La Germania assicura sostegno politico, ma come al solito non interviene. Il dibattito sul suo ruolo militare però ormai è aperto. Calata la paura di uno scontro Usa-Russia, Berlino punta sull’asse renano per riaprire la via diplomatica. E l’apertura di Macron verso Trump la spiazza

Una manifestazione per la pace in Siria davanti al parlamento a Berlino. REUTERS/Christian Mang
Una manifestazione per la pace in Siria davanti al parlamento a Berlino. REUTERS/Christian Mang

Berlino - Quando la diplomazia cede al conflitto militare, il passo indietro (o a lato) della Germania è un passaggio quasi scontato. Prima della classe nelle relazioni commerciali e nella geopolitica degli affari, Berlino continua a tenersi lontana dalle escalation belliche. È la struttura ideologica stessa delle sue istituzioni a rendere la Germania riluttante alle azioni di guerra, nonostante la partecipazione tedesca a missioni come quella in Afghanistan e malgrado Berlino sappia che, prima o poi, sarà costretta a posizionarsi maggiormente nell’instabilità globale.


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Di fronte all’attacco di sabato scorso - in cui Usa, Regno Unito e Francia hanno bombardato tre bersagli selezionati nella Siria di Assad - Angela Merkel ha reiterato un classico schema Nato: la Germania dà tutto il proprio sostegno politico, ma resta in disparte. Già 48 ore prima dell’attacco, la Cancelliera aveva appoggiato un eventuale intervento militare degli alleati occidentali, escludendo tuttavia qualunque partecipazione diretta della Bundeswehr. Sabato mattina, dopo la notte dell’azione, la Kanlzerin l’ha definita una misura «necessaria e appropriata» per contrastare un futuro uso di armi chimiche da parte del governo siriano.

Alle posizioni di Merkel si è unito il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas. Entrato in carica poco più di un mese fa, Maas si è già dimostrato meno conciliante con la Russia putiniana rispetto ai suoi predecessori socialdemocratici. Non a caso, il responsabile dell’Auswärtiges Amt ha dichiarato che l’atteggiamento di Mosca all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarebbe uno degli ostacoli principali alla risoluzione della guerra in Siria.

Contemporaneamente, però, Maas ha ugualmente sottolineato la necessità di riaprire immediatamente il canale diplomatico e che, a questo scopo, la Germania utilizzerà anche le proprie relazioni con la Russia, da cui però il ministro dichiara di «aspettarsi un atteggiamento finalmente costruttivo». Il presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier, ha invece ricordato che una soluzione in Siria può essere trovata solo riportando Usa e Russia al tavolo delle trattative (assieme agli altri attori regionali).

Steinmeier, socialdemocratico di stampo schroederiano, ha anche espresso preoccupazione per il «galoppante straniamento» tra Occidente e Russia, invitando a non considerare nemica «l’intera Russia».

Allarme (temporaneamente) rientrato

La Germania, come tanti altri attori geopolitici, si è quindi principalmente allarmata di fronte all’opzione di un confronto diretto tra Washington e il Cremlino. Berlino, che sa di essere un cardine del fragile equilibrio euroasiatico, vede da tempo come un worst case scenario il precipitare di un confronto tra asse atlantico e Mosca. Il confronto, in verità, è ben poco probabile in Siria, visto il disimpegno americano dall’area e il concentrarsi degli Usa sul nemico iraniano.

Tuttavia, un escalation russo-americana resta un’opzione accidentale, soprattutto considerando l’eventualità di operazioni avventate come quella che sembrava inizialmente annunciata dalla Twitter-foreign-policy di Donald Trump. Così, nel momento in cui l’expertise militare americana ha arginato la precipitosità del proprio presidente, optando per un attacco non particolarmente performante ed escludendo qualsiasi bersaglio russo, l’allarme è parzialmente rientrato anche a Berlino.

