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Contrordine, la fine della guerra in Siria è ancora lontana

La notizia dell'imminente conclusione del conflitto è prematura. Saranno decisivi gli sviluppi in tre luoghi: Ghouta, Idlib e Sochi, teatro di un negoziato quasi impossibile. Perché malgrado la pressione di Mosca, il regime vuole una soluzione militare. Che può rendere lungo e sanguinoso l’ultimo atto

Ragazzini dopo un bombardamento a est di Ghouta. REUTERS/Bassam
Ragazzini dopo un bombardamento a est di Ghouta. REUTERS/Bassam

Il conflitto civile siriano sta per entrare nel suo settimo anno e, come accaduto ciclicamente in questo lungo arco di tempo, è in un altro periodo d’ombra mediatica. Alcuni degli sviluppi della fine del 2017 avevano creato in molti l’illusione che, con la sconfitta dello Stato Islamico e gli accordi stretti ad Astana, il conflitto fosse ormai prossimo alla conclusione.

Le zone di de-escalation stabilite nella capitale kazaka sembravano infatti reggere, almeno a grandi linee, e fornire finalmente un framework credibile per le trattative di pace che erano riprese a Ginevra a dicembre dopo l’elezione di una squadra di rappresentanti dell’opposizione più “malleabile”.

Queste trattative avrebbero dovuto trovare la loro consacrazione nella conferenza di Sochi prevista a fine gennaio che, insieme a una grande vittoria diplomatica per Mosca, avrebbe dovuto segnare l’inizio di un processo di pacificazione sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ebbene, queste previsioni potrebbero rivelarsi, purtroppo, un po’ troppo affrettate.

Le ultime settimane tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 hanno infatti mostrato tutte le complessità di un conflitto che potrebbe in realtà durare ancora a lungo, e che si possono riassumere con tre nomi di luoghi teatro degli ultimi sviluppi: il sobborgo damasceno di Ghouta, la città di Idlib, e una nota località balneare sul Mar Nero: Sochi.

Ghouta Est

In questi mesi il regime ha saputo approfittare delle divisioni presenti tra le diverse forze ribelli che controllano questa enclave urbana a nord-est della capitale siriana e il limitrofo quartiere di Jobar. Damasco ha infatti instaurato un cessate il fuoco con uno dei due principali gruppi in controllo dell’area, Jeish al-Islam, che ha finora retto piuttosto bene. Nel frattempo ha attaccato altre aree di Ghouta sotto il controllo di Faylaq al-Rahman, milizia islamista prima alleata di Tahrir al-Sham (ex Jabhat al-Nusra), gruppo jihadista fino a un anno fa formalmente parte della rete globale di Al-Qaida e anch’esso presente in alcune aree di Ghouta e Jobar.

Visto il difficile scenario urbano, le scarse risorse militari a disposizione, e la strenua resistenza delle milizie di Faylaq al-Rahman e Tahrir al-Sham, negli ultimi tre mesi il regime di Damasco ha deciso di chiudere ogni via d’accesso a Ghouta Est e Jobar, dove vivono circa 350 mila persone, causando una delle più gravi crisi umanitarie dall’inizio del conflitto.

Il progressivo esaurimento dei generi alimentari ha portato alle prime morti per inedia, soprattutto tra donne e bambini. Il regime ha finora rifiutato ogni appello delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni umanitarie per un allentamento del blocco, e sembra intenzionato a piegare definitivamente le milizie che controllano Ghouta e Jobar facendo leva sulla stremata popolazione civile.

Idlib

Fin dalle prime negoziazioni che ad Astana hanno portato all’accordo sulle zone di de-escalation era chiaro che quello di Idlib sarebbe stato un caso “speciale”. Qui si concentrano infatti quasi due milioni di persone, oltre un milione e mezzo in più rispetto alla popolazione originale. Ciò è dovuto principalmente al fatto che a Idlib negli ultimi due anni sono giunti gli sfollati di numerose aree prima controllate dall’opposizione e progressivamente riconquistate dal regime come il sud di Damasco, la regione di Qalamoun e Aleppo.

Il fatto che Idlib rappresenti una sorta di “ultimo baluardo” dell’opposizione nel nord del Paese rende impossibile applicare gli stessi accordi che hanno permesso di limitare gli spargimenti di sangue in altri scenari. Non esiste infatti una “seconda Idlib” in cui ribelli e civili possono essere riallocati.

Ciò trasforma lo status di quest’area e la sua futura riconquista da parte del regime in una questione delicata e potenzialmente molto sanguinosa. Tutto è reso ancora più complesso dal fatto che gran parte del centro urbano e dei territori circostanti sono sotto il controllo dei jihadisti di Tahrir al-Sham, che nell’ultimo anno hanno eliminato ogni opposizione da parte di altri gruppi ribelli, emarginandoli dal controllo di gran parte del territorio.

