Basil Shehadeh, il principe delle api che veniva dalla Siria

Ci sono stati giorni lontani in cui Basil Shehadeh filmava sunniti, cristiani e alawiti cantare insieme nelle piazze bombardate di Homs. Documentarista, viaggiatore e molto altro, tornò nella sua Siria per non perdersi la rivoluzione. Morì a 28 anni, nel 2012. Ma al regime fa ancora paura

Un autoscatto di Basil durante un viaggio in moto dalla Siria all'India.
Un autoscatto di Basil durante un viaggio in moto dalla Siria all'India.

«Mi chiamo Basil, Basil Shehadeh, e vengo dalla Siria»

«E cosa significa “casa” per te?»
«Cosa significa casa per me? Mmm.. è una domanda molto pericolosa, sai. La mia risposta potrebbe crearti problemi».

Inizia così uno dei pochi video che ritraggono Basil Shehadeh, timido e sorridente, davanti a una telecamera. Di solito il suo posto era infatti dietro la macchina da presa, intento a filmare ciò che accadeva davanti ai suoi occhi.

Basil, nato a Damasco il 31 gennaio 1984, nella sua vita è stato molte cose. È stato musicista e compositore. Nel 2004, ventenne, vinse una competizione giovanile con la canzone “I dream of my Home”, scritta da lui e cantata dal cugino undicenne. È stato uno dei primi laureati in tecnologie dell’intelligenza artificiale in Siria, strada che però ha abbandonato presto. È stato un giovane archeologo, che ha partecipato a diversi scavi per conto del Museo Nazionale di Damasco.

Basil è stato poi un viaggiatore, un viaggiatore vero. Nella sua vita ha attraversato la Siria in lungo e in largo a bordo della sua bici, e nel 2011, con una vecchia motocicletta, è partito per un viaggio che l’ha portato fino all’India, attraversando Turchia, Iraq, Iran, Afghanistan e Pakistan. È stato il primo siriano dal dopoguerra ad attraversare via terra il confine tra Iran e Pakistan e per un tratto è stato perfino scortato dalla polizia pakistana. Ma, soprattutto, Basil è stato un giornalista e un documentarista.

Il suo documentario più famoso, Sunday Morning Gift, fece il giro del mondo come una delle più toccanti testimonianze sulla guerra in Libano del 2006Carrying Eid to Camps  è invece uno dei pochissimi documenti che parlano della crisi dei rifugiati interni che colpì la Siria ben prima del conflitto attuale, durante la grave siccità del 2010.

Nel 2010 il suo talento viene notato. Basil vince una borsa Fullbright per studiare negli Stati Uniti, alla Syracuse University, una delle più prestigiose scuole di regia e montaggio. Arriva negli Stati Uniti all’inizio del 2011. Viaggia molto attraverso l'America, interessandosi in particolare delle proteste di Occupy Wall Street e realizzando un piccolo documentario sulla rivolta siriana che in quei giorni stava muovendo i primi passi, "Singing to Freedom", in cui intervista alcuni dei più importanti pensatori radicali statunitensi, tra cui Noam Chomsky.

Ma non resterà in America a lungo. Qualcosa sta succedendo là a Damasco, qualcosa a cui non riesce a restare indifferente. Agli amici confiderà: «È l’unica possibilità che abbiamo di vivere una rivoluzione nella nostra vita, come posso perdermela? Cosa dirò ai miei figli quando mi chiederanno della rivoluzione? Dovrei raccontargli che mentre accadeva ho lasciato il mio Paese per farmi una carriera?»

Nel dicembre del 2011 Basil torna in Siria per le vacanze di Natale, con un biglietto di ritorno già comprato per gli inizi di gennaio. Un biglietto che non utilizzerà mai. Una delle prime cose curiose che i suoi amici ti raccontano di lui è che gli piaceva romanzare i momenti in cui prendeva decisioni importanti.

Lo faceva in modo dolce e un po’ fiabesco, tanto che alla fine, vere o no, alle persone piaceva credere a quelle storie. Di quel giorno di gennaio Basil raccontò loro di aver preso un taxi che dal suo albergo di Beirut avrebbe dovuto portarlo all’aeroporto dove lo aspettava il suo volo per l’America. Il giorno prima, lungo il tragitto tra Damasco e il Libano, aveva passato il tempo ad arrovellarsi, combattuto tra i suoi studi e la sua carriera in America, e la voglia di restare, di unirsi a quella cosa strana ed elettrizzante che stava accadendo nel suo Paese.

Ancora incapace di decidersi, iniziò a descrivere il suo dilemma al tassista che lo ascoltava in silenzio. Alla fine, Basil gli chiese di scegliere al posto suo. Lui avrebbe chiuso gli occhi, e l’altro l’avrebbe portato o all’aeroporto, oppure alla stazione degli autobus per tornare a Damasco. Basil riaprì gli occhi sotto all’ombra dei piloni di cemento della stazione dei bus di Charles Helou, da dove comincerà davvero la sua ultima avventura, quella dell’insurrezione siriana.

Tornato a Damasco si muove fra la capitale e Homs. In entrambe le città è tra gli animatori delle iniziative e delle manifestazioni contro il regime. È uno degli ideatori delle “banconote della rivoluzione”. Fogli di carta del tutto simili a banconote da 1000 lire siriane (le banconote di maggior valore in Siria) ma che su uno dei due lati hanno stampati slogan, informazioni e messaggi sulla rivoluzione e i prossimi appuntamenti per le manifestazioni clandestine. «Così è facile far circolare le nostre idee. Basta spargerli per strada. Chi non si piegherebbe a raccogliere una banconota da 1000 lire?».

Il periodo delle prime proteste a Damasco è particolarmente difficile per chi, come lui e i suoi amici, appartiene alla comunità cristiana. Il clero si è schierato da subito in modo compatto col regime, il quale, in un Paese religiosamente frammentato come la Siria, ha basato molto del suo potere sul farsi percepire come una sorta di protettore delle minoranze.

I toni nelle orazioni domenicali prendono subito note settarie, contro la maggioranza musulmana del Paese. Basil e i suoi amici cercano di combattere il settarismo della loro comunità ma si scontrano il più delle volte contro un muro di gomma. Molti di loro vengono emarginati dalla propria famiglia, e a volte denunciati da parenti e conoscenti che temono le ritorsioni del regime. Quando organizzano proteste nei quartieri cristiani si ritrovano a scappare dalle forze di sicurezza, spesso senza alcun posto dove nascondersi.

Hanno paura di rifugiarsi da famigliari o amici per non metterli in pericolo, mentre quasi tutti gli esponenti del clero dei vari ordini cristiani di Damasco cercano di emarginarli, chiudendogli le porte di chiese e conventi. Tutti tranne uno; i gesuiti siriani sono l’unico ordine che prima segretamente e poi sempre più esplicitamente aderisce alle istanze degli insorti.

Decine di preti e frati locali, ma anche alcuni venuti da lontano come l’italiano Paolo Dall’Oglio, che per oltre trent’anni dal suo monastero di Mar Musa ha lavorato per il dialogo interreligioso in un mondo abituato a rigide divisioni comunitarie. I gesuiti nasconderanno spesso i giovani cristiani ribelli, spesso al prezzo di intimidazioni, arresti ed espulsioni.

Durante il soggiorno a Damasco Basil racconta le proteste e le spietate repressioni per diverse televisioni estere come il canale Democracy Now. Ma il soggiorno nella sua città dura solo pochi mesi. Ben presto risulta chiaro che il fulcro dell’insurrezione si sta spostando dalla capitale verso i centri urbani più piccoli. Basil decide così di recarsi stabilmente a Homs. È là che sta avvenendo la battaglia più dura fra i manifestanti inermi, che occupano per settimane intere le piazze, e le forze di sicurezza del regime.

La città è assediata, i quartieri dove avvengono le proteste vengono bombardati quotidianamente, le persone colpite dai cecchini dell’esercito del regime. Basil inizia a girare. E inizia a insegnare agli altri come farlo. Sono molti i giovani aspiranti giornalisti e registi che in quelle settimane imparano da lui come girare, fotografare e montare un video. Basil inizia anche a elaborare dei lavori suoi, questa volta sulla rivoluzione, la sua rivoluzione, e su Homs.

“A’br Ghadan”, “Attraverserò domani”, dalle parole che gli abitanti di Homs si ripetono per farsi coraggio la sera prima di attraversare le strade sorvegliate dai cecchini, e un lavoro più complesso “I principi delle api”, che verrà completato alla fine del 2013 da Delair Youssef, un altro regista e attivista siriano.

Perché Basil non ha potuto finirlo. Basil Shahadeh è morto a Homs il 28 maggio 2012. A ucciderlo un bombardamento del regime di Assad mirato a distruggere il luogo dove lui e gli altri giovani reporter avevano trovato rifugio. Aveva 28 anni.

La sua salma non è potuta ritornare nella sua Damasco. È rimasta a Homs, tumulata dopo un piccolo funerale celebrato da Abouna Frans, Francis Van Der Lugt, il gesuita olandese diventato una leggenda per i rivoluzionari di Homs, città in cui ha abitato per oltre 50 anni, prima di venire anch’egli assassinato da uno sconosciuto dal viso coperto nell’aprile 2013.

A distanza di tre anni, il 30 maggio 2015, la famiglia di Basil ha tentato di celebrare una piccola messa a suffraggio per lui a Damasco nella Chiesa di San Cirillo di Bab Touma, quartiere cuore della comunità cristiana.

Ma Basil ha continuato a preoccupare il regime anche da morto. La Chiesa è stata chiusa, la messa vietata. Chi si è ostinato a raccogliersi comunque in preghiera di fronte al portone è stato arrestato o scacciato. La casa della famiglia Shahadeh è stata messa sotto sorveglianza. 

Basil spaventa perché rappresenta una storia dimenticata, cancellata dal sangue di Aleppo, dalle bandiere nere e dai video demenziali delle esecuzioni di ISIS. Rappresenta la rivoluzione siriana, così come era nata. Le giornate di sole di Homs, Daraa’ e Hama.

Gli slogan di unità, “Wahed, al-Shaab al Souriy Wahed!” (Uno, il popolo siriano è uno). E quei giorni, scomparsi in un vortice di follia e sangue, in cui in cui la telecamera di Basil riprendeva sunniti, cristiani e perfino alawiti cantare insieme nelle piazze bombardate di Homs. 

@Ibn_Trovarelli

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