Tre valigie gonfie di denaro sequestrate all’aeroporto di Mogadiscio inaspriscono i rapporti già tesi tra Somalia e Emirati Arabi Uniti, che si stanno insediando anche militarmente nella separatista Somaliland. Quei dieci milioni di dollari servivano a comprare la democrazia somala?

Forze di polizia in motocicletta davanti all'ingresso dell'aeroporto di Mogadiscio. REUTERS/Feisal Omar
Forze di polizia in motocicletta davanti all'ingresso dell'aeroporto di Mogadiscio. REUTERS/Feisal Omar

Le già compromesse relazioni tra la Somalia e gli Emirati Arabi Uniti (Eau) rischiano di inasprirsi ulteriormente, dopo il sequestro, da parte delle autorità somale, di 9,6 milioni di dollari (pari a 35,5 milioni di dirham) avvenuto lo scorso 8 aprile all’aeroporto di Mogadiscio su un charter della Royal Jet proveniente da Abu Dhabi.


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La confisca del contante stipato in tre valigie è avvenuta dopo un serrato confronto tra l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Mogadiscio, Mohammed Ahmed Othman Al Hammadi, e i funzionari somali dell’aeroporto.

Le autorità locali stanno indagando per scoprire la provenienza e la destinazione dei soldi, oltre alle ragioni che sono all’origine del trasferimento dell’ingente somma di denaro in Somalia. Secondo Voice of America, il charter avrebbe dovuto trasportare merci per la missione degli Emirati Arabi Uniti nella capitale somala ma la sua destinazione finale non è stata ancora chiarita.

Secondo una dichiarazione rilasciata due giorni dopo il sequestro dalla Wam, l’agenzia di stampa statale degli Emirati, la somma era destinata al ministero della Difesa somalo per il pagamento dei soldati e delle reclute dell’esercito. La nota specifica che il governo somalo sapeva in anticipo che sarebbero arrivati dei soldi ​​per pagare le truppe addestrate dagli Emirati a Mogadiscio e dei circa mille uomini della polizia marittima formati nella regione del Puntland.

Le agenzie di sicurezza somale però restano dubbiose sulla versione fornita da Abu Dhabi, sostenendo che tutto quel denaro non poteva essere destinato all’esercito somalo, il cui salario complessivo ammonta a poco meno di un milione di dollari, una somma dieci volte inferiore a quella sequestrata dai doganieri dell’aeroporto di Mogadiscio. 

La resistenza alle pressioni dei Paesi del Golfo

I rapporti tra i due Stati si erano gelati nel giugno scorso a causa della resistenza del governo somalo alla pressione congiunta di Emirati, Egitto e Arabia Saudita per tagliare i legami con il Qatar, dopo che il piccolo emirato era stato sottoposto a un embargo economico e politico in seguito a una disputa con i vicini del Golfo Persico.

Le tensioni tra Mogadiscio e Abu Dhabi si erano ulteriormente acuite all’inizio del mese scorso, quando gli Eau avevano concluso un accordo per addestrare le forze di sicurezza nel Somaliland, una regione semi-autonoma nel nordovest della Somalia, autoproclamatasi repubblica indipendente nel 1991.

Il connubio tra la regione semi-autonoma e gli Emirati però non si limita solo all’addestramento militare, come prova l’intesa per la gestione del porto di Berbera, importante scalo commerciale sulle coste del golfo di Aden, siglata tra il Somaliland e la Dp World, una delle più importanti compagnie di gestione portuale e di commercio marittimo del mondo, con sede a Dubai.

La Somalia ha quindi accusato la Dp World di aver violato la sua sovranità sulla base del fatto che il Somaliland è uno degli Stati federali che non hanno competenza per la gestione delle risorse considerate di importanza nazionale, come i porti. Così lo scorso 12 marzo, la Camera Bassa del parlamento somalo ha votato all’unanimità la messa al bando da tutto il territorio nazionale della Dp World.

Ciononostante, il Somaliland insiste sul fatto che ha il diritto di partecipare a tali accordi e il presidente della regione semi-autonoma, Muse Bihi Abdi, ha bollato il rifiuto da parte della Somalia dell’accordo come una «dichiarazione di guerra».

Naturalmente, l’amministratore delegato della Dp World, Sultan Ahmed bin Sulayem, concorda con la posizione del Somaliland sulla questione, sottolineando che la sua compagnia ha stipulato un accordo approvato dal parlamento di un Paese indipendente. Ma dal 1991 a oggi, l’indipendenza della regione non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale.

L’Arabia Saudita si è offerta di mediare tra il governo di Mogadiscio e la compagnia di Dubai mentre la Somalia ha chiesto alla Lega Araba di intervenire per tentare di trovare una soluzione al problema, che potrebbe innescare una vera e propria crisi nell’area.

Tuttavia, l’aspetto più rilevante della questione è costituito dal fatto che proprio a Berbera, lo scorso anno, Abu Dhabi ha iniziato a costruire una base militare nei pressi dell’aeroporto, dopo aver concluso un accordo che prevede che gli Eau mantengano la loro presenza nel Somaliland almeno per i prossimi trent’anni. Il presidio militare in costruzione avrà un’importante rilevanza strategica perché Berbera si trova a meno di trecento chilometri dal sud dello Yemen, dove le truppe emiratine sono impegnate a combattere contro i ribelli sciiti Houthi all’interno della coalizione saudita.

In tutto questo, la Somalia è preda di una crisi politica che coinvolge la Camera Bassa del parlamento e l’esecutivo, concretizzata con la rimozione, voluta dal primo ministro Hassan Ali Khayre, dello speaker del parlamento Mohamed Osman Jawari.

I giornalisti locali collegano il sequestro dell’aereo carico di denaro alla crisi politica. Una tesi sostenuta dalla matematica con cui è possibile calcolare che se i diplomatici emiratini avessero preso in consegna il denaro, dopo il pagamento dei soldati addestrati avrebbero avuto a disposizione 8,6 milioni di dollari in contanti. Una cifra sufficiente a corrompere mezzo parlamento somalo oppure utile a finanziare un esercito privato per mettere in atto un colpo di mano per sostituire il governo.

@afrofocus

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