Assad è pronto a scaricare l'Iran per riconquistare il sud della Siria

La prossima tappa della riconquista della Siria è un rompicapo geopolitico. Damasco e Mosca si piegano alla pressione israeliana e impongono il ritiro delle forze iraniane dal confine. E il regime cerca un accordo anche con la Giordania. Che potrebbe accelerare il disimpegno Usa

Combattenti del Free Syrian Army nella zona di Yadouda a Daraa, in Siria, il 29 maggio 2018. REUTERS / Alaa al Faqir
Combattenti del Free Syrian Army nella zona di Yadouda a Daraa, in Siria, il 29 maggio 2018. REUTERS / Alaa al Faqir

E ora Damasco guarda a sud. Dopo aver riconquistato militarmente due delle quattro zone di de-escalation, Ghouta e il nord della provincia di Homs, ed eliminato tutte le rimanenti sacche di resistenza intorno alla capitale, il regime si appresta a lanciare un’offensiva sui territori controllati dall’opposizione nei governatorati meridionali di Daraa e Quneitra. Una operazione temuta da molti osservatori e che già a marzo descrivevamo come uno dei nodi più esplosivi dell’intero conflitto.

A sud, infatti, non c’è solo l’opposizione, come al solito divisa in gruppi più o meno estremisti e più o meno legati a potenze straniere. A sud c’è la Giordania, che ormai da anni sostiene gruppi armati locali soprattutto per difendersi da possibili sconfinamenti di bande di estremisti e da nuove ondate di profughi, dopo averne accolti oltre 600 mila dall’inizio della guerra. A sud, al fianco dei giordani, ci sono gli americani che con le loro forze speciali occupano la base di Al-Tanf, dalla cui hanno lanciato gran parte delle operazioni anti-Isis nell’est del Paese. Infine, a sud c’è soprattutto Israele, il cui confine del Golan è stato nei mesi scorsi al centro di schermaglie e scontri che in più momenti han fatto temere per una incontrollabile escalation. Una security equation, per usare il gergo degli esperti militari, estremamente delicata e unica nel panorama siriano e che, proprio per questo, ha bisogno di strategie diplomatiche ancor più che militari per essere risolta.

In cima alla lista dei nodi da sciogliere c’è infatti la questione Iran-Hezbollah e la linea rossa esplicitamente dichiarata da Israele su qualunque concentramento di proxy iraniani nei pressi dei propri confini. Una linea rossa che gli israeliani non si sono limitati a tracciare nelle dichiarazioni ufficiali ma che hanno delimitato con fatti concreti lungo tutti gli ultimi anni del conflitto siriano, colpendo ripetutamente obiettivi di Hezbollah a sud della capitale Damasco e, più recentemente, attaccando addirittura le forze ufficiali iraniane presenti in Siria, uccidendone decine di membri.

Una lenta ma inesorabile escalation che ha coinvolto anche tentativi di rappresaglia da parte iraniana, con il lancio di razzi sopra il Golan occupato il 9 maggio scorso, e che ha allarmato non poco i vertici russi, per nulla intenzionati a mettere a repentaglio i risultati faticosamente ottenuti finora in Siria facendosi trascinare in uno scontro aperto tra Tel Aviv e Teheran. Per la seconda volta Mosca è stata quindi costretta a fare delle scelte, nonostante la tanto sbandierata quanto inverosimile politica di equi-distanza da tutti gli attori in campo.

La prima scelta forzata era stata quella tra la Turchia di Erdogan, sempre più vicina a Mosca e sempre più lontana dalla Nato, e la protezione dei curdi di Afrin, di cui fino all’inizio del 2018 i russi si erano assunti la responsabilità mandando in loco un contingente di osservatori militari a difesa della presenza del Ypg curdo. Il loro ritiro, seguito dalla luce verde dell’antiaerea russa nel nord-ovest siriano all’offensiva di Ankara su Afrin ha segnato la scelta del Cremlino a favore dell’uomo forte turco e la fine della fiducia del Ypg verso Mosca. Una situazione che rischia di replicarsi ora nella difficile scelta tra Israele, la più grande potenza militare della regione, e l’Iran, alleato sul campo negli ultimi tre anni.

