Se negli Stati Uniti diventa pericoloso parlare in spagnolo

Negli Usa si registra un numero crescente di aggressioni a cittadini "colpevoli" solo di parlare in spagnolo tra di loro. Riaffiora la difesa violenta di una mitizzata America Wasp, favorita da certa cultura politica e da alcune leggi discriminatorie

Un manifestante con un cartello contro il razzismo durante una manifestazione a New York. REUTERS/Jessica Rinaldi
Un manifestante con un cartello contro il razzismo durante una manifestazione a New York. REUTERS/Jessica Rinaldi

Il 3 febbraio del 1959 è noto come “the day the music died”. A quel giorno in cui un aereo precipitò in Iowa portando con sé Buddy Holly, Jiles Perry (noto come the Big Bopper) e Richie Valens, sono dedicati film e canzoni tra cui la stranota American Pie.

Nessuno dei tre cantanti morti quel giorno era noto con il suo nome vero, il californiano Richie Valens, in realtà si chiamava Richard Steven Valenzuela, aveva 17 anni e sarebbe passato alla storia per La Bamba, una canzone tradizionale messicana arrangiata rock’n’roll. La stessa canzone, colonna sonora del film omonimo sulla vita di Valens, arrivò al numero 1 cantata dai Los Lobos nel 1987 ed è l’unica canzone non in inglese nella classifica dei migliori 500 brani della storia redatta da Rolling Stone.

Negli stessi anni de La Bamba un certo Louis Prima, nato a New Orleans cantava “Ti voglio bene, Angelina I adore you, Ti voglio bene, Angelina I live for you, che passione”. Le hit in lingua straniera provenienti da cultura immigrate negli Stati Uniti non sono dunque mai state un tabù. Anzi. Ed è stranoto che se si va in una delle diverse e importanti Chinatown americane sentiremo parlare cinese. Quanto agli italo-americani, ormai sono quasi del tutto integrati, ma i film dove si parla uno slang fatto di gumbà, familì e così via ci raccontano l’infanzia di persone che oggi sono attorno ai 70 anni, non storie del 1800.

Gli Stati Uniti d’America sono così e lo sono sempre stati: una somma e un miscelatore di culture. Proprio per questa ragione colpisce il numero crescente di episodi di insulti, aggressioni, discriminazioni ai danni di cittadini Usa o immigrati regolari solo perché parlano in spagnolo tra di loro.

Due video relativi a un fermo di polizia in Montana e, più disturbante, alle proteste di un avvocato di New York che insulta gli inservienti di un fast-food perché parlano in spagnolo tra loro e promette di chiamare gli agenti dell’Immigration and Costum Enforcement (Ice), hanno generato grandi discussioni social. Non si tratta di nulla di nuovo: il presidente Theodore Roosevelt espresse in più di un’occasione l’idea che per diventare americani gli immigrati devono abbandonare la loro cultura e lingua e imparare l’inglese entro cinque anni o tornarsene a casa.

La verità è però che è mai andata così, le generazioni di immigrati si assimilano con lentezza e nel tempo, ma si assimilano. Il caso degli ispanici è un po’ diverso per molte ragioni. La prima è che in un numero non indifferente di Stati ci sono milioni di cittadini americani con antenati messicani perché il territorio dove vivono era Messico (Arizona, Texas, California, New Mexico). La seconda è che c’è un territorio statunitense senza lo status di Stato, Portorico, dove si parla spagnolo e c’è una diaspora cubana di lungo corso a cui è stata riconosciuta la cittadinanza per motivi politici.

La terza è il flusso costante di manodopera immigrata che vive non lontano dai confini del suo Paese e che trova, a causa dei primi due fattori, contesti nei quali muoversi in spagnolo. La quarta è una relativa segregazione di questi immigrati: se lavori tutto il giorno con dei messicani in una cucina o in un campo di avocados della California perché mai dovresti parlare inglese con i tuoi colleghi?

