eastwest challenge banner leaderboard

A Kobane, tra i profughi di Afrin che non possono tornare a casa

Nella città simbolo della resistenza all’Isis hanno trovato rifugio diversi abitanti di Afrin, costretti a scappare dall’avanzata della Turchia. «Sconsigliamo a tutti di tornare», dicono al campo profugh. Dove i curdi denunciano l’arabizzazione forzata del cantone. E la sparizione di civili

Persone in fuga da Afrin. REUTERS/ Khalil Ashawi
Persone in fuga da Afrin. REUTERS/ Khalil Ashawi

Kobane - Aspettano di tornare. Non c’è ospitalità, per quanto sincera e piena di attenzioni, che possa confortare i profughi di Afrin. Tutti sperano di ritrovare le case che hanno lasciato e dalle quali non sono riusciti a portare via niente, spesso neanche una foto o un cambio di biancheria.

Con l’operazione Ramoscello d’ulivo - iniziata il 20 gennaio e culminata il 18 marzo - la Turchia ha preso il controllo dell’enclave a maggioranza curda di Afrin. Affiancata sul campo dalle brigate del Free Syrian Army - Fsa, Ankara ha combattuto contro le milizie curde e ha lasciato sul campo più di 300 morti.

Ameno 60mila sfollati sono stati registrati dalle Nazioni Unite nella vicina regione di Tall Refaat. Chi è riuscito ha raggiunto Aleppo spesso pagando un contrabbandiere, e da lì, dopo qualche settimana, bypassando i checkpoint dell’esercito di Damasco, è arrivato nel cantone di Kobane.

La città che tra il 2014 e il 2015 ha subìto uno degli assedi più feroci della storia, ha dimostrato quanto la condivisione di esperienze dolorose possa tramutarsi in gesti di alto valore umano. 400 famiglie di Afrin hanno ricevuto dal Comitato per l’accoglienza di Kobane un appartamento dove stabilirsi a tempo indeterminato, mentre le persone sole sono state accolte in case private.

«Abbiamo dato la nostra disponibilità - spiega Siamand - dopo quello che abbiamo passato a Kobane non potevamo esimerci dall’aiutare chi scappava dalla guerra di Afrin». Se Siamand e sua moglie Nariman hanno accolto a casa loro un’anziana signora di nome Maryam, a Shehenaz e alla sua numerosa famiglia è stata data una casa con un grande giardino alle porte della città. «Non capisco cosa sta succedendo - dice Shehenaz mentre stende i panni tra gli alberi da frutto - sono ancora sorpresa dall’aiuto ricevuto qui, ma penso senza sosta alla mia casa, alla nostra terra. Com’è potuto accadere? L’amministrazione di Afrin era la migliore, la più aperta. Perché siamo stati attaccati?».

Vicino alla nuova casa di Shehenaz abitano Nadia e sua madre inferma. Le due donne sono arrivate da appena dieci giorni, dopo un lungo viaggio che le ha portate prima nel cantone di Shahaba, poi ad Aleppo e infine in bus fino a Kobane. «Siamo scappati a piedi - confessa Nadia - camminando solo di notte, dalle otto fino all’alba. Mio marito ha portato sulle spalle mia madre per 150 chilometri. Lui è rimasto bloccato ad Aleppo per rinnovare la sua carta di identità e noi siamo arrivate qui. Speriamo ci raggiunga presto». Nadia, che cinque anni fa ha perso il figlio mentre andava a lavorare all’ospedale di Aleppo, non trattiene le lacrime quando ricorda i quattro giorni trascorsi nei rifugi antiaerei senza luce, acqua e cibo. Per lei, esausta per tanta fatica e sofferenza, c’è un solo colpevole: Erdoğan «perché non rispetta niente e nessuno».

Il vice primo ministro turco Recep Akdağ ha dichiarato in un’intervista a Die Welt che la riconsegna di Afrin al regime siriano è inconcepibile perché «una Siria libera e democratica può essere costruita solo senza Assad». Il ministro ha inoltre sottolineato che la Turchia non ha intenzione di restare ad Afrin per lungo tempo ma il suo obiettivo riguarda la lotta contro i gruppi “terroristici” curdi del Pkk e la “sua ala siriana” Ypg, e la riconsegna del territorio al popolo siriano nel minor tempo possibile.

Nel frattempo ad Afrin è stato creato un comitato locale che comprende tutti i rappresentanti locali, arabi, turchi e curdi inclusi, che ha ripristinato l’ordine e un certo margine di sicurezza. Come scrive il giornalista siriano Khaled al-Khateb che ha visitato l’enclave durante i primi giorni del Ramadan per il sito di informazione Al-Monitor, “i servizi sono ripresi, l’acqua corrente ripristinata e anche il pane è di nuovo disponibile”.

Tuttavia il problema che i curdi denunciano con forza è l’arabizzazione del cantone, che sarebbe avvenuta - come scrive l’Osservatorio siriano sui diritti umani- SOHR - attraverso spostamenti di popolazione dalle zone ribelli della Ghouta orientale, da Douma e dal Qalamoun.

Il Media Center di Afrin documenta casi di violenze e sparizioni di civili rimasti a vivere ad Afrin o che fanno rientro nell’enclave: «Sconsigliamo a tutti di tornare - spiega una delle attiviste responsabile del centro stampa in uno dei due campi profughi presenti a Tall Refaat - perché Afrin non è sicura. Chi è rimasto lo ha fatto perché non ha avuto la possibilità, fisica o economica, di scappare».

In un articolo di qualche giorno fa sempre su Al-Monitor, al-Khateb domandava a Zuhair Estanbouli, comandante di una brigata affiliata al Fsa, se è vero che i locali non possano fare rientro ad Afrin. Il comandante conferma l’aiuto che questi ricevono una volta che si trovano a metà strada tra i territori controllati dallo Ypg e quelli in mano alla Turchia: «Riceviamo famiglie che solitamente arrivano a piedi e li trasportiamo sui veicoli messi a disposizione per portarli nelle loro case ad Afrin».

Sul fronte curdo, la versione di chi è scappato o di chi, da non troppo lontano, guarda alla situazione di Afrin, è netta: c’è stata un’invasione e poiché la Turchia è un Paese dell’alleanza Nato, non c’è stato nessuno che abbia avuto il coraggio di prendere le loro difese. «Il silenzio è devastante – confessa Mahmud – e purtroppo tra noi e lo Stato turco non ci potrà mai essere un dialogo sincero. Ankara accetta solo due tipi di curdi: quelli i morti o quelli resi schiavi». (1 - continua)

@linda_dorigo

Prima parte del reportage a puntate "Le tante guerre dei curdi in Siria"

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA