A sud di Deir ez-Zor si combatte per espugnare l’ultima ridotta dell’Isis. Gli Usa danno sostegno tecnologico e aereo alle forze locali, entrate nelle fila delle Sdf. E meditano, una volta sconfitti i jihadisti, di restare in Siria a tempo indeterminato. Con nuovi obiettivi

Militari americani e siriani mentre volano in elicottero sulla Siria. Luglio 2018. U.S. Army/Sgt. Brigitte Morgan/Handout via REUTERS
Militari americani e siriani mentre volano in elicottero sulla Siria. Luglio 2018. U.S. Army/Sgt. Brigitte Morgan/Handout via REUTERS

Deir ez-Zor (Siria). Gli Stati Uniti resteranno in Siria a tempo indeterminato. A dirlo non è Trump, che solo sei mesi fa era intenzionato a portare a casa i suoi 2mila uomini, ma gli alti funzionari del Dipartimento di Stato che hanno invertito la rotta indicata dal presidente e ridefinito gli scopi militari e diplomatici statunitensi. «L'obiettivo degli Stati Uniti in Siria è, in primo luogo, la sconfitta duratura dell’Isis, – ha detto James Jeffrey, rappresentante speciale del Dipartimento di Stato in Siria in un'intervista a Pbs Friday -; in secondo luogo la rimozione da tutta la Siria delle forze sotto il comando iraniano; e terzo un processo politico irreversibile, che è quello che stiamo portando avanti con la comunità internazionale». A pesare sulla decisione c’è innanzitutto la contemporanea presenza in Siria delle truppe russe. Trump, prima e dopo la sua elezione, continua ad ammiccare alla Russia, ma considerato che Mosca è alleata di Damasco e Teheran, è molto improbabile coinvolgerla nell’obiettivo di espellere gli iraniani dalla Siria. Grava inoltre il ricordo del ritiro precipitoso dall’Iraq, che oltre a lasciare campo aperto all’Iran tra il Tigri e l’Eufrate, ha fatto risorgere rivendicazioni settarie in larga parte del Medio Oriente, culminate con l’ascesa dello Stato Islamico.


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Dopo anni in cui l’obiettivo principale era sconfiggere l’Isis, oggi l’amministrazione Trump sta cercando un coinvolgimento più attivo nella Siria post-bellica, senza però spiegare come: «Restare in Siria – ha detto Jeffrey – non significa necessariamente mantenere i nostri stivali sul campo». Diplomaticamente, i vertici statunitensi non prendono posizione nemmeno sul futuro del dittatore Bashar al-Assad «Non è compito nostro, noi ci occupiamo di stabilire le condizioni».

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno addestrato le forze locali che sono entrate nelle fila delle Syrian Democratic Forces (Sdf), una coalizione a maggioranza curda con elementi arabi, siriaci e turcomanni, fondata nel 2015. Oltre alla formazione, le forze americane continuano a dare supporto tecnologico e aereo ai combattenti, oggi impegnati nell’ultima sacca di resistenza dell’Isis ad Hajin, a sud di Deir ez-Zor. «Due anni fa alcune persone di Deir ez-Zor si sono messe insieme per organizzare la resistenza armata all’Isis – spiega Khalil Wahsh, capo del Consiglio militare di Deir ez-Zor nella base di Buseira, a un centinaio di chilometri da Hajin –. L’obiettivo era quello di riprendere quanto più terreno possibile, così siamo stati intercettati dalle Sdf e abbiamo seguito un addestramento militare. È stato creato il Consiglio militare di Deir ez-Zor, che oggi conta 10mila soldati, e al cui interno sono presenti anche ex combattenti del Free Syrian Army e dell’Isis. Questi ultimi – continua il comandante – hanno seguito un percorso per riappropriarsi della mentalità e dei valori umani ripudiati sotto l’Isis».

Non è una novità che i miliziani dell’Isis, una volta arrestati dalle Sdf, entrino a far parte dei loro battaglioni. Nel loro caso l’ideologia non ha messo radici profonde, ma lo ha fatto nei foreign fighters, per i quali la questione è più complessa e coinvolge anche i Paesi di origine. Samir Bougana è stato catturato a fine agosto vicino a Raqqa dalle forze anti-terrorismo curde mentre cercava di scappare in Turchia. È il primo combattente di origine italiana a essere arrestato all’estero. Secondo il database dell’Osservatorio sulla Radicalizzazione e il Terrorismo Internazionale di Ispi, è un uomo con doppia cittadinanza marocchina e italiana, nato in provincia di Brescia nel 1994. Nel 2010 si è trasferito in Germania dove ha iniziato il suo percorso di radicalizzazione, culminato nel novembre 2013 quando si è recato in Siria per unirsi allo Stato Islamico. Bougana è uno dei 500 combattenti stranieri attualmente prigionieri in Siria. Abdulkarim Omar, capo della Commissione relazioni estere dell’Amministrazione Autonoma ha fatto appello a 40 Paesi affinché si facciano carico delle loro responsabilità e li prendano in carico.

«Per quando riguarda l’Italia e le criticità legate al rientro di foreign fighters – spiega la ricercatrice dell’Ispi Silvia Carenzi – emerge la mancanza di leggi per la contro-radicalizzazione e la de-radicalizzazione. Il disegno di legge che intendeva introdurre politiche di questo tipo, passato alla Camera nel luglio 2017, non è stato approvato per lo scioglimento del parlamento nel dicembre dello stesso anno. È bene ricordare – conclude Carenzi – che il contingente di foreign fighters legati all’Italia è piuttosto ridotto: 135 – a fronte dei 1.900 provenienti dalla Francia o dei 900 dalla Germania».

@linda_dorigo

Seconda parte del reportage "A che punto è la rivoluzione curda in Siria". Qui è possibile leggere la prima parte

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