Alla vigilia, i sondaggi danno i Democratici in vantaggio, ma per riconquistare la Camera (al Senato serve un’impresa) sarà decisiva la partecipazione dei giovani e delle minoranze. E peserà l’esito del referendum su di sé promosso da Trump, che darà il via alla corsa presidenziale

REUTERS/Mike Segar

Siamo alle solite. Martedì 6 novembre si vota per le elezioni di midterm e, come a ogni ciclo elettorale negli Stati Uniti la domanda è: quanti giovani e quanti appartenenti alle minoranze andranno a votare? Riusciranno i Democratici a convincere abbastanza giovani, neri, ispanici - che normalmente votano molto meno dei bianchi over 40 - a partecipare al processo Democratico e dare una scossa alla situazione politica restituendo la maggioranza al partito Democratico in almeno una delle due Camere del Congresso?


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Lo stato dell’arte

Gli ultimi sondaggi danno ai Democratici un vantaggio di 4-5 punti percentuali ma in un Paese di Stati e distretti elettorali che vota con il maggioritario puro, prendere più voti non serve a nulla: serve prendere più voti in Indiana, in Georgia, in Florida, nel distretto X della Camera in Ohio e in quello Y del Wisconsin. E il difficile è proprio quello. Per questo i candidati Democratici al Senato in Missouri e in Indiana, entrambi senatori uscenti, non hanno criticato l’ipotesi di Trump di eliminare lo ius soli per i figli degli stranieri: i due sono testa a testa in Stati vinti da Trump e tendenzialmente Repubblicani. Al contempo, in Arizona o in California qualsiasi Repubblicano in un distretto molto ispanico criticherà almeno moderatamente le parole del presidente. Infine, se un Democratico si trovasse a dire parole simili ai senatori dell’Indiana e del Missouri nel distretto dove verrà eletta Alexandria Ocasio Cortez a New York, verrebbe linciato dalla base del suo partito.

Secondo un sondaggio del Washington Post pubblicato il 1 novembre i Democratici hanno un vantaggio secco tra gli under 39 (58%), tra gli appartenenti alle minoranze (66%), tra le donne (54%) e sono indietro tra i maschi (47%). Tra le generazioni over 40 i due partiti sono sostanzialmente alla pari.

Problema per i Dem: alle midterm del 2014 questi gruppi hanno votato meno dei bianchi adulti. Il 36 percento degli afroamericani, il 21 percento degli ispanici e al 16 percento delle persone sotto i 30 anni. I bianchi andati ai seggi invece erano il 41%. È possibile che la caccia all’immigrato, le famiglie divise, i soldati inviati da Trump alla frontiera per fermare una carovana di migranti in marcia dall’Honduras che è lontana centinaia di chilometri dal confine mobilitino la comunità ispanica? Forse. E lo stesso vale per i neri o le donne che sentono minacciati alcuni dei loro diritti da una Corte Suprema nella quale Trump ha infilato due giudici conservatori.

Nel sondaggio del Post le persone che non hanno votato nel 2014 preferiscono i Democratici 55% a 42%. Ma appunto, non sono andati a votare, mentre chi ai seggi ci è andato ha votato Dem al 49% contro il al 48% dei Repubblicani. L’ultimo dato è molto esplicativo della differenza tra sistema proporzionale e maggioritario: nel 2014 i Democratici hanno perso seggi pur avendo preso più voti.

Carovane migranti, Pittsburgh e sanità

Il presidente Trump ha fatto di tutto per rendere questo voto un referendum su se stesso. L’idea è probabilmente quella di mobilitare la base militante repubblicana e di fermare così il potenziale aumento della partecipazione di giovani e minoranze. La decisione di tornare ad alzare il tiro contro i migranti e i rinnovati attacchi ai fake news media non sono altro se non cibo gettato alla pancia della parte più retriva della società americana. Come in passato, Trump è riuscito a dettare l’agenda. Se e quanto l’agenda gli si rivolterà contro lo diranno gli elettori.

Dal canto loro i Democratici hanno condotto una battaglia perdente contro la nomina del giudice Kanavaugh alla Corte Suprema. Non sappiamo se lo scontro peserà di più nel mobilitare la base evangelica o le donne preoccupate per i loro diritti. Come non sappiamo se la schiera di appartenenti alle minoranze, giovani e “socialisti” candidati dai Democratici serviranno a mobilitare nuovi segmenti di elettorato o spaventeranno una parte moderata della società americana.

