Siria, ecco tutti gli altri orrori oltre a Madaya

“Portarli fuori da Madaya sarà complicato, tanto complicato quanto lo è stato entrarvi”, ammette Stephen O’Brien, coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, riferendosi alle quattrocento persone bisognose di intervento immediato nella cittadina siriana, 42.000 abitanti, assediata da luglio 2015 dalle forze di Bashar al Assad.

A Syrian boy waits with his family, who say they have received permission from the Syrian government to leave the besieged town, as they depart after an aid convoy entered Madaya, Syria January 11, 2016. REUTERS/Omar Sanadiki

I primi camion dell’Onu, carichi di cibo e medicinali, hanno finalmente raggiunto Madaya, dopo un’estenuante trattativa con il regime e in seguito ad una campagna internazionale, rilanciata da media tradizionali e social, fatta di immagini da Olocausto (non tutte verificabili in maniera indipendente): corpi scheletrici, bambini denutriti, famiglie che si cibano di foglie, cani, gatti ed insetti. Domenica scorsa Medici Senza Frontiere ha aggiornato la propria contabilità: a Madaya sono morte di fame 28 persone, di cui sei bambini. Per settimane la comunità internazionale ha mostrato tutta la propria impotenza, anche sul piano umanitario, oltre che su quello politico (a tal punto che qualcuno ha evocato la possibilità di un ponte aereo, come quello fatto su Berlino nel ’48).

Tutto questo è avvenuto perché anche l’umanitarismo dipende dalla politica e perché l’assedio, tattica antica e medievale che ricorre troppo spesso nelle guerre moderne, è una costante del conflitto in Siria. Circa quattro milioni di siriani sono rifugiati all’estero – in Turchia, Libano, Giordania, Egitto, oltre che in Occidente – altri sono sfollati in varie aree del Paese, ma ben 400.000 civili sono intrappolati nelle loro città, potenziale carne da macello nonché merce di scambio tra i due fronti.

Madaya è strategica, si trova nelle montagne della catena del Qalamoun, lungo il confine con il Libano, a cinquanta chilometri da Damasco. Ad inizio della rivolta molti villaggi montagnosi si schierarono contro il regime; a maggio 2015 Assad, con gli alleati libanesi di Hezbollah, ha lanciato un’offensiva per riprendersi il Qalamoun, riconquistando buona parte del confine. D’altronde, per il regime è essenziale rendere sicura l’area (più che, ad esempio, riconquistare i territori perduti a Nord), perché dalla frontiere siro-libanese passano le armi che alimentano l’assalto dei ribelli alla capitale. Così si spiega l’assedio contro Madaya, controllata dal gruppo islamista Ahrar al-Sham, e la vicina Zabadani (che si trova ad appena tre chilometri). A settembre Hezbollah è entrata a Zabadani, costringendo alcune persone considerate ostili a trasferirsi a Madaya. In seguito è stato negoziato un accordo, con la mediazione dei rispettivi “padrini”, Iran e Turchia, che ha permesso ad alcune centinaia di militanti feriti di lasciare Zabadani, assieme alle proprie famiglie, ed agli aiuti umanitari di raggiungere le città assediate. Da ottobre, però, a Madaya i convogli non sono più arrivati .

Quello che avviene nel fronte Sud della guerra siriana, infatti, va letto in parallelo con ciò che accade sul versante Nord-Ovest, in una zona della provincia di Idlib controllata dai ribelli, quella di Fuaa e Kafraya. Si tratta di aree a maggioranza sciita, assediate dai miliziani delle opposizioni e difese dallo stesso Hezbollah. A Fuaa e a Kafraya abitano 30.000 persone. Dopo l’accordo per Zabadani, questi civili avrebbero dovuto essere messi in salvo, ma questo non è mai avvenuto (anche se una sorta di evacuazione parallela è avvenuta con successo poco dopo Natale). La tregua è saltata, le due città sono rimaste sotto assedio e il regime ha deciso di prendere per fame la località ribelle del fronte Sud. Le due vicende sono talmente legate che domenica scorsa i 44 camion con gli aiuti dell’Unicef e del World Food Program sono rimasti fermi a 500 metri dall’ingresso di Madaya in attesa che gli altri 21 convogli raggiungessero Fuaa e Kafraya.

Yacoub El Hillo, il coordinatore Onu per gli aiuti in Siria, ha detto che gli operatori umanitari hanno riferito di casi di carestia anche nelle due località sciite. I numeri forniti dalle Nazioni Unite – 400.000 persone sotto assedio – rendono l’idea di quello che sta accadendo nel contesto siriano. Circa 200.000 civili sono intrappolati nell’est del Paese, nella provincia di Deir Zor, in mano allo Stato Islamico. Ci sono gli sciiti della provincia di Idlib, nonché gli abitanti assediati dal regime nei sobborghi di Damasco, come quelli dell’area ribelle del Ghouta orientale (176.500 persone), e di Darayya (dieci chilometri ad Ovest della capitale).

Una commissione di inchiesta di Palazzo di Vetro ha stabilito che l’assedio, come arma di guerra, è stato utilizzato in Siria in una maniera spietatamente coordinata e pianificata, con lo scopo di costringere la popolazione ad una scelta collettiva: arrendersi o morire di fame. L’Onu ha aggiunto che solo il dieci per cento delle proprie richieste di accesso ad aree assediate o difficili da raggiungere sono state accolte dalle parti in guerra. L’impossibile libertà di movimento per le merci, oltre che per le persone, ha avuto l’effetto di moltiplicare i prezzi dei beni di prima necessità. Questo è il contesto in cui il 25 gennaio dovrebbero riprendere i colloqui “di pace” tra il governo e i ribelli, sotto l’egida della stessa Onu e con la partecipazione delle potenze regionali – Iran ed Arabia Saudita – ed internazionali (Usa e Russia).

@vannuccidavide

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