Entrano in vigore i dazi di Washington su alluminio e acciaio. Nel mirino c’è anche il surplus commerciale della Ue, che annuncia una causa al Wto e prepara contro-tariffe. Ma saranno i dazi di Trump a colpire con più durezza l’economia Usa. In attesa di un nuovo round sulle auto

Il personale meccanico lavora alla linea di produzione di Volkswagen e-Golf nello stabilimento Glaeserne Manufaktur di Dresda, in Germania, 8 maggio 2018. REUTERS / Matthias Rietschel
Il personale meccanico lavora alla linea di produzione di Volkswagen e-Golf nello stabilimento Glaeserne Manufaktur di Dresda, in Germania, 8 maggio 2018. REUTERS / Matthias Rietschel

Con una telefonata ai giornalisti il segretario americano al Commercio Wilbur Ross ha annunciato giovedì che gli Stati Uniti imporranno dazi sull’alluminio e sull’acciaio a Canada, Messico ed Unione Europea.


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Dalla mezzanotte di venerdì 1 giugno i tre alleati americani – precedentemente esentati dalla misura, che invece ha colpito fin da subito altre nazioni, come la Cina – vedranno quindi applicarsi sulle loro esportazioni di alluminio e acciaio dirette negli Stati Uniti tariffe rispettivamente del 10 e del 25%.

Le reazioni, com’era prevedibile, sono state dure. La commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström ha dichiarato che ieri è stato «un brutto giorno per il commercio globale», mentre il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha anticipato l’avvio di una causa davanti all’Organizzazione mondiale del commercio e l’imposizione di tariffe sulle merci americane – sul bourbon e le Harley Davidson, ad esempio – per oltre 3 miliardi di dollari, che potrebbero allargarsi fino a 7. Il Messico ha fatto sapere che introdurrà a sua volta dazi “equivalenti” su carne di maiale, frutti, formaggi e acciaio di provenienza statunitense. E anche il Canada ha risposto con delle contromisure da 12,8 miliardi, che entreranno in vigore il 1 luglio, per bilanciare il danno subìto.

Gli sviluppi della situazione si vedranno nei prossimi giorni, mentre per analizzare le ripercussioni effettive sull’economia ci vorrà un po’ più di tempo. Quel che è già certo però è che la decisione dell’amministrazione Trump non farà bene ai rapporti commerciali e politici sia tra Washington e il resto dei Paesi del Nord America – impegnati nei negoziati per l’aggiornamento del trattato di libero scambio, che procedono a rilento e con difficoltà –, sia tra Washington e Bruxelles.

Le questioni in gioco sono tante. Per cominciare, occorre ricordare che Europa, Canada e Messico forniscono insieme oltre la metà della quantità di acciaio che gli Stati Uniti importano ogni anno: Ottawa, da sola, soddisfa il 16% della domanda statunitense del metallo; Pechino solo il 2%, per fare un paragone. Alcuni gruppi imprenditoriali americani avevano di recente espresso preoccupazione per la scelta di Trump: il vicepresidente della camera di commercio si era lamentato del costo già alto dell’acciaio negli Stati Uniti – del 50% superiore rispetto ad Europa e Cina –, che crescerà ancora adesso che le importazioni saranno gravate dai dazi. A temere rincari e danni alla filiera produttiva sono anche le aziende nel campo dell’alluminio, che per il 40% viene acquistato dal Canada.

All’interno degli Stati Uniti, a pagarne le conseguenze in termine di occupazione potrebbero essere, paradossalmente, proprio gli operai del Midwest. Sono una delle fette sociali più colpite dalla delocalizzazione nonché il segmento elettorale più coccolato da Donald Trump con le sue politiche anti-commercio globale, eppure l’economia della Rust Belt avrebbe tanto da perdere da una trade war, perché dipende molto dagli scambi con l’estero. Come analizzato da Brookings, le esportazioni rappresentano il 12,3% del Pil statunitense, che a sua volta è generato per il 26% proprio all’interno della “cintura di ruggine”.

