Siria: la Francia, la Russia e la coalizione mancata

“In questo momento, in cui turchi, francesi, americani, russi, sauditi, siriani e quatarioti stanno facendo ciascuno la propria guerra e ciascuno contro nemici che non sono comuni e quindi attaccando obiettivi non condivisi, le condizioni per creare una coalizione efficiente, come quella descritta, sembrano piuttosto remote” afferma il generale Mario Arpino, partendo dalla nostra domanda sull’intesa, fra russi e francesi, per evitare scontri aerei nello spazio siriano.

REUTERS/Regis Duvignau

Un’intesa tutt’altro che facile: entrambe le parti combattono l’Isis, ma con modi, finalità e scopi diversi, in particolare per ciò che concerne il futuro assetto politico della Siria. Infatti, se la Francia annuncia un’inchiesta sui crimini di guerra di Assad, Mosca si appresta a presentare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una bozza di risoluzione per la creazione di un fronte anti Isis esteso ad Iran e a Damasco.  Divergenze che incidono anche, come spiega l'ufficiale, sull'efficienza di una grande coalizione per combattere il Califfato.

Mali, Libia, Siria: cosa legittima la Francia a intervenire da sola in teatri internazionali?

L’interventismo francese, una costante che si evidenzia spesso e che prescinde da chi governi il Paese, discende da una serie di fattori, ciascuno dei quali è a suo tempo causa ed effetto. La Francia si sente grande, in termini geopolitici è l’unico Stato-Nazione che può vantarsi di essere contemporaneo di Carlomagno. Questo fatto, incontrovertibile, nei secoli a portato i suoi governanti, ma anche i suoi cittadini, a sentirsi superiori. Più grandi degli altri, tanto che alla Francia piacerebbe tanto “stare all’Europa come l’America sta al Mondo”. Un po’ di velletarietà c’è, ma anche questa ha le sue ragioni. Potenza ex coloniale per eccellenza (è l’unico Stato europeo che ancora possiede territori oltremare), vuoi per interesse economico, vuoi per prestigio, anche dopo la decolonizzazione non ha mai abbandonato i paesi africani francofoni al loro destino. In questo senso la Francafrique non è mai morta, e gli eventi del Mali e del Ciad ne sono un esempio.  Vale anche per la Grande Siria (Bilad al Sham, attuale Siria più attuale Libano), che al disfacimento dell’Impero Ottomano la Società delle Nazioni aveva assegnato in gestione alla Francia. Che ora se ne debbano interessare russi e americani, oltre che sauditi e quatarioti, ai francesi non va proprio giù. La Libia, poi, per la Francia è solo una colonia mancata, e anche questo è tuttora duro da digerire. A fattor comune vi è poi la così detta “responsabilità di proteggere” , inventata nel 2006 dall’Onu e mai formalmente approvata da chichessia, che, ricalcando principi universali cui si ispirano tutte le democrazie, è ora una comoda foglia di fico al riparo della quale ciascuno ormai si sente libero di fare quello che vuole e quando vuole. Per il mini-intervento dimostrativo dei caccia francesi in Siria, è bastato evocare il principio di autodifesa (capitolo VII della Carta), per tappare la bocca a tutti. Quando ognuno è libero di usare la forza quando vuole in base a inoppugnabili principi universali, ecco che questi principi diventano subito incerti e selettivi, a soggetto. Tutto ciò ha un suo vero nome: ipocrisia.

Caccia francesi e russi: in cosa consiste l’intesa per evitare scontri aerei?

Qui é necessario scendere a termini tecnici. La cosa migliore sarebbe quella vagheggiata, per il momento solo a parole, di entrare tutti nella medesima coalizione. Così era stato fatto nella più grande coalizione aerea mai esistita, quella di Desert Storm (25 anni fa), dove una gestione centralizzata aveva permesso l’effettuazione di picchi giornalieri di 3.000 (tremila) sortite senza che fossero mai sorti problemi di conflitto di traffico e di permanenza sugli obiettivi. Vale a dire, una coalizione deve poter disporre di un comando comune, dove siedono i rappresentanti dei coalizzati, una sala operativa unica, un centro di pianificazione dei bersagli unico, procedure operative comuni, e un sistema di comando e controllo in grado di dare ordini capillari a ciascuno dei componenti. Tutto ciò, a monte, richiede unità di indirizzo politico, di indirizzo strategico e la rinuncia temporanea ad una parte della propria sovranità. Solo nell’ambito di questa comunanza di intenti, potranno essere ammessi alcuni caveat nazionali. In questo momento, in cui turchi, francesi, americani, russi, sauditi, siriani e quatarioti stanno facendo ciascuno la propria guerra e ciascuno contro nemici che non sono comuni e quindi attaccando obiettivi non condivisi, le condizioni per creare una coalizione efficiente, come quella descritta, sembrano piuttosto remote. Restano i coordinamenti bilaterali, come sembra ci sia intenzione di fare tra responsabili militari russi e americani. Ma sono accordi di carattere pratico, in cui necessariamente si dovrà creare delle aree di obiettivi esclusive e delle fasce orarie di intervento, il tutto lasciato alla pianificazione dei singoli. Ovvero, fatti salvi questi parametri di sicurezza, ognuno continuerà a sentirsi libero di fare tutto ciò che vuole. Amen.

Nell’ambito dei negoziati fra Washington e Mosca, come dobbiamo interpretare il secco “non ascoltate il Pentagono” rivolto da Lavrov ai giornalisti?

Non si tratta di un gesto ostile, ma di prassi mediatica. E’ molto probabile che i russi, nei primi attacchi, si siano concentrati più su obiettivi diversi dall’Isis, ma di maggior interesse per raccordarsi in seguito con le forze che fanno capo alla coalizione di al-Assad. D’altra parte anche i turchi, ricomperata la benevolenza Usa con la cessione temporanea della base di Incirlick, più che l’Isis, nemico comune, hanno attaccato i miliziani curdi del Partito Comunista del Lavoratori (Pkk). Ovvero, il nemico “privato” di sempre. E nessuno ha avuto niente da dire, nemmeno gli americani. I quali, è ovvio, pur continuando a colloquiare sia per le vie ufficiali, sia (forse in modo più efficace), attraverso la secret diplomacy, sono rimasti piccati per il contropiede russo e innocuamente si vendicano per via mediatica. Va accettato, é l’eterno gioco delle parti.

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