Tregua ad Aleppo Est. A Ginevra faccia a faccia tra Russia e Stati Uniti

SIRIA - Dopo giorni di intense battaglie e conquiste da parte dell’esercito di Bashar al-Assad, ad Aleppo Est è stata concessa una tregua umanitaria volta ad evacuare 8 mila civili residenti nelle aree sotto assedio. Lo ha dichiarato ieri il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, per il quale la priorità rimane la sconfitta dei terroristi in Siria.

Una donna ferita si fa largo tra le macerie e la polvere dopo un attacco aereo nel quartiere di al-Ansari in mano ai ribelli ad Aleppo est, Siria. REUTERS/Abdalrhman Ismail
Una donna ferita si fa largo tra le macerie e la polvere dopo un attacco aereo nel quartiere di al-Ansari in mano ai ribelli ad Aleppo est, Siria. REUTERS/Abdalrhman Ismail

Lavrov ha poi reso noto che nel fine settimana si svolgerà a Ginevra un incontro tra ufficiali russi e statunitensi, per discutere una possibile soluzione in Siria. Incontro confermato anche dall’inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, al termine della riunione del Consiglio di Sicurezza, aggiungendo che è questo «il momento di guardare seriamente a una ripresa dei negoziati», vista la coesione da lui percepita all’interno dell’Onu.  

Il faccia a faccia russo-americano giunge dopo che nei giorni scorsi è proseguita la presa di Aleppo Est da parte delle truppe alleate di al-Assad. La coalizione composta dai soldati governativi, milizie iraniane, Hezbollah libanese, russi, ma anche guerriglieri curdi dello Ypg e palestinesi della Brigata al-Qudus, è riuscita a riprendersi circa due terzi del territorio occupato dai ribelli. La strategia ha seguito lo stesso spartito cui ci siamo abituati da tempo, eseguito da un’orchestra di artiglieria e bombardieri tutt’altro che intelligenti, in molti casi incapaci di distinguere i combattenti dai civili, gli obbiettivi militari dagli ospedali, i cecchini dai clown.

Da settimane ricevo via WhatsApp le immagini di corpi straziati riversi sulle strade ingombre di macerie. Provengono da rifugiati siriani che ho conosciuto un anno fa lungo i Balcani – quando la via per l’Europa era ancora aperta – fuggiti alla città prima che il cielo precipitasse. Sono loro a rilanciare foto che descrivono l’avanzata nei quartieri est. Testimonianze corse di chat in chat o avute dai famigliari cui è stata preclusa la fuga da Aleppo, o dagli amici sopravvissuti che non trovano le parole per annunciare la fine di un’altra vita, magari quella di un cugino, di un nipote, di un figlio.

Basta dare una scorsa ai video provenienti dalle aree riconquistate, per capire il livello di sfinimento cui è giunta la più importante città siriana. Strada dopo strada, si susseguono i profili informi dei palazzi, scheletri in fila sorretti dai calcinacci riversi sulle strade e scostati quanto basta da consentire il passaggio. Dove prima c’erano strade, si creano ora esili piste usate per fuggire, e se possibile, come ora, percorse a ritroso da alcuni abitanti tornati nei propri quartieri per cercare qualcuno o salvare il salvabile. Gran parte di queste persone conducono da tempo un’esistenza sospesa, all’interno degli hangar dell’aeroporto situato a est della città, sulla via per Jibrin, dove strutture normalmente adibite alla manutenzione degli aerei sono state trasformate in campi profughi.  

Malgrado i risultati ottenuti sul campo, l’avanzata dei governativi deve procedere con cautela. Bisogna sminare le strade, le scuole e fare attenzione ai cecchini delle fazioni ribelli, in particolare della brigata Liwa al-Tawhid, che potrebbero essere prossimi ad un cambio di strategia, passando dall’arroccamento nei quartieri alle azioni di guerriglia. Leggendo i resoconti dei giornalisti inviati ad Aleppo, si scopre che un rudere dopo l’altro vengono trovati depositi di sostanze tossiche. Barili blu accoppiati a bombole di gas trasformandoli in munizioni per i cannoni dell’inferno, una forma di difesa rudimentale usata per contrastare l’avanzata dell’esercito di Damasco

Mentre l’attenzione dei media resta puntata sulla Battaglia di Aleppo, probabilmente risolutiva per le sorti del conflitto siriano, i bombardamenti continuano anche altrove. Almeno 300 persone sono morte a Idlib, durante i ripetuti attacchi aerei avvenuti nei giorni scorsi, così come accade nel governatorato di Damasco, ad Hama, Homs, nelle zone rurali attorno a Latakia e a Raqqa, dove continua l’offensiva contro lo Stato Islamico che in pochi giorni ha originato 7 mila sfollati.        

