La crisi delle armi chimiche scatena i complottisti, convinti che sia un piano per spingere gli Usa ad attaccare la Siria. Ma nessuno oggi vuole il regime change. E nessuno ha inventato un casus belli: tutto fa pensare che a Douma sia stato usato il cloro, devastante, ma tecnicamente legale

Un bambino guarda fuori dal finestrino di un autobus durante l'evaquazione di Douma. REUTERS/Bassam Khabieh
Un bambino guarda fuori dal finestrino di un autobus durante l'evaquazione di Douma. REUTERS/Bassam Khabieh

Se non ci fossero di mezzo tutti quei morti, quei profughi e quella distruzione ci sarebbe una sola parola efficace per definire ciò a cui assistiamo in queste ore fuori e dentro la Siria: grottesco.


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Innanzitutto, è grottesca la ragione prima che ha portato alla situazione attuale. Quell’uso di armi chimiche che, essendo sanzionato esplicitamente dal diritto internazionale, rende una certa azione una violazione inaccettabile dei diritti umani, al contrario delle barrelbomb e delle morti per inedia provocate da mesi di assedio spietato.

Ma le note surreali non finiscono certo qui. Perché, mentre si aspetta di capire cosa vuole fare davvero Trump, la battaglia, anche a suon di tweet e articoli di fuoco sembra concentrarsi sul casus belli, il presunto attacco chimico di Douma, che divide il mondo tra coloro che lo considerano l’ennesimo crimine di guerra chimica di Assad – dopo Ghouta nel 2013 e Khan Sheikhoun nel 2017 – e coloro che parlano dell’ennesima false flag  ("bandiera falsa", si dice di una operazione progettata per apparire come perseguita da altri) per provocare l’attacco americano e rovesciare il regime.

Ebbene, è forse questo dibattito il lato più grottesco dell’intera vicenda, per due semplici ragioni: innanzi tutto, la caduta del regime non è nell’interesse più di nessuno, nemmeno dei suoi più acerrimi nemici.

I turchi, che ormai controllano gran parte dell’opposizione più o meno ancora operativa, sono da tempo in piena sintonia e collaborazione con Russia e Iran, e hanno spostato il proprio focus principale sull’eliminazione della presenza del Ypg curdo nel nord. Basta dare una scorsa a un qualunque quotidiano pro-regime turco per rendersi conto che sono curdi siriani, americani ed europei oggi i principali bersagli della retorica di Ankara.

Sauditi e qatarini sono invece usciti dallo scenario siriano da ormai oltre un anno, impegnati nella loro speciale guerra fredda tra monarchie petrolifere, o per concentrarsi su altri scenari in cui hanno più leverage e interessi, come Iraq, Yemen e Libano. La sorte di Jaish al-Islam, gruppo che ha controllato Douma dal 2013, ne è un esempio lampante. In passato client principale dei sauditi in Siria, nell’ultimo anno il gruppo è stato sostanzialmente lasciato in balia di regime e russi nello spietato assedio di Ghouta a cui i sauditi hanno dedicato solo qualche frase di circostanza.

Gli israeliani invece perseguono parallelamente la loro partita contro l’Iran in Siria ormai da mesi, senza bisogno di false flag e campagne su twitter. Il loro interesse principale è tenere lontano le milizie filo-iraniane dai loro confini, e sanno benissimo che per farlo la forza non basta, ma hanno bisogno di un interlocutore interno più o meno stabile e di sponde terze come la Russia. Assad quindi non sta rischiando nessun regime-change ma solo un attacco punitivo o, al limite, un ridimensionamento parziale della sua potenza militare.

Molto più utile, al fine di comprendere le ragioni degli attuali tamburi di guerra, è guardare a ciò che accade negli Stati Uniti, dove l’Fbi ha recentemente perquisito a sorpresa gli uffici di uno degli avvocati di Trump, perquisizione dalla quale ci si aspettano importanti rivelazioni.

