I veri scopi della conferenza russa per la pace in Siria

Mentre la guerra divampa, si apre a Sochi il “dialogo nazionale siriano” boicottato dall’opposizione. Inutile? Non del tutto. Sarà la tappa costituente della nuova Siria di Assad, che nascerà da un surrogato di processo politico. E da una soluzione militare del conflitto

Un combattente dell'Sfd si guarda in uno specchio rotto a Raqqa .  REUTERS/Erik De Castro
Un combattente dell'Sfd si guarda in uno specchio rotto a Raqqa . REUTERS/Erik De Castro

Inizia oggi a Sochi, sul Mar Nero,  il Syrian National Dialogue, la conferenza che nei piani di Mosca dovrebbe portare a un piano risolutivo per il conflitto civile siriano. Una conferenza che nasce sotto auspici bellicosi, nel mezzo di due offensive militari cruciali nel nord e nord-ovest del Paese. Mentre infatti le forze del regime siriano e dei suoi alleati avanzano verso Idlib, la Turchia allarga l’offensiva su Afrin contro le milizie curde del Ypg fino a includere la cittadina di Manjib, dove insieme al Ypg stazionano anche truppe americane sue alleate.

Negli stessi giorni in cui a Sochi si dovrebbe discutere di una pace imminente, il conflitto rischia quindi di entrare in una nuova fase di tensione con la possibile definitiva rottura tra Turchia e Stati Uniti, alleati Nato sempre più solo sulla carta. Ma come spesso è accaduto per molti altri episodi della lunga crisi siriana, il successo di Sochi, più che legato a risultati concreti, sarà una questione di immagine, narrative e, soprattutto, di una sempre più efficace politica russo-siriana del fatto compiuto.

Se infatti si intendesse la conferenza di Sochi come un evento mirato a raggiungere un serio compromesso politico per la fine del conflitto ci si potrebbe perfino chiedere perché si sia deciso di portarla avanti dopo l’annuncio della mancata partecipazione sia dell’Alto Comitato per i Negoziati, il principale organo di rappresentanza dell’opposizione siriana, sia della Federazione Democratica della Siria del Nord, l’autorità curda in controllo di gran parte nel nord del Paese. L’assenza di entrambe queste organizzazioni ha sollevato infatti seri dubbi sulla effettiva utilità di questo evento, le cui sembianze appaiono più quelle di un rito celebrativo ad uso e consumo della campagna per le elezioni presidenziali russe.

Dopo la riconquista dei territori precedentemente controllati dallo Stato Islamico, i due principali nodi che restano sul tavolo per la risoluzione del conflitto sono infatti la questione delle autonomie, in particolare dei territori curdi nel nord, e di una qualche forma in transizione politica che porti a un sistema di governo più inclusivo capace di rappresentare almeno alcune delle istanze dell’opposizione. Ebbene, riesce difficile capire come un accordo sulle autonomie o un compromesso con l’opposizione possano essere raggiunti, o anche solo discussi, senza la presenza dei soggetti interessati dalle autonomie e dei rappresentanti dell’opposizione.

Ma Sochi si fa comunque, e ben sapendo che né il regime siriano né tantomeno Mosca sono usi compiere azioni prive di una raffinata e spesso feroce razionalità, è possibile trovare altre ragioni dietro a questa conferenza che non siano un compromesso politico per la fine della guerra.

Innanzitutto, è opportuno dire che, nonostante le cospicue assenze, la conferenza si preannuncia piuttosto affollata. Oltre 1600 delegati si apprestano a partecipare, e tra loro molti che lo faranno con l’etichetta di “opposizione” o di rappresentanti della popolazione curdo-siriana. Sono i membri dei numerosi gruppi di opposizione non armata “approvati” dal governo di Damasco o dei partiti curdi “approvati” sia da Damasco che da Ankara. Il governo turco negli ultimi mesi ha infatti fatto valere tutto il proprio peso diplomatico per ottenere l’esclusione del Pyd, anima politica della Federazione Democratica della Siria del Nord e considerato il braccio siriano del Pkk.

A Sochi quindi qualcosa sarà discusso e qualcosa sarà deciso. In primo luogo, l’obiettivo di Mosca è giungere a una bozza condivisa (dai presenti, ovviamente) di futura Costituzione firmata. Un atto che stravolgerebbe il processo delineato dalla Risoluzione 2254 delle Nazioni Unite, che prevede prima la formazione di un governo di transizione, e poi elezioni politiche per un nuovo parlamento avente il compito di scrivere una nuova Costituzione. Un processo che si è cercato invano di utilizzare come framework per i negoziati di Ginevra, che hanno visto l’ultimo fallimento la settimana prima della conferenza, con il rifiuto categorico della delegazione del regime perfino di incontrare i delegati dell’opposizione nella stessa stanza.

Ma lo scopo di Sochi, e prima ancora dei negoziati paralleli di Astana, è proprio quello di sostituire progressivamente i negoziati di Ginevra e svuotare lentamente di significato le pesanti condizioni della Risoluzione 2254. Ed è così che sarà Sochi la prima vera tappa costituente della nuova Siria, senza nessun governo “inclusivo” di transizione e soprattutto senza elezioni che mettano in dubbio la leadership e l’assoluta posizione di forza del regime e dei suoi alleati. La Turchia, oggi sempre più allineata con Mosca e Damasco soprattutto in chiave anti-curda, è forse l’unico attore che a Sochi potrebbe strappare qualche accordo per le milizie dell’Esercito Libero Siriano, nato per combattere il regime e oggi diventato primariamente uno strumento delle strategie anti-curde di Ankara.

L’obiettivo di Sochi è quindi mettere in atto un surrogato di processo politico, con un dialogo nazionale portato avanti con quella Siria che i vincitori accettano come “legittima” e parte attiva del futuro del Paese. Per tutti gli altri la strategia che sta emergendo è un’altra, e ha poco a che fare con dialogo e processi politici.

Le zone di de-escalation decise ad Astana emergono infatti sempre di più come un espediente tattico, che permette al regime e agli alleati di concentrare le proprie risorse militari su un fronte alla volta, congelando gli altri dietro la promessa di un qualche tipo di compromesso che probabilmente non arriverà. È questa infatti la vera soluzione al conflitto decisa molto prima di Sochi a Damasco, Mosca, Teheran e Ankara, e che si esplica negli stessi giorni della conferenza nelle due offensive parallele del regime su Idlib e della Turchia su Afrin e nella tragedia umanitaria di Ghouta: la soluzione militare. 

@Ibn_Trovarelli

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