L’attacco ha colpito bersagli poco più che simbolici. La contraerei siriana ha riposto, quella russa no. Tutto lascia pensare a un'operazione concordata da Washington e Mosca - con un valore incerto come deterrente - nel quale potrebbe rientrare un ridimensionamento dell'Iran in Siria

Un missile fotografato mentre passa su Damasco. SANA/Handout
Un missile fotografato mentre passa su Damasco. SANA/Handout

E alla fine è arrivato, il tanto temuto attacco franco-anglo-americano. Non si può dire Nato perché tecnicamente gli organi dell’Alleanza Atlantica non sono stati coinvolti, anche se ovviamente al colpo d’occhio è difficile vedere la differenza. Un bombardamento di poche ore, nelle prime ore del mattino di sabato.


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Tre gli obiettivi colpiti: il primo a Damasco, una delle sedi del famigerato Centro per gli Studi Scientifici e la Ricerca (conosciuto con l’acronimo francese Cers), l’istituto dagli anni Settanta responsabile dello sviluppo del programma sugli armamenti chimici del governo siriano; gli altri due nella regione di Homs, secondo le poche informazioni disponibili due depositi militari dove il governo siriano conserverebbe parte di quel che rimane del suo arsenale chimico.

Poco si sa per ora di eventuali vittime, probabilmente nessuna o molto poche, essendo queste installazioni evacuate da giorni. Quel che si sa, anche per indiretta ammissione degli stessi interessati, è che la contraerea siriana avrebbe reagito al lancio dei missili. Quella russa no.

I siriani dicono di aver abbattuto un terzo dei bersagli, un numero che appare poco verosimile, ma ancora mancano informazioni certe. Tutte le dinamiche dimostrano un certo livello di coordinamento, se non quasi di accordo, tra Mosca e Washington in merito all’attacco e agli obiettivi da colpire.

Ovviamente i canali governativi russi hanno condannato l’attacco, minacciato conseguenze, e convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per stasera. Ma queste reazioni non bastano per togliere il sapore da copione teatrale all’intera vicenda: Trump e alleati dovevano colpire qualcosa per non perdere la faccia, ma il danno non poteva essere rilevante per non farla perdere a Putin, che in cambio si è limitato a una “forte ma molto diplomatica indignazione”.

Questione chiusa quindi? Forse, presto per dirlo. Certamente né RussiaStati Uniti hanno interesse a farla proseguire a lungo, ma nel conto vanno calcolate anche le possibili reazioni autonome e imprevedibili di Assad, improbabili ma pur sempre possibili.

Nell’attesa che le cose si diradino e si chiariscano meglio, è comunque possibile fare un paio di considerazioni. La prima è sull’attacco, sulla sua assoluta banalità. Nei giorni precedenti esperti e giornalisti si sono affannati a cercare di capire quali potessero essere i veri obiettivi di una offensiva americana.

Basi iraniane? Hezbollah? Basi del regime per ridimensionarne la capacità militare? Certamente, dicevamo tutti, dopo questi giorni di tamburi di guerra e preparativi non potrà essere una cosa troppo semplice, non potrà limitarsi a qualche obiettivo più o meno simbolico legato alle armi chimiche. E invece sì. L’attacco non ha riguardato nient’altro che obiettivi legati all’arsenale chimico di Assad, anche se ovviamente nessuno al momento sa (e forse saprà mai) se in quei depositi le armi chimiche ci fossero veramente.

Questo però non significa che se anche i tomahawk non li hanno colpiti fisicamente i famosi obiettivi iraniani non siano rientrati in qualche modo nelle intense comunicazioni tra capitali che hanno preceduto l’attacco.

Alcune voci vorrebbero infatti che gli americani abbiano negoziato intensità e durata della propria offensiva dietro un qualche accordo coi russi rispetto al ridimensionamento della presenza iraniana in Siria. Non è un tema nuovo, ovviamente. Quando i russi giunsero in Siria per salvare il traballante regime di Assad nel settembre 2015 instaurarono subito alcuni canali privilegiati di coordinamento militare con Washington e Tel Aviv.

In cambio dell’acquiescenza soprattutto israeliana sulla loro presenza, sembra che Putin promise a Netanyahu la propria collaborazione a tenere sotto controllo la presenza iraniana, soprattutto nell’ovest del Paese vicino al confine del Golan. Una promessa che però ha trovato finora scarso riscontro.

Non è chiaro quanto questo sia attribuibile alla scarsa volontà di Mosca a mantenere l’impegno e quanto alla sua oggettiva incapacità di tenere sotto controllo Pasdaran, Hezbollah, e gli altri proxy di Teheran. Di fatto gli israeliani hanno dimostrato di fidarsi sempre meno della capacità di Mosca di mantenere la parola data, una sfiducia che è stata comunicata molto chiaramente nell’attacco israeliano dell’8 aprile contro la base siriana di Tyias, il primo dei molti bombardamenti israeliani di questi mesi avvenuto senza avvertire la controparte russa.

Ebbene, è probabile che tra le molte evacuazioni di basi siriane e degli alleati filo-iraniani in vista del possibile attacco americano alcune potrebbero rivelarsi più permanenti delle altre, soprattutto quelle di alcune milizie legate a Teheran.

Hezbollah, rispondendo a queste voci ha già fatto sapere che il suo ritiro dalla Siria, parziale o completo che sia, non è assolutamente previsto al momento. Ma se c’è una cosa chiara emersa in questi ultimi giorni di minacce, accuse, controaccuse e appelli alla pace è che per capire gli avvenimenti in Siria a poco servono i filtri della geopolitica internazionale. Il palcoscenico di un teatro, invece, è una metafora che si adatta molto di più. Vedremo nei prossimi giorni, quindi, se e quanto Teheran è stata costretta a concedere in cambio di un bombardamento poco più che “simbolico”. 

La seconda questione, forse quella più centrale visti il movente dichiarato e gli obiettivi dell’attacco, è quella delle armi chimiche. Qual è l’effetto, se c’è stato, sullo stock di armamenti chimici ancora presenti in Siria? E sul loro possibile futuro uso? Innanzi tutto, è necessario sottolineare l’ambiguità con cui la Casa Bianca ha schivato le domande di chi chiedeva se ora anche il cloro, oltre al sarin, rientri nella cosiddetta linea rossa. È infatti ormai quasi del tutto evidente che l’agente utilizzato nell’attacco di Douma (o, quantomeno, l’agente prevalente utilizzato) sia il cloro, e non il sarin come accaduto a Ghouta nel 2013 e a Khan Sheikhoun nel 2017.

Il cloro è infatti stato utilizzato in decine altri attacchi durante il conflitto nella sostanziale acquiescenza internazionale. Tale ambiguità lascia aperti molti quesiti sulle dinamiche che hanno portato all’attacco, che potrebbero essersi basate su un equivoco iniziale successivamente usato dall’amministrazione americana per scatenare una crisi internazionale limitata al fine di sviare momentaneamente l’attenzione dai propri problemi interni. 

Un’altra questione cruciale riguarderebbe invece la potenziale deterrenza del bombardamento di sabato rispetto al possibile futuro uso di armi chimiche. Su questo punto le opinioni degli osservatori sono discordi. C’è chi infatti sostiene che il danno all’arsenale chimico, unito alla paura per una pericolosa escalation vissuta in questi ultimi giorni, abbia reso il regime più prudente. Altri, invece, ritengono che la portata sostanzialmente simbolica dell’attacco potrebbe aver incoraggiato il regime a utilizzare nuovamente le armi chimiche contando su una sostanziale impunità. Entrambe le argomentazioni hanno una propria logica, e probabilmente parte della risposta dipende dal volume reale dei danni riportati e dall’importanza effettiva delle installazioni colpite.

Ma c’è sicuramente un punto cruciale su cui tutte le opinioni tendono a concordare: "punire" il regime per evitare che faccia uso di armi chimiche in futuro equivale a un riconoscimento implicito della sopravvivenza del regime nel lungo termine. Attaccare per distruggere è una forma di rifiuto; ma attaccare per “punire” è una forma, seppur ostile, di accettazione di un interlocutore diventato imprescindibile. 

@Ibn_Trovarelli

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