Alla luce di un’emergenza simile continua a crescere anche il numero dei civili in fuga verso nord, in direzione del confine con la Turchia. Qui, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, martedì scorso i cecchini turchi avrebbero aperto il fuoco su alcuni siriani che tentavano l’attraversamento della frontiera. L’organizzazione sostiene si tratti dell’ennesimo episodio simile dall’inizio del 2016, per un totale di 163 persone uccise, inclusi 31 bambini e 15 donne. Accuse tuttavia respinte dall’esercito turco e da esponenti del governo contattati da Al Jazeera, definendo le accuse niente più di calunnie montate per screditare Ankara e assicurando che non esiste alcuna «politica contro i civili». Si nega dunque, malgrado le molteplici testimonianze raccolte nei mesi scorsi dall’Osservatorio e da Human Right Watch, compresa quella della famiglia composta da 11 siriani uccisi al confine dal fuoco turco, ad agosto scorso.      

Davanti a questa escalation il resto del mondo sta a guardare, incapace di arrestare gli scontri a partire da Aleppo, dove il 15 novembre ha avuto inizio l’offensiva finale del regime di Damasco, basata essenzialmente sui bombardamenti aerei russi. Martedì i governativi hanno preso il controllo di sette distretti, incluse zone strategiche della città vecchia come Marja e Karm al-Qaterji, conquistando così circa due terzi dell’area in mano ai ribelli dal 2012. Dall’inizio dell’offensiva, nella parte est della città sono morte 341 persone, tra le quali 44 bambini, mentre 81 persone, di cui 31 bambini sono morte nella parte ovest della città controllata dalle truppe governative. A conti fatti i ribelli sono rimasti asserragliati nell’ultimo lembo di città ancora sotto il loro controllo, nell’area sudest dell’ex capitale commerciale della Siria.

Lunedì scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva bocciato una nuova risoluzione per determinare una tregua umanitaria in Siria, proposta da Stati Uniti, Francia, Spagna e Regno Unito. All’origine dello stop c’è stato il veto di Russia e Cina, seguito dal voto contrario del Venezuela, con l’astensione dell’Angola. L’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha giustificato il proprio voto sostenendo che le tregue vengono sfruttate dai ribelli per rifornirsi di armi e ristabilire il proprio controllo nelle aree perse, a scapito della popolazione civile. Malgrado i successi militari ottenuti dalla coalizione dei governativi ad Aleppo, sembra improbabile che la soluzione del conflitto in Siria possa coincidere con l’imposizione di un singolo ordine di forza – quello di Bashar al-Assad –, attraverso l’attuazione della propria pax. È quanto ha lasciato intendere a inizio settimana il segretario di Stato americano John Kerry, secondo il quale anche se Aleppo dovesse cadere «la guerra andrà avanti», sottolineando la necessità di negoziare un accordo, ovviamente includendo al tavolo anche gli Stati Uniti.

Idee opposte e contrarie dunque in seno alle Nazioni Unite, con Mosca e Washington attente a difendere le rispettive posizioni, rimandando di conseguenza la possibilità di trovare una via condivisa e percorribile per porre fine al caos siriano. Posizioni che rischiano di prevalere anche nelle prossime ore a Ginevra, dove il raggiungimento di accordo che possa dare una svolta definitiva al processo di pace siriano sembra inverosimile. La Siria, appunto, un enorme campo di battaglia incastonato nello scacchiere medio orientale, dove 1,3 milioni di persone sono costrette a vivere senza acqua potabile e con scarso accesso al cibo e a medicine. Secondo l’Unicef ben 13,5 milioni di civili stanno subendo le conseguenze dirette della guerra, inclusi 6 milioni di bambini.

@emanuele_conf

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