Una sfilza di vittorie nelle primarie indica un nuovo protagonismo delle donne in vista delle elezioni di midterm. E la mobilitazione si estende a piani bassi della politica. Segno di una svolta verso l’impegno dopo la vittoria-shock di Trump? Non solo

Il senatore Tammy Duckworth e la figlia Abigail.  REUTERS/Joshua Roberts
Il senatore Tammy Duckworth e la figlia Abigail. REUTERS/Joshua Roberts

La larga maggioranza degli analisti politici americani e non aveva deciso che l’anno delle donne sarebbe stato il 2016, quando Hillary Clinton avrebbe vinto le elezioni e varcato la soglia della Casa Bianca da presidente. Non è andata esattamente così e, per questo, sarà bene mettere le mani avanti e non decretare che il momento storico per la rappresentanza femminile sarà il novembre 2018, quando si voterà per elezioni di mezzo termine - che eleggono tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato Usa.


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Molti segnali provenienti dalla società americana indicano però un nuovo e originale protagonismo delle donne: attiviste e candidate vincenti alle primarie sono presenti sulla scena in numeri non consueti.

L'ultimo segnale in ordine di tempo è quello delle primarie che hanno nominato Stacey Abams, donna afroamericana alla carica di governatore della Georgia. Solo il fatto che ci sia una candidata donna e nera in uno Stato del Sud è un fatto clamoroso. Dovesse venire eletta sarebbe il primo governatore di colore donna della storia americana. A oggi le donne non bianche elette governatrici sono solo due e repubblicane (una e Nikky Halley, attuale ambasciatrice Usa all'Onu). In Texas, l'ex sceriffa, omosessuale e ispanica Lupe Valdez correrà (prova improba) anche lei per il governatorato. Stesse caratteristiche ha Ortiz Jones, che correrà per un posto alla Camera. Poi c'è la ex marine Amy McGrath, che correrà per la Camera in Kentucky.. Nel complesso donne e figure provenienti da gruppi diversi, non necessariamente di sinistra o di centro (le due anime che al momento si contendono l'eredità di Clinton e Sanders). La loro particolarità è, appunto, essere donne e suscitare entusiasmo in segmenti della popolazione che normalmente non partecipano alle primarie - quasi ovunque i democratici hanno visto crescere il numero di voti espressi.

Allo stato attuale i numeri sono quelli di una democrazia poco rappresentativa: la minoranza dei maschi bianchi è quella più rappresentata, mentre gli eletti delle minoranze e le donne elette non rispecchiano in nessun modo le differenze della società Usa. Alla Camera le donne sono 84 su 435, al Senato 23 su 100, mentre tra i governatori siamo a 6 su 50.

Il Women candidate  tracker di Politico mette in ordine tutti i dati relativi alla partecipazione politica femminile e segnala come, se le donne che corrono dovessero vincere tutte, il massimo a cui si arriverebbe è 177 seggi in più alla Camera, 10 al Senato e 25 tra i governatori. Le donne che hanno scelto di correre per il Congresso o i governatorati sono infatti già 600, di queste 76 hanno già perso le loro primarie in questi giorni, magari contro altre donne, mentre 80 saranno candidate. La nuova generazione di donne in politica non è fatta solo di giovani e non è solo democratica.

Naturalmente più candidate non si traduce necessariamente in più elette: nel 2016, l’anno che, appunto, doveva essere delle donne, il numero di candidate al Senato è stato da record, ma le elette sono state solo 6, nel 2012, invece, le candidate erano 4 in meno che nel 2016 ma le elette 11.

Certo è che dal 1992, quando assieme a Clinton le elette fecero un salto in avanti notevole, il clima generale è cambiato. Le donne sono state protagoniste in molti ruoli cruciali dell’amministrazione (con Bill Clinton, Bush e Obama hanno diretto la diplomazia, ad esempio) e in Congresso hanno occupato e occupano posti e ruoli di preminenza assoluta: Nancy Pelosi è leader dei democratici da quattro legislature e le senatrici democratiche Elizabeth Warren, Kamala Harris, Diane Feinstein e Kirsten Gillibrand sono tra le facce più aggressive e note della opposizione a Trump - e almeno due potrebbero essere candidate alle primarie del 2020.

