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Il costo delle vittorie di Assad

Assad celebra la sua vittoria simbolicamente più importante contro Isis. Ma nelle immagini di a Deir ez-Zor possiamo già leggere i segni di tutte delle debolezze del regime e della forza del Califfato.

Combattenti delle Syrian Democratic Forces (SDF) mangiano prima di un'offensiva contro i militanti dello Stato Islamico nella provincia settentrionale di Deir al-Zor, in Siria. REUTERS / Rodi Said
Combattenti delle Syrian Democratic Forces (SDF) mangiano prima di un'offensiva contro i militanti dello Stato Islamico nella provincia settentrionale di Deir al-Zor, in Siria. REUTERS / Rodi Said

Se, come sembra ormai certo, il regime di Bashar al-Assad dovesse uscire vincitore dal lungo conflitto civile siriano, le immagini della capitolazione dello Stato Islamico a Deir ez-Zor costituiranno certamente uno dei capitoli più importanti della futura propaganda del regime. Gli ingredienti ci sono tutti: la lotta casa per casa contro la più feroce e spietata organizzazione jihadista contemporanea; la beffa imposta agli Americani e ai loro alleati che avrebbero voluto completare loro stessi la liberazione dall’Isis dell’est del paese; e, soprattutto, la fine dell’assedio della locale base militare, i cui occupanti hanno eroicamente resistito alle truppe jihadiste completamente isolati per oltre tre anni. Le immagini degli abbracci coi commilitoni giunti a liberarli stanno facendo il giro del mondo e certamente le ritroveremo per molti anni sui poster del regime in ogni angolo del paese.

Ma, se vista da un certo punto di vista, quello della storia fatta dai vincitori, questa è sicuramente tra le vittorie simbolicamente più importanti per Assad, vista più da vicino la riconquista di Deir ez-Zor contiene anche tutti gli elementi di profonda debolezza del regime, e forse perfino i semi di un possibile ritorno di Isis.

Innanzi tutto, ben pochi dei commilitoni che hanno riabbracciato gli esausti soldati della base di Deir ez-Zor portano la loro stessa uniforme. Alcuni non parlano nemmeno la stessa lingua. Le forze che stanno liberano l’est del paese per il regime sono infatti composte per la maggior parte da milizie, in buona parte straniere. Miliziani arabi – siriani, libanesi, e iracheni – sono affiancati sul terreno da milizie sciite provenienti dall’Asia centrale, truppe e forze speciali iraniane e, più recentemente, anche da mercenari russi. L’esercito siriano è ridotto ai minimi termini da diserzioni e mancati reclutamenti da anni, e le sorti della guerra son sempre più in mano al contributo degli alleati stranieri e a signorotti della guerra locali.

Non saranno quindi pochi i debiti da pagare per Assad alla fine del conflitto. Alcuni ha già cominciato a pagarli, per esempio con promesse di grosse partecipazioni nelle future estrazioni energetiche del paese. Debiti che rischiano di lasciare ben poco a una popolazione e a un paese devastati dalla più grande tragedia umanitaria dall’inizio di questo secolo.

Ma oltre a una forza del regime per molti versi solo apparente, c’è anche il problema della solo apparente fragilità dei suoi nemici, in particolare dei gruppi fondamentalisti. Oggi Isis è in ritirata ovunque, e Deir ez-Zor è sicuramente una grande vittoria del regime sul Califfato. Il problema è che, in oltre tre anni di guerra propagandata come lo scontro finale contro il terrorismo islamico, quella di questi giorni è solo la seconda vera vittoria del regime contro Isis dopo Palmira (persa e ripresa due volte). Sulla maggior parte dei fronti Isis è in ritirata da truppe che con il regime di Damasco hanno poco a che fare, e che, anzi, molti dei suoi sostenitori non esiterebbero a chiamare “nemici”. Isis in Siria si è infatti prima ritirato di fronte alle milizie curde del YPG e i bombardamenti della coalizione a guida americana a nord, da Kobane a Tel Abyad, e poi progressivamente lungo tutto il confine turco. Si è ritirato a Jarablus e al-Bab contro le forze turche e le milizie siriane loro alleate. Infine, si è ritirato nella sua stessa capitale, Raqqa, di fronte alle forze congiunte delle SDF, composte prevalentemente da elementi curdi del YPG, da alcune milizie ribelli siriane e da forze speciali americane. Vittorie di altri in territorio siriano, mentre il regime era occupato a garantire la propria sopravvivenza contro i ribelli nell’ovest del paese che, in gran parte, come i componenti siriani dell’Isis, appartengono alla maggioranza sunnita del paese. Una maggioranza fin dall’indipendenza costretta a una posizione subordinata rispetto alle numerose minoranze, e definitivamente costretta alla totale emarginazione dalle politiche economiche Bashar al-Assad soprattutto nelle zone rurali, prede di negligenze infrastrutturali e desertificazione.

Un potere, quello di Assad, oggi attraversato da serie crepe strutturali e retto da puntelli stranieri, ma che si appresta a ritornare saldamente alla guida almeno nella parte più popolosa del paese. Un potere con molti debiti da pagare e molte vendete da portare a termine, e con ben poche intenzioni di giungere a un qualunque compromesso politico nonostante le pressioni dell’alleato russo. Come in Iraq, la vera forza di Isis o delle sue future versioni sarà proprio nell’incapacità dei poteri centrali di trovare un compromesso istituzionale che non abbia già in sé sin dall’inizio i semi della propria fine. E se in Iraq si tratta delle provincie sunnite di Anbar e Ninive, escluse politicamente ed economicamente da anni di cieca politica settaria del leader filo-iraniano Nouri al-Maliki, in Siria il potenziale malcontento è presente in quasi tutto il paese e arriva a lambire i sobborghi delle città più importanti. E, senza una vera volontà di integrazione politica ed economica delle regioni che si sono ribellate, ben poco possono fare programmi di ricostruzione che mirano ad allontanare la popolazione ostile. La forza dell’Isis di domani risiede proprio nel rifiuto di qualunque compromesso politico oggi.

E se tra qualche anno ci chiederemo perché la Siria è ancora preda di tensioni e scontri nonostante le grandi vittorie del regime sarà bene ricordare che proprio nelle immagini gloriose di quelle vittorie, come quella di Deir ez-Zor, potevamo già vedere con chiarezza tutti i semi di una nuova crisi.

@Ibn_Trovarelli

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