La memoria di Omar Alloush e il sogno in bilico di Raqqa

Nell’ex capitale del Califfato gli aiuti non arrivano e la ricostruzione procede a fatica. Vacilla così anche il progetto democratico avviato altrove nella Siria del Nord. Come ricorda l’omicidio irrisolto di Omar Alloush, insostituibile mediatore tra arabi e curdi 

Una donna vende vestiti a Raqqa. REUTERS/Aboud Hamam
Una donna vende vestiti a Raqqa. REUTERS/Aboud Hamam

«Non si troverà un altro Omar Alloush né qui in Rojava né in tutto il Medio Oriente. Una persona come lui è rara». Leila Mustafa, co-presidente del Civil Council di Raqqa, ha perso il suo parigrado lo scorso 15 marzo, freddato da sette colpi di pistola nella sua casa di Tal Abyad. Il ricordo dell’uomo chiave nelle relazioni tra curdi e arabi nel Nord della Siria le riempie gli occhi di lacrime. «Omar era trasversale alle comunità – continua Mustafa – un fratello per tutti, amante della democrazia e strenuo difensore di una Siria unita. Siamo stati suoi studenti in questo progetto democratico e di coesistenza etnica».

I sospetti per l’omicidio sono subito ricaduti sulla Turchia, ma gli sforzi di Alloush erano stati così centrali nella mediazione tra arabi e curdi, e nelle decisioni della politica americana nella regione, che anche l’Isis o il governo siriano potrebbero essere i mandanti. Alloush era stato determinante anche nelle negoziazioni per l’evacuazione dei combattenti dell’Isis rimasti a Raqqa prima della liberazione definitiva. Se sia stato questo ruolo di mediatore a costagli la vita non è dato sapere, ma dopo di lui anche un altro ufficiale che ha partecipato ad analoghi colloqui a Tabqa è stato ucciso.

Il vuoto lasciato dalla sua figura, da più parti giudicata come “irripetibile”, è enorme. Fin dai primi messaggi di cordoglio - su tutti quello di Nadim Houry, direttore del programma anti-terrorismo di Human Rights Watch – è risultato chiaro che dietro all’uccisione di Alloush si muovesse la volontà di incrinare le relazioni tra le comunità curde e arabe nell’area.

La destabilizzazione è un’arma potente, specie in un contesto di per sé già fragile come quello di Raqqa. Fin da prima della sua liberazione, i curdi hanno preparato il campo per esportare il modello di società democratica che caratterizza le altre zone della Siria del Nord. La convivenza si basa infatti sul coinvolgimento diretto di tutte le comunità presenti, e nel caso di Raqqa quella araba è la maggioritaria. Parte della popolazione araba della città si è unita ai curdi nello sforzo di dare vita a una dinamica civile senza precedenti, in stridente contrasto con la visione che ha caratterizzato la vita sotto lo Stato Islamico.

Questo passaggio però non è stato indolore e l’uccisione di Alloush si è inserita in un momento in cui la ricostruzione della città avrebbe dovuto subire un’accelerata. Invece non si è ancora riusciti a migliorare le condizioni di vita della popolazione. Gli Stati Uniti hanno congelato un fondo di 200 milioni di dollari promesso per la ricostruzione e senza aiuti internazionali Raqaa è destinata a rimanere senza acqua, elettricità e copertura telefonica. Un’immensa distesa di cumuli, polvere e macerie dove per guadagnare poco più di 50 dollari ci si improvvisa sminatori o si scava tra le macerie per recuperare i corpi sepolti dalla guerra.

«Con Isis si stava meglio – lamenta un uomo che vuole restare anonimo – almeno si poteva camminare per strada, non c’era tutta questa sporcizia. Che bisogno c’era di distruggere così la nostra città?». La contrarietà di parte dei civili è andata crescendo quando le risorse destinate alla città sono state convogliate ad Afrin a causa dell’operazione militare turca Ramoscello d’Ulivo. La propaganda anti-turca messa in campo dai curdi a Raqqa però non ha trovato terreno fertile, e vista la storia della città non avrebbe potuto essere altrimenti.

A inizio giugno Amnesty International ha pubblicato un report che denuncia la violazione delle leggi internazionali da parte della coalizione a guida americana. Le storie raccolte dei sopravvissuti parlano di uso sproporzionato della forza, bombardamenti indiscriminati e attacchi con armi pesanti su zone popolate da civili. Ahmed, un sarto i cui figli dormono al fresco sotto il bancone accanto al ventilatore, è fiducioso: «A Raqqa andrà sempre meglio».

Diverse attività commerciali come farmacie, banchi di frutta e verdura, fast food hanno ripreso a funzionare, si stanno costruendo nuovi ospedali e riabilitando le scuole. Ma non basta, perché sempre più persone stanno facendo rientro in città e hanno bisogno di tutto. In un contesto dove il centro è stato distrutto per il 70%, molti abitanti non hanno la disponibilità economica per ricostruire la propria casa o anche solo sostenere dei lavori di ristrutturazione.

«Il supporto non è diretto né veloce – conclude Mustafa – le organizzazioni non governative lavorano con lentezza mentre noi abbiamo bisogno di infrastrutture, di acqua potabile, di nuove tubature e stazioni elettriche. Ma come si può chiudere gli occhi di fronte al dramma umanitario che stiamo vivendo? A Raqqa si è combattuto un conflitto internazionale e l’Occidente deve rispondere alle proprie responsabilità». 

Terza parte del reportage a puntate "Le tante guerre dei curdi in Siria". Leggi qui la seconda parte

@linda_dorigo

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