Tra gli argomenti per i Dem ci sono: la pessima conduzione dell’omicidio Khashoggi, l’attacco ai diritti dei migranti, il taglio delle tasse ai ricchi - gli effetti delle riforma fiscale, dicono i sondaggi, non sono stati avvertiti dalla middle class. E poi c’è Medicare, l’assicurazione sanitaria pubblica. Il partito di Sanders propone una espansione del sistema.

Il paradosso è che Medicare, assicurazione pubblica per gli anziani pagata attraverso le tasse, è popolare tra tutti gli strati sociali. Ma se dici “creiamo un sistema di sanità pubblico per tutti” sei considerato un pericoloso socialista. Tra il dibattito politico-ideologico e la realtà si verifica un cortocircuito. Per i Democratici trovare le parole giuste è dunque un aspetto cruciale. Le parole giuste in questa campagna elettorale sembrano essere “pre existing conditions”, ovvero malattie pregresse. Prima della riforma Obama, se eri stato malato, o avevi una malattia cronica, finivi con il pagare migliaia di dollari per un’assicurazione. Oggi non è più così e questa è una di quelle cose che tutti gli americani senior riconoscono. I Repubblicani hanno provato più volte ad affossare la riforma cancellandone ogni traccia. E questo è un argomento.

La strage di Pittsburgh ha poi rilanciato il dibattito sulla regolamentazione del possesso di armi ma, di più, ha messo in luce la totale assenza di empatia del presidente con qualsiasi cosa che non sia la sua immagine riflessa allo specchio o il dittatore di turno - Trump ha buoni rapporti con il coreano Kim, il russo Putin, l’arabo bin Salman, mentre detesta Europa, Messico e Canada (e anche la Cina). Una fascia dell’elettorato moderato e indipendente potrebbe non gradire la nuova collocazione americana negli equilibri mondiali, una non collocazione fatta di contraddizioni, toni aspri e marce indietro. I nostalgici di Reagan e della retorica del faro sulla collina, luce a cui aspirare per gli altri del mondo potrebbero voltare le spalle ai Repubblicani. Diversi importanti columnist e intellettuali lo hanno fatto. Ma non sono quelli che parlano alla base del partito che ne ha sancito il passaggio a un partito della destra radicale. Vedremo quanti sono quelli che sono rimasti colpiti dalla indifferenza del presidente per le vittime.

Nel complesso potremmo dire che stavolta “it’s not the economy, stupid”: la disoccupazione è a livelli molto bassi, il Pil corre (sebbene ci siano segnali preoccupanti), ma lo stesso il presidente e il suo partito non sono popolari.

Senato, i Repubblicani quasi sereni

I senatori vengono rinnovati ogni sei anni. Questo significa che ogni due anni se ne rinnova un terzo. Nel 2018 i seggi in ballo sono 35: 26 attualmente in mano ai Democratici e solo 8 in mano ai Repubblicani. Oggi il senato è 51 a 49, ai Democratici servono tre seggi per la maggioranza e due per la parità che costringerebbe il vicepresidente Pence, che esercita il suo voto addizionale quando i conti sono pari, a partecipare alle votazioni. Il maggior numero di seggi in ballo per i Democratici rende la partita difficile: i Dem dovrebbero non perdere nulla e conquistarne, appunto, tre. Ci sono buone chance che riescano a vincere in alcuni Stati come ad esempio l’Arizona, dove i due senatori Repubblicani uscenti (John McCain, morto poche settimane fa, e Jeff Flake) sono entrambi arci-nemici di Trump. Il seggio è vacante e - a grande sorpresa - la democratica Kyrsten Sinema è in vantaggio. I seggi del Missouri e dell’Indiana, però, sono tutt’altro che scontati da tenere per i Dem. Le chance che la maggioranza del Senato cambi, insomma, sono davvero poche e, se dovesse succedere vorrebbe dire che la “valanga blu” c’è stata.