È utile inoltre guardare all’altro grande evento di questi giorni, ovvero l’audizione al congresso di Mark Zuckerberg che ha fatto nuovamente esplodere le polemiche sui dati sottratti da Cambridge Analytica. Ebbene, se non ci fossero minacce internazionali e guerre all’orizzonte forse media e opinione pubblica parlerebbero molto di più di quei dati, e di chi ne avrebbe beneficiato per la propria elezione.

La seconda nota surreale di tutta questa vicenda invece viene direttamente dalla Siria, ed emerge sempre più chiaramente dall’analisi dei materiali a disposizione sul famigerato attacco: quella di Douma, infatti, non solo non sarebbe stata una false flag, come i complottisti vorrebbero, ma non sarebbe stata probabilmente nemmeno una flag.

Tutti gli indizi, infatti, rendono quasi certo che l’agente che ha provocato la morte delle almeno 34 vittime verificate sia diverso dal famigerato sarin, gas esplicitamente condannato dalle convenzioni internazionali e che renderebbe legale un intervento punitivo. Si tratterebbe invece di cloro.

Questo di fatto farebbe finire la questione qui, visto che il cloro (per le assurde regole della diplomazia internazionale) è in zona grigia, ovvero contestato ma tecnicamente legale. Il suo status è infatti comparabile a quello del famoso fosforo bianco, utilizzato dagli americani in Iraq e, sembra, anche nell’assedio all’ISIS a Raqqa.

Quello che ha confuso molto gli osservatori in un primo momento è che l’attacco ha fatto molte più vittime rispetto alle decine di attacchi al cloro verificatisi durante il conflitto, e verificati dalle indagini indipendenti dell’Opcw (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche).

Ebbene, il motivo dell’alto numero di morti in questa occasione sarebbe da attribuire, secondo gli esperti dell’International Crisis Group, al fatto che le vittime sarebbero state esposte al gas mentre si trovavano all’interno dei rifugi sotterranei in cui si erano rintanate a causa dell'intenso bombardamento convenzionale che andava avanti da ore.

Il cloro in luoghi chiusi sarebbe infatti letale quanto gas più forti come il sarin. In sostanza il regime potrebbe aver causato accidentalmente una situazione simile all'uso del sarin usando un'arma in realtà più convenzionale.

Tutto ciò infatti rientrerebbe quindi nel modus operandi del regime, impiegato altre decine di volte durante fasi intense del conflitto senza destare alcun tipo di reazione internazionale. Testimonianze raccolte da questa testata confermano che nei giorni precedenti l’ultima offensiva su Douma molti abitanti dei quartieri controllati dal regime limitrofi all’area avrebbero temporaneamente lasciato le proprie case in vista di una grossa operazione che stava per essere scatenata lì vicino, ovvero l’offensiva che è effettivamente partita alla fine della settimana scorsa e che ha trovato il suo culmine nel weekend con il famoso attacco.

Le ragioni alla base di questa offensiva sembrano emergere dalle prime testimonianze dei civili che stanno venendo rilocati da Douma al nord secondo l'accordo stretto da Jeish al-Islam, il gruppo ribelle che ha controllato Douma dal 2013, e Damasco con l'intermediazione russa.

Fino alla fine della settimana scorsa Jeish al-Islam stava ancora trattando coi russi la trasformazione della propria milizia in una sorta di polizia locale integrata nel regime e avente autonomia nelle zone sotto il proprio controllo. La trattativa è andata avanti per intere settimane, il che potrebbe significare che almeno la controparte russa fosse incline all'idea. Di sicuro si sa che invece il regime non ha mai visto di buon occhio qualunque tipo di trattativa che prevedesse la cessione anche solo parte del controllo del territorio.

L'offensiva di questo weekend potrebbe aver avuto quindi l'obiettivo di interrompere definitivamente ogni trattativa e spingere per una resa senza condizioni, obiettivo effettivamente raggiunto nella giornata di domenica con la rilocazione di oltre 40 mila tra combattenti e civili verso il nord.

Ed è forse proprio questa la nota più grottesca di tutta questa situazione, tutto questo azzannarsi su false flag e regime change. Perché con ogni probabilità non c’è stata nessuna flag, falsa o meno, e non ci sarà nemmeno alcun regime change.

@Ibn_Trovarelli

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