Nell’ultimo anno gli atti di pirateria sono raddoppiati, rivela un rapporto. Gli attacchi sono favoriti dallo spostamento delle pattuglie nel Mediterraneo, per via della crisi dei migranti. Allarme per il Golfo di Aden, passaggio cruciale per il commercio, già minacciato dalla guerra in Yemen

Una nave nel Golfo di Aden. REUTERS/Khaled Abdullah
Una nave nel Golfo di Aden. REUTERS/Khaled Abdullah

Dopo anni di silenzio, la pirateria torna a minacciare la sicurezza delle acque al largo delle coste dell’Africa orientale. La conferma arriva dal rapporto annuale sullo stato della pirateria pubblicato nell’ambito delle attività del progetto Oceans Beyond Piracy(Opb) lanciato dalla fondazione no-profit statunitense One Earth Future.


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La relazione ha rilevato che nel 2017 il numero di episodi di pirateria nella zona è raddoppiato rispetto al 2016, con un totale di 54 incidenti nella regione dell’Oceano Indiano occidentale, equivalente a un aumento del 100% rispetto ai 27 incidenti del 2016. Gli attacchi monitorati includevano un dirottamento, tre sequestri, tre rapine, 15 attacchi falliti e 32 episodi di attività sospette.

La ricerca di Opb afferma che dietro la nuova ondata di abbordaggi ci sarebbe la riduzione del numero delle pattuglie dei diversi programmi di controllo marittimo internazionale impegnate nel contrasto alla pirateria.

La mancanza per lungo tempo di attacchi nella regione ha reso infatti difficile per le forze internazionali giustificare il dispiegamento di schieramenti navali nell’area interessata. Senza contare, che molte delle pattuglie prima impegnate nel contrasto alla pirateria sono state spostate nel Mediterraneo per far fronte alla crisi dei migranti.

Sulla ripresa degli attacchi pesa inoltre la minore osservanza delle misure di autoprotezione – tra cui le Best Management Practices – causata dalla convinzione che il pericolo degli attacchi corsari ormai apparteneva al passato.

Il sequestro della Aris 13

Questa convinzione è stata infranta il 13 marzo 2017, al largo delle coste di Alula, nel Puntland, dove per la prima volta dopo cinque anni, i pirati somali hanno sequestrato la petroliera Aris 13, battente bandiera delle isole Comore e di proprietà della emiratina Armi Shipping.

La Aris 13 è stata abbandonata senza condizioni meno di quarantotto ore dopo, ma l’episodio ha segnato il risveglio dei pirati somali, come dimostrano gli altri tentativi di abbordaggio, che hanno fatto seguito al primo dirottamento di un’imbarcazione commerciale nella zona, dal 2012.

Dopo cinque anni, è così tornata a materializzarsi la minaccia dei pirati somali, che tra il 2005 e il 2011 aveva reso altamente insicura l’area del Golfo di Aden e delle coste somale dell’Oceano Indiano, dove nel solo 2011, al culmine del fenomeno, si registrarono 237 attacchi, 736 persone e 32 mercantili tenuti in ostaggio, oltre a danni per circa 8 miliardi di dollari.

Tuttavia, c’è da evidenziare che finora i nuovi pirati si sono rivelati molto meno esperti e combattivi di quelli del passato, ma non per questo meno pericolosi dei loro predecessori, soprattutto perché non agiscono in base a una strategia, ma sull’onda dell’emotività. Lo stesso vale per i mezzi usati e per il timing degli attacchi, sempre totalmente improvvisati.

Il risentimento dei pescatori somali

Un’altra delle cause che avrebbero originato la nuova ondata di attacchi è riconducibile al risentimento dei pescatori somali danneggiati dalle autorizzazioni che le autorità locali hanno rilasciato ai pescherecci stranieri, che praticano pesca illegale su larga scala nelle acque territoriali, distruggendo le attrezzature dei pescatori somali, ma soprattutto l’ecosistema costiero che fornisce sostentamento a gran parte della popolazione.

La Somalia ha la costa più lunga dell'Africa continentale, ma la pesca rimane un settore sottosviluppato a causa della mancanza di competenze, di quadri normativi e di attrezzature efficienti. E visti gli alti livelli di disoccupazione regionale, gli osservatori si aspettano che molti giovani continueranno a cercare opportunità economiche nella criminalità.

In effetti, oltre al rafforzamento del pattugliamento navale, al dispiegamento di guardie armate private a bordo di navi e all’adozione di nuove misure precauzionali, da parte delle società di navigazione, la soluzione più efficace per contenere e prevenire gli attacchi dei pirati sarebbe quella di garantire alla popolazione locale più risorse ed entrate.

Il report sottolinea pure che il costo della pirateria in Africa orientale ha raggiunto 1,4 miliardi di dollari nel 2017. In evidente calo rispetto agli 1,7 miliardi del 2016 e addirittura in discesa libera rispetto ai sette miliardi del 2010, quando l’attività delle bande somale era molto più intensa.

Il fragile quadro della sicurezza nel Golfo di Aden

Obp afferma, inoltre, che il raddoppio degli attacchi rende necessario un approccio di sicurezza marittima ad ampio raggio per affrontare la minaccia della pirateria nella regione. La relazione rimarca anche l’urgenza di adottare provvedimenti volti a rendere sicura la navigazione nel golfo di Aden, che riveste una cruciale importanza sulle rotte del commercio globale, con migliaia di navi che lo attraversano ogni anno per andare e tornare dal Canale di Suez. 

Senza dimenticare, che l’area del Golfo di Aden è anche fortemente influenzata dalla precarietà politica dello Yemen, dove dal 2015 è in atto un conflitto che coinvolge diversi Stati, complicando ulteriormente il quadro della sicurezza marittima nella regione, come testimoniato dal significativo numero di incidenti verificatisi al largo delle coste yemenite.

Ma un approccio globale alla sicurezza sarà in grado di funzionare solo se la Somalia riuscirà ad acquisire maggiore stabilità e instaurare un governo forte, che nell’immediato futuro possa affrontare anche un problema complesso come quello della pirateria.

@afrofocus 

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