«Per 50 anni nessuno ha mostrato interesse verso la Siria ma appena abbiano detto di voler rovesciare il regime, il nostro è diventato il Paese più conteso al mondo», dice lo scrittore Khaled Khalifa, figura di spicco dell’opposizione. Che al resto del mondo fa alcune domande semplici

Una stanza da bagno in una casa a cui è stata distrutta la parete esterna, nella città di al-Harak, vicino a Deraa, Siria, 13 marzo 2018. REUTERS / Alaa al-Faqir
Una stanza da bagno in una casa a cui è stata distrutta la parete esterna, nella città di al-Harak, vicino a Deraa, Siria, 13 marzo 2018. REUTERS / Alaa al-Faqir

«Perché, dopo cinquant'anni di completo oblio, la Siria torna agli onori della cronaca e diventa così centrale? Chi siamo noi, che abitiamo questa terra improvvisamente così importante? Siamo forse arabi, musulmani o cristiani? Chi siamo noi?».


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Autorevole e sofferta si leva, fra le maglie del dramma siriano, la voce di Khaled Khalifa, sceneggiatore e scrittore fra i principali dell'attuale panorama letterario siriano nonché dal 2011 elemento di spicco del movimento pacifico di opposizione al regime di Assad.

Vincitore della Naguib Mahfouz Medal per la Letteratura nel 2013 e finalista dell'International Prize for Arabic Fiction l'anno seguente, il romanzo di Khaled Khalifa Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città – racconto delle vite di quattro fratelli che s'intersecano con il consolidamento del regime – è pubblicato in Italia da Bompiani per la traduzione di Maria Avino.

Khaled Khalifa, in alcuni punti del suo libro, ambientato nella seconda metà del secolo scorso, diversi personaggi definiscono Aleppo di volta in volta come "effimera", "rassegnata alla vergogna che trasudava da tutte le parti", "oppressa dal rimorso"... Quanto è cambiata la Siria da allora?

«Penso che la Siria e i siriani siano particolarmente cambiati dopo l'inizio della rivoluzione, ma si è trattato di un cambiamento che ha avuto un prezzo terribile. Si è diffusa la dolorosa convinzione che noi fossimo al di fuori della Storia e quando abbiamo cercato di tornare a far parte di essa se ne sono viste le conseguenze: le nostre città sono state distrutte, i nostri figli sono stati uccisi. Oggi si leva un grande stupore per quanto accade. La nostra domanda è: per questa zona del mondo è possibile aspirare a vivere in una democrazia oppure siamo condannati a subire per sempre la dittatura?».

La Siria è oggi scenario di conflitti che riguardano interessi di potenze straniere, vi si combattono guerre per procura.

«I siriani sono rimasti molto stupiti dal fatto che il mondo intero sembri combattere per il controllo di questo piccolo Paese. Per cinquant'anni nessuno ha mostrato interesse verso la Siria ma appena i suoi abitanti hanno annunciato di voler rovesciare questo regime, essa è diventata l'area più contesa del mondo. Gli americani puntano a risolvere in Siria le loro questioni con la Russia, gli iraniani la vogliono occupare, i sauditi vogliono neutralizzare la rivoluzione siriana perché non approdi in Arabia Saudita: ci chiediamo come tutto questo possa avvenire. C'è chi parla di gas, chi di petrolio, chi dell'accesso al Mar Mediterraneo e chi di interessi geo-strategici. Abbiamo il controllo di un territorio di tale importanza da far tremare la Russia per il timore che vi possa transitare il gas del Qatar – cosa che danneggerebbe pesantemente l'economia russa –, da inquietare Paesi come la Turchia, l'Iran, l'Arabia Saudita. Molti si sono intromessi in Siria, ma al solo scopo di uccidere i siriani e fornire supporto al regime».

Chi vuole occupare la Siria?

«Cominciamo a contare: si annoverano tentativi di occupazione in corso da parte di americani, russi, iraniani e turchi. Tutte queste prove di occupazione dovrebbero comportare la dichiarazione ufficiale che la Siria sia un Paese occupato ma, quando lo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è in grado di farvi entrare neanche del latte in polvere per bambini, chi dovrebbe emettere tale dichiarazione? Noi siamo qui, nelle nostre case, e aspettiamo. Penso che tutti questi progetti di architettura demografica, di deportazione, non possano effettivamente sortire un impatto permanente sulla società siriana e, nonostante il desiderio di Paesi come la Russia, gli Stati Uniti, l'Europa, la Turchia, l'Arabia Saudita e il Qatar sia di veder sparire il nostro Paese dalla cartina geografica, ciò non accadrà, mi dispiace per loro».

Come si sente ad essere un simbolo del dissenso al regime di Assad?

«Non ritengo di essere un simbolo: i veri simboli sono centinaia di persone sconosciute che hanno dimostrato coraggio e sprezzo del pericolo donando la propria vita per questa causa. Per quanto ciò sia estremamente doloroso, il loro sacrificio ci regala una speranza. Dal 2013 ho smesso di andare in giro per l'Europa a cercare di spiegare la questione siriana: avevo sempre la sensazione che le persone che mi ascoltavano sperassero solo di trovare conferme alle proprie idee preconcette e non intendessero apprendere la verità dei fatti. A un certo punto scaturiva sempre la domanda sull'Isis. Oggi la mia risposta ad essa sarebbero altre domande: cos'è l'Isis? Chi ha consentito a decine di migliaia di combattenti di partire dagli aeroporti d'Europa e degli Stati Uniti e di giungere a Istanbul, da lì arrivare fino al Sud della Turchia e quindi, serenamente, in territorio siriano? Noi siriani continueremo a infastidire il mondo con domande semplici: chi ha supportato l'Isis? Chi ha permesso a intere carovane armate di tutto punto, con uniformi regolari, di attraversare deserti, indisturbati, con tanto di riprese video e montaggio hollywoodiano delle immagini? Non credo che il mondo abbia una risposta altrettanto semplice alle nostre domande».

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