eastwest challenge banner leaderboard

Siria, conferenza di pace o di guerra?

Indietro

La conferenza di pace sulla Siria rischia di essere un fallimento annunciato: l’High Negotiations Committee (HNC), il comitato di oppositori al presidente Bashar al Assad, formato su iniziativa dell’Arabia Saudita, ha deciso sì di mandare una delegazione a Ginevra, ma per discutere di questioni umanitarie, non per partecipare ai negoziati politici organizzati dalle Nazioni Unite. E lo stesso Assad, sottolinea Noah Bonsey, analista dell’International Crisis Group, “non è realmente interessato a trattare. Non ha mostrato grande volontà di fare significative concessioni politiche neppure in passato, quando era molto vulnerabile. È difficile immaginare che questo possa avvenire adesso, perché, dal punto di vista militare, il momento gli è favorevole”.

An overview of the room where U.N. mediator for Syria Staffan de Mistura and the Syrian delegation lead by Syrian Ambassador to the U.N. Bashar al Jaafari opened the Syrian peace talks at the United Nations European headquarters in Geneva, Switzerland, January 29, 2016. REUTERS/Denis Balibouse

Dall’avvio dell’intervento russo in Siria a sostegno del presidente, a fine settembre, la situazione sul campo è cambiata, anche se nessuna delle parti è in grado di chiudere definitivamente la partita. L’aviazione di Putin ha preso di mira non tanto lo Stato Islamico quanto i gruppi dell’opposizione siriana sostenuti dai Paesi sunniti (Turchia, Qatar, Arabia Saudita) e dall’Occidente, consentendo alle forze del regime di recuperare alcune aree sia a Nord – Salma, vicino a Latakia – sia a Sud (è di qualche giorno fa la notizia della riconquista della strategica città di Sheikh Miskeen, vicino a Daraa). Al tempo stesso, è stata rilanciata l’azione diplomatica: i sostenitori regionali dei due fronti – Russia e Iran, da una parte, sunniti ed Occidente dall’altra – si sono incontrati a Vienna per creare una roadmap di uscita dalla crisi (e concentrare le proprie forze sulla lotta allo Stato Islamico). Si è stabilito un calendario piuttosto utopico: discussioni per un governo di unità nazionale, a partire da gennaio e per sei mesi, poi, dopola formazione dell’esecutivo, organizzazione delle elezioni, entro diciotto mesi.

La comunità internazionale ha mostrato un certo appeasement nei confronti di Assad, per portarlo a trattare. Da un report delle Nazioni Unite sulla Siria sono stati tolti i riferimenti agli assedi con cui il regime sta prendendo per fame alcune città ribelli, come Madaya (dove, secondo Medici Senza Frontiere, sono morte altre sedici persone, malgrado l’arrivo degli aiuti Onu). Gli Stati Uniti hanno cambiato ritornello: non più “i giorni di Bashar sono contati” ma “potrebbe restare ancora un po’, sarà il popolo siriano a decidere il suo destino” (mercoledì Politico parlava della disillusione dell’opposizione siriana nei confronti dell’amministrazione Obama). Eppure i problemi sul tavolo sono enormi. Chi fa parte dell’opposizione legittimata a trattare? La lista degli inviti, mandati dall’inviato Onu Staffan De Mistura, è segreta.I sauditi, con la conferenza di Riad, hanno riunito alcuni gruppi politici e militari, formando l’High Negotiations Committee, la cui rappresentatività,però,è quantomeno dubbia. Ovviamente non ci sono il Fronte al Nusra, la branca siriana di al Qaeda, e, ça va sans dire, lo Stato Islamico. Ma non è chiaro se ci siaAhrar-al-Sham, uno dei gruppi islamisti più forti, sostenuto dalla Turchia (c’è, invece, un’altra grande formazione islamista, Jaysh al-Islam, che, come Ahrar, viene considerata terrorista dai russi e da Assad).

Altra questione. L’opposizione chiede come precondizione per i negoziati la fine degli assedi contro le città ribelli e degli attacchi aerei contro i civili. Di fronte al diniego del regime – e alla prudenza degli americani, che hanno invitato l’opposizione ad andare comunque a Ginevra, per scoprire le carte di Assad - l’HNC ha deciso di sospendere il sì alle trattative. Bonsey trova negli ultimi sviluppi la conferma dei propri timori. “L’intervento russo”, spiega, “ha spostato la provvisoria bilancia politico-militare a favore del regime. I russi potrebbero quindi fare pressione su Assad perché faccia delle concessioni all’opposizione, ma al momento non hanno mostrato alcuna inclinazione a farlo”. D’altronde, i raid di Mosca hanno ulteriormente esasperato la rabbia degli anti-Assad, colpendo sia i combattenti che i civili (il 20 gennaio ad Hazano, nella provincia di Idlib, è stata distrutto un forno, costruito grazie agli inglesi, che sfamava 18.000 persone).

Sembra una situazione senza via d’uscita, tant’è che gli obiettivi di Ginevra si sono abbassati. La priorità, adesso, è ottenere un cessate-il-fuoco generalizzato (su base locale si è assistito ad una trentina di intese di questo tipo). Si raggiungerà lo scopo? “Il regime”, sottolinea Bonsey,“non è così forte come gli attuali progressi militari potrebbero suggerire, perché è sempre più dipendente dagli alleati. Sto parlando sia dei raid aerei russi che dei combattenti stranieri sul terreno, forniti dall’Iran e dai libanesi di Hezbollah”. Questo porta a pensare che “il sostegno esterno può permettere al regime di guadagnare terreno, ma conservare quanto è stato conquistato rappresenterà comunque un problema sul lungo periodo, a causa della carenza di uomini da parte di Assad”.

Le chiavi sono in mano a Teheran e Mosca: “L’Iran e la Russia possono compensare questo deficit del regime, ma i costi della loro azione crescono giorno dopo giorno. Quindi, in teoria iraniani e russi hanno interesse a spingere Assad verso un’intesa, in modo da minimizzare i propri costi. In pratica, però, sembra che non l’abbiano ancora fatto”. 

 @vannuccidavide

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA