L'attacco chimico a Douma e l’impossibile Yalta siriana

Il presunto attacco chimico a Douma riporta l'attenzione su una guerra lontana dall’epilogo. Dietro l’apparente concordia del trio di Astana, la linea dura siriano-iraniana si contrappone a quella del compromesso russa-turca. Senza il quale Ankara non intende ritirarsi. E gli Usa? Un’incognita decisiva

Hassan Rouhani, Tayyip Erdogan e Vladimir Putin si stringono le mani prima del loro incontro ad Ankara, in Turchia, il 4 aprile 2018. Tolga Bozoglu / Pool via Reuters
Hassan Rouhani, Tayyip Erdogan e Vladimir Putin si stringono le mani prima del loro incontro ad Ankara, in Turchia, il 4 aprile 2018. Tolga Bozoglu / Pool via Reuters

La Siria è nuovamente al centro dell’attenzione internazionale. Lo è a causa del presunto attacco chimico avvenuto a Douma, ultima enclave ribelle dell’area di Ghouta, la mattina dell’8 aprile. È molto presto per tirare qualunque conclusione. Se pochi dubbi restano sul fatto che gas sia stato effettivamente usato, le fonti discordano sul tipo di agente, se nervino, cloro, o altre sostanze. È quasi certo che l’attacco stato effettuato dal cielo, un dato che assegnerebbe la responsabilità al regime e i suoi alleati, che hanno il controllo assoluto dello spazio aereo nell’ovest della Siria.

E dal cielo potrebbe essere già arrivata una risposta militare nelle prime ore di oggi, con un attacco che ha colpito la base aerea di Tiyas vicino a Homs, provocando, secondo l’agenzia di stampa siriana Sana, la morte di 14 persone. Sia Parigi che Washington hanno minacciato di intervenire all’indomani della denuncia dell’uso di armi chimiche a Douma. Ma Damasco stamani punta l’indice contro Israele, che dal 2012 ha ripetutamente colpito obiettivi militari in Siria, inclusa a febbraio la base aerea di Tiyas, senza metterci però quasi mai la firma.

Restiamo anche qui nell’ambito dell’incertezza. Difficilmente però questo ennesimo attacco chimico (se effettivamente attacco chimico è stato) - e le possibili rappresaglie - sposterà di molto la traiettoria del conflitto. Anche un intervento punitivo simile a quello portato a termine dagli americani in occasione dell’attacco chimico di Khan Sheikhoun – quando una novantina di missili Tomahawk distrussero parzialmente la base aerea da cui la CIA affermava che l’attacco fosse stato lanciato – inciderebbe ben poco sui prossimi sviluppi.

È infatti lontano dall’attenzione e dalle prime pagine dei media internazionali che ormai da anni di svolgono gli episodi più cruciali per la guerra in Siria. Uno di questi è stato il vertice di Ankara del 4 aprile scorso, soprannominato da alcuni la “Yalta siriana”. Ma l’incontro tra i rappresentanti di Turchia, Iran e Russia, il cosiddetto “trio di Astana”, pur ribadendo il rafforzamento di un asse sempre più solido tra Mosca, Teheran e Ankara, è stato lungi dall’avere il respiro della grande conferenza di spartizione di zone di influenza che fu lo storico incontro del 1945, almeno questa volta. E non solo perché il conflitto civile siriano è ancora ben lontano dall’essere concluso – in fondo anche Yalta avvenne a mesi dalla fine del secondo conflitto mondiale – ma a causa di almeno due fattori che rendono l’incontro di Ankara tutt’altro che risolutivo.

Il primo fattore è legato alle profonde divisioni interne al trio di Astana. Per quanto anche a Yalta i tre principali attori – Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica – fossero molto diversi tra loro, tutti condividevano un’idea generale di come la guerra dovesse risolversi e sul fatto che dopo la sua fine buona parte del mondo sarebbe stata divisa tra loro in zone di influenza. Non è affatto così oggi, in scala molto più piccola, in Siria, dove Russia, Iran e Turchia hanno tuttora idee molto diverse su come il conflitto debba finire.

C’è da una parte la linea dura siriano-iraniana, che mira alla riconquista totale di tutti i territori perduti accompagnata dal totale annichilimento della ribellione e delle istanze autonomiste, la linea del nessun processo politico e della soluzione militare. Vi è poi la linea russa, che vede un compromesso necessario almeno con quei gruppi non troppo estremisti che hanno ampio controllo sul terreno e che sarebbero in grado destabilizzare a lungo lo stato siriano in mancanza di un accordo di autonomia almeno al livello locale. Infine, c’è la linea turca, ormai molto vicina a quella russa, che vede in un percorso politico di compromesso nazionale l’unica strada di risoluzione.

Ankara ha fatto sapere chiaramente che non si ritirerà dai territori siriani attualmente sotto il suo controllo - il triangolo Azaz, Jarablous, Al-Bab, recentemente allargato al cantone di Afrin - finché un tale processo politico non avrà avuto luogo. Il che, nello stallo in cui versano ancora una volta i negoziati di Ginevra soprattutto dopo i magri risultati della conferenza di Sochi, significa che la Turchia, almeno per ora, mira a restare in Siria a tempo indeterminato.

