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Tra le donne di Ain Issa, laboratorio della Siria che verrà

Nel campo profughi aperto a un’ora da Raqqa, le volontarie tengono corsi per le donne che arrivano dalle zone già occupate dall’Isis. “Si devono liberare da una mentalità fondata sulla vergogna e l’onore”, spiega Dilar Derwish. Ma per le vedove dei jihadisti il futuro è incerto

Una donna nel campo profughi di Ain Issa. REUTERS/Goran Tomasevic
Una donna nel campo profughi di Ain Issa. REUTERS/Goran Tomasevic

Il futuro di Raqqa si costruisce nel campo profughi di Ain Issa. A un’ora di distanza dall’ex “capitale” dell’Isis in Siria, quella che fino a pochi mesi fa era una distesa di terra incolta oggi ospita quasi trentamila persone in fuga da Raqqa e Deir e-Zor. Ain Issa non è un campo come tutti gli altri. Qui passato, presente e futuro convivono e si sviluppano in un laboratorio di cittadinanza attiva, dove ognuno è chiamato a partecipare alla costruzione di una nuova Siria.

In mezzo alle tende, dentro un piccolo prefabbricato, ogni ora si svolgono corsi di parrucchiere e sartoria, formazione ideologica e incontri per aiutare le donne con traumi psicologici. I corsi sono tenuti da volontarie curde e arabe che hanno già intrapreso un percorso di emancipazione sociale e lo condividono con le donne provenienti dalle zone in precedenza occupate dall’Isis. “L’educazione – spiega Dilar Derwish, responsabile dell’organizzazione popolare di Raqqa che si occupa della creazione delle prime strutture sociali come la casa delle donne, i comitati di quartiere e le comuni – è centrata sul sapere femminile, sulla volontà e la giustizia. È fondamentale che queste donne si liberino dalla mentalità conservatrice fondata sulla vergogna e l’onore, e che imparino un nuovo modo di vivere in casa con i propri compagni, la famiglia e i vicini”.

Le donne di Raqqa hanno accolto la liberazione con gioia, “non siamo dovute andare a cercarle – commenta Dilar –  si sono tuffate nella nuova avventura, felici di poter tornare a decidere della propria vita”. I corsi di formazione al campo di Ain Issa sono cominciati da otto mesi, e torneranno utili quando le donne potranno fare rientro ai loro villaggi di origine. Lì trasferiranno le conoscenze e la nuova visione di se stesse che hanno elaborato alle altre donne, generando un movimento di pensiero e di azione che influenzerà anche le nuove generazioni.

Ma per sconfiggere la paura dell’Isis ci vuole molto di più di un taglio dal barbiere. Basta spingersi sul retro delle case che ospitano gli uffici del coordinamento del campo di Ain Issa per scorgere, dietro ai panni stesi, il residuato di un mondo che si vuole cancellare dalla memoria collettiva. Dentro sporche stanze improvvisate, una ventina di donne si nasconde dalla vivacità del campo. Sono le mogli e le vedove di ex combattenti dell’Isis, attratte qui da tutto il mondo e incastrate in una terra di mezzo che non le vuole, ma che non può nemmeno gettarle via.

Queste donne che abbracciano e allattano amorevolmente i loro figli nati e cresciuti sotto lo Stato Islamico, sono profondamente innamorate dei loro aguzzini, ne sentono la nostalgia, ne rivendicano l’innocenza. Come Kadisha, tunisina, il cui marito è stato catturato dalle forze curde e portato in prigione a Kobane. O come Hafifa, uzbeka, lì con le sue cinque sorelle e venti figli in totale, che ancora aspetta il ritorno del marito: “Siamo andati a Raqqa a lavorare in un ristorante – racconta la ragazza – ma ben presto ci siamo rese conto che non era la vita che avremmo immaginato di fare. In sei mesi abbiamo cercato di scappare tre volte”.

Ma è solo Dilber, madre di diciotto anni, azera, e vedova di due uomini dell’Isis uccisi in guerra, a rivendicare la propria estraneità al gruppo terroristico. Sarà perché è qui solo da un mese e ancora spera che il governo del suo Paese le mandi un aereo per tornare a casa. Dilber, con quel volto pulito e stanco, non ha perso la speranza di rivedere la madre. Poco importa se il padre, una spia russa sotto copertura, l’ha rapita all’età di tredici anni per portarla a vivere sotto lo Stato Islamico. E non fa niente se il padre è stato scoperto, torturato e ucciso. Lei vuole solo tornare a casa. Ritrovare la pace. Perché nella Raqqa che si sta costruendo, per lei e tutte le altre non c’è più posto. (2 - continua)

@linda_dorigo

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