L’approccio protezionista di Trump su alluminio e acciaio è finalizzato, in ultima istanza, alla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore siderurgico. Ma oggi le fonderie americane che producono i metalli impiegano meno di 200.000 persone, mentre le imprese che li importano per produrre altre merci – dalle automobili alle lattine di birra – danno lavoro a 6,5 milioni di operai.

I dazi della Casa Bianca peggioreranno soltanto i già tesi rapporti con Bruxelles. L’Europa e il suo surplus commerciale di 150 miliardi di dollari con gli Stati Uniti sono infatti uno dei bersagli preferiti di Donald Trump, assieme a Messico e Cina. Tutte le trattative tra le due parti in merito all’esenzione europea dalle tariffe doganali non hanno mai prodotto risultati, con l’Unione fissa sull’obiettivo dell’esonero completo e permanente e gli Stati Uniti restii a concedere ammorbidimenti e rassicurazioni.

Bruxelles non ha accettato di negoziare dei limiti alle sue esportazioni dei metalli – dal valore di 5,3 miliardi di euro per l’acciaio e 1,1 miliardi di alluminio nel 2017 –, con Washington che ha potuto incolparla di eccessiva rigidità e scarsa propensione al compromesso. A peggiorare le cose e a creare ulteriori divisioni, proprio negli ultimi giorni, sembrerebbe essere stata l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati (Gdpr), le cui direttive poco chiare – secondo gli Stati Uniti – rischierebbero di danneggiare gli affari delle compagnie americane.

La linea dura trumpiana non si ripercuoterà soltanto sui diretti interessi economici americani nel Vecchio continente, primo mercato di sbocco per l’export a stelle e strisce e seconda fonte di beni importati nel 2016.

In ballo c’è anche la politica estera. L’applicazione di tariffe sull’export europeo complicherà la riuscita della strategia di isolamento dell’Iran, voluta da Trump con il ritiro dall’accordo sul nucleare e il prossimo ripristino delle sanzioni verso il Paese. In base al principio di extraterritorialità, scrive Stella Morgana, gli Stati Uniti potranno scagliarsi anche contro le aziende europee che fanno affari con Teheran. Ciononostante, Bruxelles ha detto di voler preservare tanto l’accordo quanto i rapporti con la Repubblica iraniana ed è possibile – ma la questione è complicata – che possa ora decidere di continuare su questa strada con maggiore determinazione.

Se la Casa Bianca ha davvero intenzione di portare avanti una guerra commerciale con l’Europa, allora non è escluso che la risposta di Bruxelles ai dazi sull’alluminio e l’acciaio possa innescare una nuova ritorsione da parte degli Stati Uniti. È notizia del 23 maggio scorso che l’amministrazione Trump sta valutando la possibilità di imporre dei dazi sulle importazioni di automobili per proteggere la sicurezza nazionale: non soltanto la giustificazione è la stessa già adottata per le tariffe sui due metalli, ma in passato Trump ha già minacciato di voler tassare i veicoli di provenienza europea.

Trump accusa l’Europa di perpetuare un “grande squilibrio commerciale” ai danni degli Stati Uniti colpendo le macchine di importazione americana con dazi del 10% ma vedendosi tassare le proprie solo del 2,5%. In realtà, quest’ultima cifra si limita alle utilitarie: per i pick-up – che rappresentano una fetta consistente del mercato statunitense – la quota d’ingresso sale al 25%.

Se messa in atto, la decisione di Trump, che punta certamente ad ingraziarsi ancora gli operai del Midwest, provocherà dure reazioni da parte dei governi di Canada e Messico - primi due esportatori di auto negli States e peraltro soci nel Nafta - e di quelli giapponese e cinese. In Europa il Paese che avvertirà maggiormente il colpo sarà ovviamente la Germania, che Trump ha da sempre dimostrato di non vedere di buon occhio. Eppure le case automobilistiche tedesche danno lavoro a quasi 120.000 americani.

@marcodellaguzzo

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