I primi migranti climatici con il passaporto degli Stati Uniti

Un solo uragano e l'isola di Jean Charles scomparirà. Così la Louisiana ha sgomberato di ufficio gli abitanti. È la prima volta negli Usa, dove nel 2017 i danni provocati dal clima hanno superato i 300 miliardi di dollari. E nel mirino c’è il cuore dell’industria energetica nazionale

Paludi in Louisiana. REUTERS/Jonathan Bachman
Paludi impoverite in Louisiana. REUTERS/Jonathan Bachman

Gli Stati Uniti si preparano ad accogliere il primo gruppo di migranti climatici. Non si tratta però di sfollati provenienti da qualche isoletta semi-sommersa del Pacifico, ma di cittadini americani. Sono alcune decine di pescatori delle zone umide della Louisiana, le cosiddette wetlands comprese tra il Golfo del Messico e il delta del Mississippi, fino a oggi rimaste in un territorio climaticamente instabile.

Come riporta Business Insider, a marzo le autorità della Louisiana hanno stabilito lo sgombero dell’isola di Jean Charles, divenendo così il primo caso nella storia degli Stati Uniti in cui è stato disposto lo spostamento d’ufficio di una comunità di cittadini, per ragioni non preventive dovute agli effetti del clima. L’ordine riguarda una settantina di indiani della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw, ormai costretti a vivere in palafitte aggrappate alle ultime terre emerse. Una striscia di fango circondata dalle paludi, dove si parlano indistintamente francese e inglese, collegata da una carrabile sopraelevata a Houma, la principale città della municipalità di Terrebonne.

L’isola di Jean Charles si trova a un solo uragano dalla scomparsa. È il modo più semplice per riassumere gli effetti combinati dell’erosione, causata dal crescente livello delle acque e dall’influenza dei canali navigabili che fendono le wetlands vanificando l’effetto cuscinetto alle maree, garantito dalla palude. C’è poi l’apporto di detriti da parte del Mississippi – che ha bilanciato a lungo l’erosione delle coste – ridotto a causa di passati interventi strutturali agli argini, cui si aggiunge l’impatto di fenomeni meteorologici sempre più intensi.

La decisione di trasferire gli ultimi abitanti dell’isola a Houma, in attesa di reinsediarli in un villaggio in costruzione situato a un’ora d’auto di distanza, giunge dopo un 2017 segnato da 17 tempeste di grandi dimensioni, per intenderci di quelle cui viene dato un nome. Nel conto rientrano anche dieci uragani, tra i quali Nate, a ottobre, e soprattutto Harvey della scorsa estate, uno dei più devastanti degli ultimi 50 anni.

Ma quali sono gli effetti della maggiore stagione di uragani dall’inizio dell’era dei monitoraggi satellitari? L’intensificazione dello sprofondamento e dell’erosione delle zone costiere, condizione destinata a peggiorare nel tempo.

Nel caso di Jean Charles significa passare dai 90 chilometri quadrati di superficie del 1955, a poco più di un chilometro oggi. Abbastanza da rendere inevitabile il trasferimento dei 45 adulti e dei 12 bambini rimasti sull’isola, dove l’esodo (spontaneo) ha avuto inizio nel 2005, dopo il passaggio dell’uragano Katrina. Esodo proseguito negli anni anche grazie all’introduzione di agevolazioni per i trasferimenti volontari, ma ora stabilito d’ufficio dalle autorità della Louisiana. Ciò accade malgrado il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continui a negare il problema dei cambiamenti climatici, se non a ridicolizzarlo. 

In realtà, il caso della Louisiana dovrebbe essere abbastanza concreto da imporre a Washington un ritorno sui propri passi, almeno entro i confini nazionali. Non tanto per le poche palafitte dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw minacciate dalle prossime tempeste, ma dall’innegabile impatto che i fenomeni meteorologici e i cambiamenti climatici possono avere per le casse del Paese.

Lo scorso anno, i costi imputabili agli eventi climatici negli Stati Uniti, accertati dalla National Oceanographic and Atmospheric Administration, hanno raggiunto i 306 miliardi di dollari (250 miliardi di euro). Record storico, ben maggiore rispetto al precedente del 2005, quando gli uragani Dennis, Katrina, Rita e Wilma erano costati 214,8 miliardi di dollari (175 miliardi di euro).

In prospettiva, il verificarsi di un’altra stagione di uragani eccezionali potrebbe mettere in ginocchio la produzione di petrolio (e gas) nel Golfo del Messico, dove i 4mila giacimenti attivi forniscono il 76% del carburante degli Stati Uniti. A insistere sul potenziale catastrofico del binomio clima-energia è il Government Accountability Office del Congresso americano, cui si aggiungono il dipartimento dell’Energia, il dipartimento per le Risorse Naturali, i rappresentati delle industrie di settore e uno stuolo di ambientalisti.

Un’analisi pubblicata dal Pacific Standard dimostra chei timori sono fondati. L’anno scorso, infatti, l’azione dell’uragano Harvey e delle altre tempeste è riuscita a fermare il 22% delle raffinerie della Louisiana, compromettendo parte delle condutture per il trasporto di petrolio e gas entro i confini del Paese.

Nel passato, centinaia di milioni di dollari hanno finanziato la costruzione di 200mila chilometri di tubature per il trasporto di gas e petrolio nell’entroterra. Tuttavia, buona parte di queste tubature non è stata progettata per l’immersione costante nell’acqua salata, o per l’esposizione alle correnti oceaniche, condizioni che si stanno verificando man mano che le wetlands vengono ingoiate dal Golfo. Il timore è che a causa degli effetti del clima, questa enorme rete di infrastrutture possa prima o poi diventare obsoleta se non inutilizzabile.

Lo stesso vale anche per le piattaforme dei vicini Stati del Texas, del Mississippi e dell’Alabama, che assieme alla Louisiana contano in tutto 4mila pozzi, dal cui indotto trovano occupazione 2,7 milioni diabitanti delle zone costiere, quelle più esposte agli effetti del clima.

Nel caso in cui i fenomeni meteorologici estremi continuassero ad aumentare, l’opzione di una chiusura – almeno parziale – delle attività estrattive colpirebbe dunque anche il mercato del lavoro, originando un numero proporzionale di disoccupati. Ecco che dopo gli sfollati climatici, gli Stati Uniti potrebbero fare i conti con una nuova ondata di migranti, stavolta economici, da indirizzare verso nuove occupazioni.

Magari proprio nel comparto energetico, come ad esempio nelle miniere di carbone che in campagna elettorale Trump ha promesso di rilanciare, affermando anche l’inesistenza del problema dei cambiamenti climatici e la volontà di uscire dagli accordi sul clima di Parigi

@EmaConfortin

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