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Libera dall'Isis, Raqqa è ancora in cerca di un futuro politico

Dopo la caduta di Daesh, c’è chi accusa la milizia dell’Ypg di avere imposto una nuova occupazione a Raqqa. “Senza il sostegno dei cittadini, non potremmo lavorare”, ribattono i curdi, che rivendicano la costruzione di una “democrazia dal basso” aperta agli arabi

Una combattente delle forze democratiche siriane festeggia a Raqqa. REUTERS/Erik De Castro
Una combattente delle forze democratiche siriane festeggia a Raqqa. REUTERS/Erik De Castro

“Siamo qui per creare una nuova società libera e consapevole, sia nei fatti che nell’ideologia” – dice Dilar Derwish, responsabile dell’organizzazione civile di Raqqa. “Raqqa sarà liberata solo quando la sua gente potrà tornare nelle proprie case e vivere come uomini e donne libere” – ribatte Abdalaziz Alhamza, giornalista siriano in esilio e fondatore di “Raqqa Is Being Slaughtered Silently” in un’intervista al New Yorker.

Raqqa, la ex capitale del cosiddetto Stato Islamico in Siria, è stata liberata da pochi mesi. C’è chi accusa le milizie curde dello Ypg a capo della coalizione anti-Isis di essersi imposte come forza dominante in città e di escludere ogni possibilità di dialogo con qualsiasi opposizione. I curdi e i loro sostenitori difendono invece il modello di società alternativa che stanno costruendo, sulla scia di quanto fatto in altre parti della Siria. Un modello di democrazia “dal basso” basato sulla partecipazione della popolazione.

“A chi ci accusa di essere degli invasori – commenta Dilar – rispondiamo che la loro è solo propaganda. Queste persone vivono a Damasco, in Turchia e Arabia Saudita, e non sanno che se la comunità di Raqqa ci fosse ostile non saremmo in grado di lavorare. Non facciamo differenze tra curdi e arabi nella distribuzione degli aiuti né abbiamo atteggiamenti di superiorità. La gente di Raqqa non ha perdonato al regime di aver venduto la città all’Isis, che poi ha reclamato, ma non ha mosso un dito per venire a liberarla”.

“Secondo le mie fonti di Raqqa – continua Abdalaziz – la maggior parte dei combattenti dell’Isis ha lasciato la città prima della battaglia finale (..) Quando la coalizione internazionale ha iniziato a bombardare Raqqa, nel 2015, gli attacchi aerei erano mirati sui combattenti dell’Isis, sul loro quartier generale e sui loro veicoli (..) ma poi la strategia della coalizione è sembrata cambiare e gli attacchi erano casuali e meno accurati. Si è ritenuto che fosse più importante sbarazzarsi dell’Isis piuttosto che prestare sufficiente attenzione alle migliaia di civili che vivevano lì”.

Una terza chiave di lettura è quella di Joseph Daher, accademico siro-svizzero, fondatore del blog Syria Freedom Forever, autore di Open Democracy. “(A Raqqa) la vera forza politica dominante resta il Pyd, il ramo siriano del Pkk. Enormi ritratti del suo fondatore Abdullah Öcalan sono stati esposti nella piazza centrale di Raqqa durante l’annuncio della vittoria delle Sdf, e i comandanti gli hanno dedicato il successo. Non si può ignorare un certo timore e sfiducia in alcuni settori della popolazione araba locale nei confronti delle Sdf (Forze democratiche siriane, composte principalmente da miliziani dell'Ypg ndr) – continua Daher –. Alcuni attivisti siriani hanno persino parlato di una nuova occupazione. Penso che questa affermazione sia completamente irrealistica e che rifletta lo sciovinismo ancora presente in molti segmenti dell’opposizione araba. Se paragonato ad altre forze politiche e militari sul campo, sia del regime sia dell’opposizione, il Pyd è probabilmente l’attore più progressista e inclusivo. Nelle aree che controlla ci sono stati miglioramenti graduali che devono essere riconosciuti, come la promozione dei diritti delle donne, l’uguaglianza di genere, la secolarizzazione di leggi e istituzioni e, in una certa misura, alcune forme di convivenza etnica e religiosa. Anche se qualche tensione rimane”.

La possibilità per i curdi di controllare e gestire territori dove sono la maggioranza è, secondo Daher, “un elemento positivo perché contribuisce al loro processo di auto determinazione”, ma per gestire queste terre i curdi si sono affidati alle reti tribali locali, i cui leader hanno spesso usato le Ypg e Ypj per perseguire i propri interessi. Secondo l'accademico questa politica riflette un’eredità dello stesso regime, che mirava a creare divisione tra le tribù e i loro membri. Sottolinea infine l’autoritarismo del Pyd nella repressione di attivisti e oppositori politici. “Per la maggior parte degli oppositori politici curdi e per gli attivisti, il Rojava (nome curdo della Siria del Nordest Ndr.) è solo una nuova forma di autoritarismo e non un confederalismo democratico. Queste nuove istituzioni mancano di legittimità tra gli arabi di queste zone, nonostante la presidenza congiunta del consiglio locale della città preveda un presidente arabo.

Sconfitto militarmente l’Isis, la Siria si interroga sul futuro, sperando che le tensioni sopite ed esplose durante la guerra possano generare un confronto democratico aperto a tutte le realtà del Paese. (3 - continua)

@linda_dorigo

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