I primi segnali della scelta di Mosca si sono avuti il 10 maggio, in seguito alla forte rappresaglia di Tel Aviv su obiettivi iraniani in Siria in risposta al lancio di alcuni razzi sulle alture del Golan, nelle stesse ore in cui il premier israeliano Netanyahu si trovava a Mosca in visita ufficiale. La fredda e neutra reazione del Cremlino ai gravi danni causati dall’attacco israeliano è risuonata come un messaggio estremamente chiaro a Teheran: “alleati o non alleati, se cercate l’escalation con Israele noi non vi appoggeremo”. Un messaggio che ha preso maggiore corpo nelle ultime settimane, prima con gli incontri bilaterali tra il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman e la sua controparte russa Sergei Shoygu e poi con l’annuncio del 2 giugno scorso da parte dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite Vassilly Nebenzia in merito all’accordo che le due parti avrebbero effettivamente raggiunto riguardo al disengagement iraniano nel sud della Siria. Un disangagement confermato anche la settimana precedente dall’ambasciatore iraniano in Giordania in una intervista con un quotidiano locale a cui hanno fatto seguito addirittura voci di una trattativa indiretta tra israeliani e iraniani con la mediazione giordana.

Russi e israeliani che decidono della presenza iraniana in Siria e Teheran che, almeno a parole, accetta le loro decisioni e, forse, perfino negozia segretamente con Tel Aviv. Una situazione abbastanza surreale comparata alla retorica bellicosa di qualche settimana fa ma che rispecchia il ricalcolo strategico che sta avvenendo a Teheran dopo la chiara presa di posizione russa riguardo alle tensioni con Israele. Un ricalcolo che potrebbe includere anche le mosse dietro le quinte di un protagonista poco considerato finora nonostante la sua centralità, almeno sulla carta: il regime siriano.

A Damasco, infatti, un ridimensionamento della presenza iraniana sul proprio territorio potrebbe perfino non dispiacere. I rumor che circolano negli ultimi mesi tra Damasco e Beirut raccontano infatti che, nonostante le truppe agli ordini di Teheran siano state finora fondamentali per la salvezza del regime e la riconquista di numerosi territori, l’ingerenza negli affari interni siriani è ormai percepita come un problema da risolvere quanto prima, possibilmente scaricandone la colpa su nemici esterni, per esempio Israele. La silenziosa quanto inedita coalizione russo-siriano-israeliana per il ridimensionamento della presenza iraniana spiegherebbe quindi le poche opzioni rimaste a disposizione di Teheran e la sua apparente mansuetudine nell’accettare le condizioni imposte da altri.

Ma la probabile assenza delle truppe iraniane da qualunque operazione del regime a sud apre anche scenari che potrebbero andare incontro alle esigenze della Giordania, l’altro attore chiave dell’area. Senza l’ausilio militare dei proxy di Teheran, infatti, difficilmente Damasco potrebbe permettersi di riprendere il sud semplicemente manu militari come fatto in precedenza ad Aleppo o a Homs. La scarsità degli uomini a disposizione dell’esercito regolare e delle truppe paramilitari siriane è nota da anni e, nonostante le nuove campagne di reclutamento lanciate negli ultimi mesi, difficilmente la situazione potrà cambiare in modo significativo in vista dell’offensiva. Ciò apre alla possibilità, finora inedita, che il regime accetti di scendere a compromessi, uno scenario particolarmente gradito alla controparte giordana.

Nonostante infatti Amman abbia negli ultimi anni sostenuto alcune delle milizie ribelli operanti lungo i propri confini, da mesi è chiaro come la piccola monarchia hascemita sia stanca di questo conflitto che finora ha causato gravi ripercussioni economiche e securitarie. Già dall’inizio dell’anno emissari giordani lavorano, anche se finora con scarsi risultati, per ammorbidire la posizione dei ribelli e far accettare loro un compromesso per la restituzione al regime del valico di confine di Nassib che permetta la ripresa dei commerci fra Amman e Damasco. Quello che invece i giordani temono davvero è una violenta offensiva del regime che possa causare nuove ondate di profughi pronti a varcare i loro confini, una prospettiva che però si allontana viste le scarse risorse militari del regime in assenza dei proxy iraniani.

Per venire incontro a Damasco, la Giordania potrebbe perfino accettare di fare pressioni su Washington per una evacuazione della base militare siriana di al-Tanf. Un appello che potrebbe trovare orecchie interessate a Washington, dove Trump lotta da mesi contro i pareri avversi dei suoi generali per ritirare quanto prima le truppe statunitensi dalla Siria.

Una security equation che, quindi, nonostante l’apparente estrema difficoltà, potrebbe trovare una soluzione nelle prossime settimane. Un cauto ottimismo da non prendere però con troppa sicurezza. Gli ultimi sette anni hanno infatti dimostrato in troppe occasioni come le contorte logiche della tragedia siriana siano spesso avverse alle soluzioni più razionali. Così come, purtroppo, a quelle meno sanguinose.

@Ibn_Trovarelli

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