Siria: guerra o pace?

Nella seconda settimana di Febbraio sono arrivate notizie di segno opposto sulla Siria. Mentre da Monaco il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov annunciavano un’intesa per un cessate il fuoco che inizi (teoricamente) il 18 febbraio, il dittatore siriano Bashar al Assad annunciava la sua determinazione a voler riconquistare l’intero Paese, e l’Arabia Saudita e la Turchia – sue nemiche – lasciavano trapelare la propria disponibilità a l’invio di truppe di terra in Siria “per combattere lo Stato Islamico”.

A boy looks up as he inspects the damage after airstrikes by pro-Syrian government forces in the rebel held Douma neighborhood of Damascus, Syria, February 14, 2016. REUTERS/Bassam Khabieh

Un nemico quest’ultimo contro cui tutti hanno schierato le proprie truppe, la Russia in primis, ma che quasi nessuno pare intenzionato a combattere realmente, preferendo accanirsi sui propri rivali (sunniti o sciiti a seconda dello schieramento di appartenenza).

Dietro le parole della diplomazia si nasconde una situazione estremamente confusa e rischiosa. Il “cessate il fuoco” sembra esistere solo sulla carta, visto che esclude non solo l’Isis, ma anche la branca siriana di Al Qaeda, Jabhat al Nusra, e altri gruppi jihadisti (il più significativo dei quali è Arhar al Sham) che sono presenti su tutti i fronti di combattimento o quasi. Se alla Russia è consentito proseguire i bombardamenti contro tali obiettivi – spesso mescolati o comunque vicini a ribelli considerati “moderati” – la tregua è morta prima ancora di nascere. Gli Stati Uniti, proprio per smentire questa lettura del risultato diplomatico di Monaco, hanno avvertito Assad, Russia e Iran (suoi alleati) che se i patti non saranno rispettati si prenderà in considerazione l’ipotesi di inviare truppe di terra in Siria, offrendo così una sponda alle dichiarazioni di Ankara e Riad.

Nell’ipotesi di un’invasione terrestre della Siria da parte di truppe degli Stati sunniti lo scenario, secondo numerosi esperti, diverrebbe estremamente pericoloso: truppe turche, guerriglieri curdi, aviazione e artiglieria russa, aviazione americana, truppe saudite, truppe iraniane e gruppi jihadisti tutti mescolati in un unico teatro bellico. Il rischio è che la partita sfugga di mano ai vari giocatori e la guerra civile – pure già inquinata dagli interessi e dalla partecipazione delle potenze regionali e mondiali – evolva in qualcosa di molto peggio. Alcuni segnali del surriscaldamento della situazione sono già visibili: Ankara ha iniziato a far fuoco con la propria artiglieria su postazioni curde nel nord-ovest – di recente i curdi stavano avanzando dal cantone di Afrin verso est, a danno dei ribelli sostenuti dalla Turchia – e su postazioni lealiste a nord di Latakia; l’Arabia Saudita ha inviato alcuni caccia bombardieri e aerei da trasporto nella base aerea turca di Incirlik, in vista di possibili operazioni congiunte in Siria; gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato un ridotto contingente – in accordo con gli Usa – per addestrare guerriglieri sunniti, in teoria in vista dell’assalto a Raqqa, capitale dello Stato Islamico.

Ma al rischio che si scivoli verso un’escalation delle violenze si oppongono molte ragioni. La disponibilità dell’Arabia Saudita a farsi coinvolgere direttamente nella guerra siriana va vista alla luce del già estenuante intervento militare che Riad sta portando avanti, con scarsi successi, in Yemen. Senza contare gli enormi rischi di un confronto diretto con le milizie di Teheran, suo diretto avversario per l’egemonia regionale con cui mai tuttavia c’è stata guerra aperta. Allo stesso modo la Turchia, al di là delle dichiarazioni bellicose, deve muoversi con estrema cautela. Mandando le sue truppe le esporrebbe non solo al rischio di attacchi da parte della guerriglia curda – e quella siriana è ben armata e addestrata -, dell’esercito lealista, degli Hezbollah e delle milizie iraniane, ma anche da parte della Russia. Mosca, dopo l’abbattimento del suo jet ad opera della Turchia, ha schierato in Siria un imponente sistema di contraerea (gli S-400) che gli garantisce la supremazia nei cieli del Paese. Qualsiasi contingente turco sarebbe esposto a gravissimi rischi. Infine gli Stati Uniti sembra che usino lo spauracchio di un’escalation più come arma negoziale che non altro. L’amministrazione Obama è determinata nel non voler mandare il proprio esercito in Siria e, al di là delle parole, non sembra felice di far intervenire i suoi alleati sunniti (Riad e Ankara in particolare). Non a caso Kerry ha immediatamente chiesto alla Turchia di fermare i bombardamenti contro le postazioni curde in Siria, cercando una ricomposizione diplomatica tra le parti.

Il futuro della Siria resta quindi molto incerto, con scarse prospettive di pace da una parte, e abbondanti motivi per non far degenerare la già devastante guerra dall’altra. Le prossime settimane, in particolare con l’arrivo della primavera (quando storicamente si concentrano le operazioni belliche di terra più importanti)diranno se le accelerazioni degli ultimi giorni sono destinate a concretizzarsi, cambiando drasticamente lo scenario del conflitto, oppure se il piano inclinato che al momento avvantaggia il regime di Damasco verrà sostanzialmente lasciato immutato.

@TommasoCanetta

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