Per far fronte a questa situazione delicata i tre sponsor di Astana (Russia, Turchia e Iran) si sono affidati al governo turco e ai suoi contatti privilegiati con l’opposizione. A fine 2017 la Turchia ha schierato alcune truppe a nord del governatorato di Idlib dopo aver raggiunto un accordo con Tahrir al-Sham. Il fatto che queste truppe siano state schierate nel nord-ovest lungo il confine con il governatorato di Afrin, attualmente sotto il controllo dei curdi del Pyd, considerato da molti il braccio siriano del Pkk, è altamente simbolico. La Turchia ha fatto infatti trapelare in diverse occasioni il desiderio di mettere fine al controllo del Pyd su Afrin e molti ritengono che le truppe schierate a Idlib possano in futuro servire per questo obiettivo.

Al momento i turchi, soprattutto su pressione dei russi, sembrano però più impegnati a coagulare i gruppi di opposizione sopravvissuti al dominio di Tahrir al-Sham con alterni successi. I loro sforzi sono inoltre stati recentemente interrotti da una massiccia offensiva del regime a sud dell’area di Idlib che ha causato una nuova ondata di profughi in fuga dal fronte. Questa offensiva ha scatenato le proteste diplomatiche della Turchia contro il regime siriano e i suoi alleati russo e iraniano. Tali proteste però contraddicono alcune delle indiscrezioni fuoriuscite dagli ultimi incontri di Astana a fine 2017, secondo le quali l’area attualmente interessata dall’offensiva sarebbe dovuta essere messa sotto il controllo del regime con il beneplacito di tutti i partner, Turchia compresa, con l’obiettivo di isolare Tahrir al-Sham.

Il progetto prevedrebbe infatti la divisione della zona attorno a Idlib in tre settori: uno orientale a ridosso della provincia di Aleppo che dovrebbe essere riconquistato dal regime nei primi mesi del 2018, uno occidentale controllato dalle milizie alleate di Ankara sotto la supervisione delle truppe turche e uno centrale, incastrato tra i primi due, dove russi e turchi contano di intrappolare Tahrir al-Sham. Una volta isolata questa enclave, si dovrebbe procedere con una grossa offensiva militare.

Le attuali proteste turche potrebbero quindi rientrare in un gioco delle parti tra i tre partner di Astana che garantisca l’immagine della Turchia tra i gruppi dell’opposizione. Anzi, alcune mosse di Ankara sembrano far presagire l’uso dell’offensiva del regime come pretesto per rompere ulteriormente i patti di Astana e attaccare l’enclave di Afrin.  Ma, anche ammesso che le attuali operazioni facciano parte di un piano concertato, la presa di Idlib si preannuncia lunga e potenzialmente molto sanguinosa.

Sochi e le nuove ombre sui negoziati di pace

Nonostante i buoni auspici con cui erano iniziati, i negoziati di dicembre a Ginevra sono falliti quasi subito soprattutto a causa del rifiuto da parte della delegazione del regime perfino di incontrare i delegati dell’opposizione nella stessa stanza. Tale fallimento ha messo in dubbio anche le tappe successive del processo che i russi sembravano aver delineato con successo a partire dalle trattative di Astana.
Le possibilità che la conferenza di Sochi possa portare a dei risultati concreti sono ora seriamente compromesse.
In risposta al comportamento tenuto dal regime a Ginevra gran parte dei gruppi dell’opposizione hanno annunciato l’intenzione di boicottare la conferenza di Sochi, rischiando di fatto di svuotarla di significato e aprendo foschi scenari rispetto a una risoluzione del conflitto nel breve periodo.

Un potenziale fallimento avrebbe almeno due importanti implicazioni sui futuri scenari del conflitto siriano. La prima è l’emergere dell’incapacità dei russi di condizionare in modo determinante il proprio alleato siriano verso qualche tipo di compromesso. A Damasco potrebbero essere giunti alla conclusione che a questo punto Mosca non possa più permettersi di abbandonare il regime anche se quest’ultimo non si piega alle sue pressioni. E i fatti sembrano dare loro ragione.

La seconda riguarda invece la strategia del regime che sta progressivamente emergendo: il costante rifiuto di qualunque compromesso politico e la ricerca di una soluzione militare a ogni costo. Damasco sembra infatti intenzionata a usare le zone di de-escalation come espedienti tattici per liberare le forze militari dai numerosi fronti del conflitto e concentrarle di volta in volta sull’obiettivo primario. Una soluzione che potrebbe risultare vincente, anche se in un arco di tempo molto più lungo.

Damasco sembra quindi aver scelto la strada più lunga e sanguinosa per la fine della crisi ma che, dal punto di vista del regime, non mette in dubbio il suo potere nella Siria post-conflitto. E nemici e alleati, russi compresi, al momento non sembrano poterci fare niente.

 @Ibn_Trovarelli

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