Resta ovviamente la preoccupazione tedesca per lo scenario sempre più drammatico del Medio Oriente. Preoccupazione legata anche al fatto che il proseguire della guerra siriana, che ha già causato centinaia di migliaia di morti, possa esacerbare nuovamente la cosiddetta crisi dei migranti, con tutto quello che ne consegue per la realpolitik del governo tedesco (sia sul piano del consenso politico interno sia su quello delle scomode relazioni con player spregiudicati come la Turchia di Erdoğan).

La sponda francese

In Italia, nei giorni scorsi, si è ipotizzato un asse italo-tedesco in risposta all’attacco occidentale in Siria. Tuttavia, pur esistendo una chiara vicinanza tra la moderazione di Angela Merkel e quella del premier uscente Gentiloni, resta difficile credere che la Germania voglia puntare su un alleato, quello italiano, dove l’attuale instabilità politica ha evidenti ripercussioni sul piano della politica estera.

Anche in occasione dell’azione militare di sabato scorso, quindi, il vero punto di riferimento per Berlino è rimasta Parigi. L’asse renano, del resto, si struttura proprio sulla reciprocità tra il primato industriale tedesco e quello militare francese. Quando, nel 2003, la Germania si rifiutò apertamente di sostenere la campagna di Bush in Iraq, lo fece anche, se non soprattutto, in accordo con la Francia.

Oggi, con l’apertura strategica di Macron verso Trump, sembrano molto lontani i giorni in cui Dominique de Villepin si schierava pubblicamente contro gli Usa alle Nazioni Unite. Restare protagonista sul piano internazionale, del resto, è una scelta vitale e quasi irrinunciabile per Parigi. Di conseguenza, per ora, Berlino non potrà far altro che sostenere più o meno direttamente il suo più importante alleato nell’Ue.

È stato proprio Heiko Maas ad annunciare il progetto di un “format internazionale” franco-tedesco per spingere la risoluzione politica della questione siriana. La Francia, da parte sua, ha parlato della necessità di trattative politiche già immediatamente dopo l’attacco, mentre la ministra francese della Difesa Florence Parly è stata la prima a sottolineare che la Russia fosse stata preventivamente avvertita dell’operazione militare contro i target siriani.

Tuttavia, anche se questa ipotetica apertura francese verso Mosca sembrerebbe convergere con la prudenza della Germania, l’armonia franco-tedesca potrebbe non essere così scontata, soprattutto in caso di un ulteriore avvicinamento tra Macron e Trump. La visita del presidente francese a Berlino, questo giovedì, potrebbe essere chiarificatrice. Ancora più pregno di significato, inoltre, diventa il viaggio di Macron in Russia, previsto per il mese prossimo e confermato proprio sabato scorso, poche ore dopo l’azione militare occidentale.

Bundestag diviso e tedeschi ostili alla guerra

Intanto, il dibattito interno in Germania non è certamente allineato con la posizione della Kanzlerin. Secondo un sondaggio di Spiegel-Civey, il 59,9% dei tedeschi giudica negativamente l’operazione occidentale di venerdì scorso, a conferma del pacifismo tradizionalmente radicato nella società tedesca. Nel Bundestag le posizioni sono eterogenee: se i partiti di governo si sono quasi automaticamente schierati con l’esecutivo, la sinistra Linke e la destra identitaria AfD hanno condannato l’attacco, replicando anche la loro specifica convergenza verso Mosca. La Linke, inoltre, ha sottolineato che l’operazione militare occidentale sia stata svolta il giorno prima dell’arrivo in Siria dell’Opcw (che dovrà ancora indagare sugli agenti chimici utilizzati a Douma il 7 aprile scorso). Anche i Verdi si sono espressi criticamente contro il sostegno della Kanzlerin all’operazione di Usa, Uk e Francia, auspicando invece un posizionamento più chiaro dell’Ue. Al contrario, il partito liberale Fdp, così come alcuni media generalisti di primo piano (Bild in testa), hanno accusato Merkel di non aver partecipato abbastanza all’azione contro Assad, confermando una corrente politica che auspica un maggiore coinvolgimento militare tedesco sullo scacchiere internazionale. Malgrado il persistere della cautela tipicamente merkeliana, infatti, il dibattito sul ruolo militare della Germania è destinato a riemergere.

@Lorenzomonfreg

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