Eppure i dati sull’integrazione degli ispanici e del loro peso nella società Usa sono contraddittori. Secondo un recente rapporto del Pew Hispanic Center, le persone con origini ispaniche si identificano in maniera decrescente con le loro origini e lo spagnolo in casa è sempre meno usato. Un fenomeno lento come quello che riguarda altre comunità arrivate in altri periodi storici. Gli italiani, i greci, i portoghesi, ad esempio.

Among Americans with Hispanic ancestry, share that identifies as Hispanic or Latino falls across immigrant generationsAmong Americans with Hispanic ancestry, share that identifies as Hispanic or Latino falls across immigrant generations English becomes dominant language among later immigrant generations as Spanish declinesEnglish becomes dominant language among later immigrant generations as Spanish declines

Al contempo, la rabbia, lo scontento, il disprezzo per tutto ciò che non è White Anglo Saxon Protestant è qualcosa di radicato in certe fasce della società bianca americana. Lo si è visto con la reazione all’elezione di Obama, lo si è visto per decenni e di nuovo in questi ultimi anni di fronte agli atteggiamenti discriminatori della polizia nei confronti dei neri e, da ultimo, con il successo ottenuto dagli slogan anti immigrati, dai discorsi sui “bad hombres” o quelli più recenti sugli “animali” delle gang salvadoregne, dove è ovvio che Trump sta parlando della parte per riferirsi genericamente al tutto (gli immigrati).

Il caso dell’avvocato newyorchese è parte di una reazione al cambiamento della società americana che, come altrove nel mondo, individua un nemico X contro cui dirigere le proprie frustrazioni.

Ma la società Usa è proprio quel crogiolo complicato e ricco di tensioni fin dagli albori, “E pluribus unum, da molti tanti” è il motto degli Stati Uniti. Ho provato a raccontarlo nel modo più banale, quello delle canzoni pop, ma si potrebbe anche usare la cucina tex-mex, la diffusione del guacamole o le varie cucine nazionali Usa di discendenza europea o asiatica, o ancora Speedy Gonzales e i Tre Amigos. Per questo tornare a un’immaginata America bianca e anglosassone non è un ipotesi immaginabile. Quell’America è esistita a tratti e in luoghi, ma non è l’America. È stata semmai una rappresentazione di essa quando la politica, il cinema, la Tv erano al 99% bianchi.

Eppure capita che nelle istituzioni si faccia qualcosa per alimentare le paure e individuare nemici. Una legge dell’Arizona del 2010 (l’anno del Tea Party) prevede che si possano fermare le persone perché sospette di essere immigrate  illegalmente. Difficile pensare che in Arizona la polizia possa fermare altri che non ispanici per un sospetto simile. Il che significa che l’estensore della legge l’ha scritta avendo in mente un pregiudizio razziale incostituzionale.

Un tema dirimente, visto che il pregiudizio istituzionale è illegale in ogni sua forma negli Usa e che nel Paese non è obbligatorio avere dei documenti cartacei per dimostrare la propria cittadinanza - il che rende tutto più complicato. Trenta Stati, ma non lo Stato federale, hanno invece fatto dell’inglese la loro lingua ufficiale.

Nel 2010 e poi nel 2016 gli immigrati messicani, pure in calo costante a partire dalla crisi del 2008, sono diventati uno dei soggetti contro cui prendersela. La campagna elettorale è stata condotta da Trump anche così e ha funzionato proprio per coloro che vedono minacciata la propria identità dai cambiamenti in atto.

Gli ispanici, per presenza, diffusione del territorio, visibilità, sono un buon bersaglio per chi è spaventato o per chi è razzista. Avere un presidente che incoraggia simili comportamenti rende meno scandaloso avere atteggiamenti come quelli avuti dall’avvocato newyorchese. Ma, ripetiamolo, lui non è il solo e nel suo atteggiamento non c’è nulla di nuovo. Come dimostra il video musicale country qui sotto c’è un’America bianca razzista non necessariamente radicale in senso tradizionale. L’America, appunto, è molte cose assieme e sempre lo sarà.

Press One for English (nei nastri registrati negli Usa si preme uno per parlare in inglese e due per parlare in spagnolo) ebbe un certo successo in rete nel 2010

https://www.youtube.com/watch?v=nuq59zatGxE

@minomazz

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