I Democratici si riprendono la Camera? Probabile

I Democratici hanno bisogno di un guadagno netto di 23 seggi alla Camera dei rappresentanti per ottenere la maggioranza. Dal 1974 il partito del presidente ha perso in media 22 seggi nelle elezioni di medio termine. La differenza tra la media delle ultime 10 elezioni è che il presidente non è mai stato impopolare come Trump. Obama nel 2010 aveva un tasso di approvazione del 45% e perse 63 seggi. Di contrasto, nel 2010 il tasso di disoccupazione era alle stelle e l’economia si era tutt’altro che ripresa dal crollo del 2008, mentre oggi siamo a un tasso di disoccupazione che gli economisti definiscono fisiologico e l’economia tira - se si eccettuano i preoccupanti segnali dati dalla borse nelle ultime settimane. Tutte le proiezioni prevedono che i Democratici conquistino la maggioranza alla Camera. Resta da vedere che maggioranza sarà e dove e se ci saranno sorprese: vittorie in distretti tradizionalmente Repubblicani? Sconfitte dei Democratici in distretti vinti da Trump che segnalerebbero una tenuta del consenso del presidente nelle aree ex industriali? Se i Dem non dovessero ottenere la maggioranza alla Camera pur guadagnando molti seggi, queste elezioni di midterm sarebbero per loro un disastro.

I governatori: perché sono importanti

Le corse per i governatori e le assemblee dei singoli Stati sono importanti per una serie diversa di ragioni. Come ha dimostrato la California con Trump in materia di regole sulle emissioni e altre questioni di materia ambientale, gli Stati possono essere un freno alle azioni presidenziali o un avamposto dal quale alcune materie trovano spazio nel dibattito nazionale. Pensiamo al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma anche all’espansione del ruolo di Medicaid e Medicare, le assicurazioni sanitarie pubbliche. C’è poi la materia elettorale: i governatori se fanno bene aiutano il candidato presidente del loro partito, favoriscono o scoraggiano il voto delle minoranze (come nel caso della Georgia di cui abbiamo parlato qui), soprassiedono al redistricting, ovvero al ridisegno del distretti elettorali, che è un’arma potente per vincere seggi - se disegno dei distretti coerenti con la geografia avrò degli elettorati misti, ma in alcuni Stati i Repubblicani hanno ridisegnato i distretti in maniera da far votare i neri tutti assieme nello stesso distretto, depotenziandone così il peso elettorale.

Nel 2018 14 Stati non votano mentre 36 eleggono dei nuovi governatori. Allo stato la mappa è così composta: 33 Repubblicani, un indipendente in Alaska e 16 Democratici. I Democratici aumenteranno il loro bottino, ma di quanto? Tra 11 e 15 dei posti in ballo in questa tornata vedono in vantaggio il partito di Obama, mentre 15 vedono in netto vantaggio quello di Trump. Un numero che oscilla tra 5 e 10 sono dati in bilico. Tra questi Ohio e Florida, cruciali per le presidenziali e diversi tra quelli che nel 2018 hanno fatto un brutto scherzo a Hillary Clinton volgendo le spalle ai Democratici. I Dem faranno un passo in avanti, resta da vedere di quanto.

Georgia e Florida, dove i neri Stacey Abrams e David Gilium potrebbero spuntarla, sono le partite più affascinanti. Oprah Winfrey, la star Tv americana, è andata in Georgia per sostenere Abrams. Nel 2008 fu lei a dare la prima spinta a Barack Obama. Ohio, Nevada, Iowa, Wisconsin daranno segnali importanti per le presidenziali del 2020.

E dopo? Quale anima per i partiti Usa

Il 7 novembre, tenetelo a mente, comincia la campagna elettorale per le presidenziali del 2020. La ragione è semplice: non c’è un front runner e non c’è un’identità definita per nessuno dei partiti. Il risultato del voto di mezzo termine è dunque cruciale per capire che partiti saranno quelli che affrontano le prossime elezioni presidenziali. Se, come appare possibile, non ci sarà nessuno tsunami blu l’ala progressista del partito, quella guidata da Bernie Sanders che porterà una pattuglia nutrita di facce nuove a Washington, chiederà la testa di Nancy Pelosi e una svolta nella direzione del partito. Quella che Obama non è riuscito a dare per via della sua prudenza eccessiva e per via di un accordo con Hillary Clinton e i suoi nel 2008. Se i Repubblicani dovessero invece andare peggio del previsto, le voci contro il presidente si alzeranno più forti e chiederanno un ritorno ai fondamentali. E cercheranno una faccia dietro a cui schierarsi per sfidare Trump alle primarie. In caso di probabile pareggio tutte queste possibilità restano vere, ma ciascuna delle fazioni contendenti avrà argomenti per confutarle.

 @minomazz

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