Come si spiega questo protagonismo? Una prima osservazione riguarda Hillary Clinton. La sua partecipazione, benché imperfetta e con alle spalle alcune scelte che poco sono piaciute alle militanti femministe, è stata un segnale ed ha allargato la discussione sul ruolo e il potere delle donne nella società americana.

La delusione per la sua sconfitta ai danni di un candidato che è l’incarnazione perfetta, quasi la caricatura, del maschio arrogante, maschilista ha certamente fatto crescere la consapevolezza che per contare bisogna esserci. Emily’s List, l’organizzazione che promuove l’empowerment femminile in politica segnala come durante questo ciclo elettorale non ci sia il problema di trovare le candidate, cosa che invece è capitata in diversi cicli elettorali precedenti.

Il protagonismo delle donne non è solo ai piani alti della politica: il numero di donne che corre per cariche elettive locali e minori è anche esso in crescita e le figure di organizzatrici, militanti, animatrici del dibattito pubblico. La Women’s March, giunta alla seconda edizione, ha portato milioni di donne nelle strade d’America, mentre #MeeToo ha spalancato le finestre su una questione che tocca da vicino la vita di milioni senza che, a oggi, questo divenisse oggetto di un serio dibattito pubblico.

Come si diceva negli anni ’70, in entrambi i casi, la difesa dei diritti, lo sdegno nei confronti dei modi del presidente Trump e i comportamenti di molti maschi con potere, “il personale è politico” e riguarda non solo i comportamenti ma anche le leggi e le scelte fatte dalle istituzioni. La minaccia di tagliare i fondi a Planned Parenthood, la più grande organizzazione di consultori del Paese, è così solo uno dei motori di questa nuova partecipazione. Le donne americane sembrano aver preso consapevolezza in maniera diffusa e capillare e non solo nelle università, che le decisioni si prendono nelle istituzioni e che le loro istanze vanno rappresentate proprio in quei luoghi. A cominciare dal Congresso.

C’è però qualcosa di più e più profondo. La società americana sta rapidamente cambiando e, nonostante il colpo di coda violentissimo infertole dall’elezione di Trump da parte di una minoranza, segmenti di società relativamente marginali nelle istituzioni (quale più, quale meno) vedono crescere il loro peso e il loro protagonismo. E cambiano le istituzioni e le regole.

L’esempio recente migliore di questa trasformazione che riguarda le donne è Tammy Duckworth, senatrice democratica dell’Illinois, prima della storia del Senato Usa ad avere un figlio mentre in carica. Problema: i senatori possono votare solo essendo presenti in aula e spesso le votazioni possono prolungarsi per tutta la notte. Come conciliare il proprio dovere di rappresentare i cittadini dell’Illinois (in un Senato dove un voto è più che pesante) e la propria genitorialità? “Potrebbe aspettare il momento del voto nelle cloakroom” il guardaroba, una specie di sala d’attesa fuori dell’aula.

Secondo problema: Duckworth ha perso entrambe le gambe in Iraq e si muove in sedia a rotelle. E la cloakroom è difficilmente raggiungibile. Che fare? Le regole del Senato non cambiano spesso, ma il comitato per le regole interne e l’amministrazione della Camera alta ha stabilito che Duckworth (e chiunque altro d’ora in poi) potrà portare la bambina in aula fino al compimento dell’anno di età. E anche allattare, cosa che ha un po’ scosso qualche anziano senatore. Che però non ha avuto il coraggio di porre la domanda direttamente nel comitato.

Era dal 1977 che questo tipo di regole del Senato non cambiavano - all’epoca si trattò di consentire l’ingresso ai cani guida - e, come ha sottolineato Duckworth, si tratta di un riconoscimento alla genitorialità e alla conciliazione del lavoro di cura con il lavoro. Un tema che non è “femminile” ma che spesso, per come sono organizzate le società, sono le donne a porre con più forza.

Il 2018 sarà dunque l’anno delle donne elette? Non lo sappiamo: molte democratiche si batteranno contro repubblicani che già siedono in Congresso e in distretti tradizionalmente di destra. Altre no. Certo è che i temi, il modo di fare politica, le facce delle donne si vedranno di più. E certo che, se non sarà il 2018, allora sarà il 2020. I colpi di coda, le resistenze ci sono in tutte le società, ma ci sono cambiamenti che è molto difficile arrestare.

@minomazz

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