Ed è proprio la presenza turca sul territorio siriano il vero seme della discordia in queste ultime settimane all’interno del trio di Astana. Damasco e Teheran non avrebbero infatti visto affatto di buon occhio la luce verde garantita da Mosca prima per l’operazione Euphates Shield a inizio 2017, e poi per l’invasione di Afrin conclusasi a metà marzo. Damasco teme, e forse a ragione, che il controllo diretto delle milizie ribelli siriane fedeli ad Ankara si trasformi in un dato di fatto permanente, una sorta di annessione non dichiarata da parte della Turchia, che sarebbe confermata dalle istituzioni civili - governo e polizia - costituite in questi mesi dai ribelli filo-turchi e addirittura messe alle dipendenze delle autorità civili delle province turche adiacenti.

I media iraniani hanno riportato il giorno dopo l’incontro di Ankara uno scambio fra Rouhani ed Erdogan, in cui il presidente iraniano avrebbe chiesto perentoriamente la restituzione dei territori occupati da Ankara al regime di Damasco.

E proprio il desiderio di limitare l’allargamento dell’area di influenza turca avrebbe portato inoltre al curioso episodio di Tel Rifaat. Secondo fonti del quotidiano panarabo Al-Quds Al-Arabiyy, all’inizio di aprile i russi, d’accordo con Ankara, si sarebbero ritirati dalla cittadina di Tel Rifaat, in cui mantenevano un centinaio di osservatori militari a protezione del governo locale guidato dai curdi del Ypg. Esattamente come accaduto ad Afrin, il ritiro russo aveva lo scopo di facilitare la conquista della città da parte dei turchi e dei loro alleati. Il Ypg, rimasto sprovvisto della protezione russa, ha deciso di ritirarsi, lasciando via libera alle forze di Ankara. Mosca avrebbe però condizionato il proprio ritiro al fatto che la città fosse occupata solo dall’esercito turco, lasciando fuori le milizie ribelli siriane alleate. Non solo, la Russia, su pressione di Damasco e Teheran, avrebbe inoltre chiesto che le pattuglie militari per il controllo della città fossero miste, ovvero costituite da forze turche e dell’esercito siriano. Una richiesta inaspettata che, se accettata, potrebbe vedere per la prima volta nel conflitto truppe siriane operare unitamente a reparti turchi.

L’altro fattore che rende Ankara un incontro chiave ma non risolutivo è il fatto che non tutti i protagonisti principali erano presenti. Ce n’è almeno un altro, rimasto in disparte per anni dal conflitto civile vero e proprio perché impegnato nella campagna anti-Isis, che a seconda delle prossime mosse che deciderà di compiere potrebbe diventare centrale nei futuri sviluppi della guerra in Siria: gli Stati Uniti.

Washington ha infatti in Siria circa duemila uomini, perlopiù forze speciali, e numerosi mezzi d’assalto. La maggior parte di questi è tuttora impegnata nella caccia a ciò che resta dell’Isis ma la loro presenza dovrà presto trovare una nuova ragione di essere se sarà prolungata. Una ragione di essere che, almeno nel dibattito interno alla Casa Bianca, sembra avere un solo nome: Iran. Una parte dell’amministrazione americana vorrebbe infatti rimanere per contrastare i progetti iraniani in Siria, in particolare rendere inattuabile l’instaurazione di aree direttamente controllate dalle milizie sciite fedeli a Teheran, che oggi costituiscono le principali forze d’assalto del regime di Damasco e che un domani potrebbero costituire, insieme ai loro corrispettivi in Libano e Iraq, un anello fondamentale di quell’arco sciita che la leadership iraniana è riuscita a formare e consolidare in questi anni, soprattutto grazie al conflitto siriano.

Per impedire tutto ciò, Washington potrebbe quindi decidere di rendere la propria presenza stabile, appoggiandosi ai propri alleati locali, in particolare i curdi del Ypg. Un’opzione pericolosa, che potrebbe portare alla spaccatura definitiva con Ankara, alleato Nato, e trasformare il nord-est della Siria in una sorta di protettorato americano circondato solo da nemici. Trump sembra tutt’altro che entusiasta all’idea, che invece viene spinta fortemente dagli ambienti militari che, da una parte, temono per la credibilità americana in caso di abbandono degli alleati curdi dopo anni di guerra all’Isis combattuta fianco a fianco e, dall’altra, vedono nel contrasto alla presenza iraniana un interesse americano primario. Ma Trump contesta soprattutto quest’ultimo punto.

Secondo indiscrezioni fuoriuscite da queste settimane di dibattito alla Casa Bianca, Trump sembra ritenere che l’America non abbia più in Medio Oriente alcun interesse primario, o almeno abbastanza primario da giustificare un piano così pericoloso e potenzialmente costoso. Gli interessi dell’America sono ormai altrove, in Asia, nella guerra commerciale con Pechino, o nello storico vertice con la Corea del Nord, e Washington deve saper fare delle scelte.

Ragioni che agli osservatori più attenti paiono oggi l’eco di altri discorsi, parole di una amministrazione diversa, che ormai sembra lontana nel tempo anni luce. Bisognerebbe che qualcuno avvertisse Trump che sta cominciando a pensarla sempre più come il suo predecessore Obama.

@Ibn_Trovarelli

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