Raqqa, il senso di una fine

Ci siamo illusi che la fine dell’incubo jihadista potesse avvenire sul campo di battaglia. La caduta della capitale del Califfato però non ha portato l’attesa liberazione. Perché il contesto che agevolò l’ascesa dell’Isis oggi si ripresenta, con tratti perfino più feroci

La vista di edifici distrutti in prima linea a Raqqa, in Siria 16 ottobre 2017. REUTERS / Erik De Castro
Raqqa, Siria, 16 ottobre 2017. REUTERS / Erik De Castro

Nel 2011 Julian Barnes vinse il premio Booker Prize per il suo libro “Il senso di una fine”. Nel racconto la fine tragica di un ragazzo veniva analizzata e rivissuta, strato dopo strato. Man mano che la narrativa cambiava e nuovi elementi emergevano, si capiva quanto fosse ingenua a contraddittoria la versione iniziale, quella a cui per anni tutti avevano creduto. Anche noi per mesi, se non ormai per anni, abbiamo creduto alla narrativa della “riconquista”. Dal 2014, da quando Isis aveva sconvolto il mondo con la fulminea occupazione di un territorio più grande della Gran Bretagna, ci siamo abituati a pensare che la fine di questo nuovo incubo jihadista potesse avvenire sul campo di battaglia. Prima con la grande riconquista di Mosul, e poi, in una battaglia che molti prefiguravano leggendaria, con la riconquista della capitale di fatto del Califfato: Raqqa. Ma ora che entrambe le “riconquiste” sono avvenute è difficile provare quel senso di trionfo e liberazione dal pericolo che forse in molti si aspettavano.

Di questa narrativa fatta di un inizio e di una agognata fine ben riconoscibili avevamo bisogno per dare un senso a ciò che accadeva e per porre un orizzonte temporale visibile alla fine della nuova minaccia jihadista in Medio Oriente e in Europa; riconquistata Raqqa sarà tutto finito. Era una narrativa funzionale a tutti: al pubblico internazionale per dare un senso alla paura, perlopiù mediaticamente indotta, e a costruire una narrativa di “guerra al terrorismo”, spesso usata per giustificare le nuove pulsioni razziste d’Occidente e la loro traduzione in politica; era funzionale ai governi di Paesi come Iraq e Siria, per attirare consenso internazionale e stringere le popolazioni intorno a sé, spesso giustificando e seppellendo sotto la retorica della lotta al mostro jihadista crimini anche peggiori di quelli di Isis; ed era funzionale ad altri Paesi come Iran e Russia per giustificare interventi militari decisi in realtà secondo logiche di pura real polik, per riaffermare potere e influenza in certe zone del mondo.

Una retorica utile, ma semplicistica e, come spesso capita in questi casi, in fin dei conti sbagliata. A essere sbagliata era prima di tutto la simbologia della “fine” e della “riconquista”. Come parlare di “riconquista” se spesso molti dei combattenti di Isis venivano proprio da Raqqa, Mosul, Palmira o Falluja? Una realtà che la narrativa di governi e media internazionali hanno sempre voluto ignorare, preferendo attribuire tutto ai famigerati foreign fighters (che c’erano, ma non erano certo la maggioranza) e a non meglio specificati professionisti della Jihad, alieni mostruosi giunti da altri pianeti o generati altrove, in sofisticate cospirazioni tanto perfide quanto fantasiose.

Ma Isis non è nato su altri pianeti, e non sono alieni ad averlo portato. Le radici dello Stato Islamico in Iraq e Siria sono appunto lì, in Iraq e Siria. Nei conflitti e nelle divisioni che hanno logorato e portato al collasso il tessuto sociale di intere comunità. Sono nella scellerata occupazione americana dell’Iraq del 2003, sono nel cinico uso politico fatto dall’Iran di governi iracheni sempre più settari, e sono nella repressione criminale del governo di Assad, incapace di accettare qualunque idea di riforma e condivisione del potere.

E mentre ancora una volta gli americani si apprestano ad andarsene da Iraq e Siria – come consigliato caldamente dall’ex ambasciatore statunitense Robert Ford - lasciandole alle macerie che loro stessi han contribuito a creare, le milizie sciite e filo-iraniane riconquistano Kirkuk, conquistandosi sempre più un posto di primo piano nell’Iraq post-“riconquista”, e Assad si appresta a completare la “riconquista” di ogni “angolo della Siria”, come promesso pubblicamente mesi fa. Un quadro in cui lo status-quo-ante che portò all’Isis nel 2014 si ripresenta, per certi versi con tratti ancor più feroci. Se infatti in Iraq milizie e politici sciiti oggi hanno ancora più supporto popolare e internazionale nella repressione della minoranza sunnita, colpevole di essere stata la base popolare di Isis, in Siria il disastro, per molti inversi auto-inflitto, dell’opposizione sta concedendo ad Assad mano libera nella riconquista del Paese e, con ogni probabilità, nella sua ricostruzione, col beneplacito implicito o esplicito dell’intero panorama internazionale.

No, nulla è finito a Raqqa con l’abbattimento della bandiera di Isis issata nel 2014, perché l’inizio di tutto questo non era certo avvenuto nel 2014. E l’unico modo per cercare un senso a questa pretesa fine è trovarlo nell’utilità che questa narrativa ha avuto per così tanti degli attori in campo.

Nuovi inizi, che saranno più che altro continuazioni, arriveranno presto. Arriveranno dai campi profughi che in Iraq raccolgono gli sfollati dei territori precedentemente sotto controllo dell’Isis, oggi ancor più perseguitati che in passato e spesso senza più una casa a cui tornare. O arriveranno dalle periferie di Beirut, Gaziantep o Amman, dove si ammassano milioni rifugiati siriani che inspiegabilmente preferiscono ancora fare la fame in terra straniera piuttosto che ritornare nella Siria di Assad. O arriveranno dall’Europa, dove il razzismo e la polarizzazione che la narrativa del mostro jihadista ha contribuito a seminare hanno già iniziato a dare i loro frutti avvelenati.

@Ibn_Trovarelli

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