, anche bombardando in solitaria Daraa’ e i villaggi vicini senza il permesso di Mosca e in violazione degli accordi di Astana, per avere finalmente luce verde per una offensiva su larga scala.

Ma l’espansione del regime verso sud è il fronte che Mosca sembra temere di più. Sul fronte meridionale infatti ha resistito finora un equilibrio molto delicato fra Giordania, che appoggia alcune milizie tribali per mantenere il proprio confine sgombro da Isis e milizie sciite; Stati Uniti, che mantengono una presenza di truppe speciali in prossimità del confine giordano in funziona anti-Isis ma anche anti-Iran; Israele, che da mesi voci vorrebbero essersi fatto sostenitore di milizie ribelli lungo il confine del Golan per creare una buffer zone informale contro l’insediamento nell’area delle forze di Hezbollah o di altri proxy iraniani; e, appunto, Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani che cercano attivamente di stabilire una presenza quanto più possibile vicina al confine con Israele.

Un equilibrio, quello del sud-ovest siriano, che ha già tremato spesso, soprattutto in occasione delle numerose incursioni dell’aeronautica israeliana contro obiettivi di Hezbollah e Iran nell’area e che a febbraio ha portato all’abbattimento del primo jet israeliano dal 1982.

Una escalation delle ostilità in quest’area senza un previo accordo tra le potenze presenti a vario titolo – Giordania, Usa, Israele, Iran – potrebbe quindi avere conseguenze esplosive e soprattutto imprevedibili, rischiando di trascinare Mosca in un conflitto regionale in grado potenzialmente di allargarsi perfino al Libano. Una prospettiva che non alletta certamente Putin e il suo entourage che, dopo aver già dichiarato il “mission accomplished” in Siria tre volte, potrebbero trovarsi costretti ad aumentare ulteriormente, e indefinitamente, il proprio impegno militare nel Paese.

Difficile dire se Mosca abbia ancora abbastanza leverage su Assad per evitare tutto questo. O se, come recita una battuta pronunciata spesso da sostenitori del regime di Assad a Beirut: “prima che la guerra finisca Putin dovrà dire che si ritira almeno un altro paio di volte”.

@Ibn_Trovarelli

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